31 Ott, 2026

Papa Leone, il Pontefice che si fa cittadino

La decisione di Papa Leone di partecipare alle elezioni di medio termine come elettore dell’Illinois riapre il dibattito sul confine tra fede e potere, offrendo un forte contrasto con le spinte teocratiche della politica statunitense.


C’è qualcosa di singolare nella notizia che papa Leone XIV abbia votato per corrispondenza alle elezioni americane di midterm in programma il prossimo 3 novembre. Il Pontefice, cittadino statunitense, ha esercitato un diritto che, secondo la dichiarazione della Sala Stampa vaticana, considera anche un dovere: partecipare ai processi democratici. Un gesto storico e ordinario insieme, che apre una questione politica tutt’altro che banale. La Chiesa cattolica ha avuto un rapporto assai tormentato con la democrazia moderna. Nella seconda metà dell’Ottocento, mentre si affermavano gli ordinamenti liberali, la Santa Sede guardava con sospetto alla sovranità popolare, alla libertà di coscienza e all’autonomia dello Stato dall’autorità religiosa. Il Sillabo di Pio IX, nel 1864, ne fu una manifestazione emblematica. In Italia, nel contesto dello scontro con il nuovo Stato unitario, il conflitto arrivò al punto di vietare ai cattolici la partecipazione alla vita politica del Regno, sancita dal celebre “Non expedit” del Pontefice.

La netta distinzione tra cittadinanza e fede

Ad ogni modo, nel corso del Novecento la posizione cattolica è profondamente cambiata, fino al riconoscimento conciliare della libertà religiosa e dell’autonomia della comunità politica. L’autorità religiosa e quella politica, infatti, non hanno la stessa fonte di legittimazione. Se la prima non nasce dal consenso elettorale, la seconda, in una democrazia, non può prescindere dal consenso dei cittadini. Il Papa che vota, in un certo senso, rende visibile proprio questa distinzione. Non vota in quanto successore di Pietro, ma in quanto cittadino. Non porta nella cabina elettorale un’autorità spirituale da far valere sugli altri, ma esercita un diritto comune a tutti i cittadini.

È un aspetto interessante soprattutto se guardiamo all’America di Donald Trump, dove il confine tra autorità politica e investitura religiosa appare oggi sottoposto a una pressione crescente. Non è una novità che i presidenti americani invochino Dio o che i rappresentanti delle comunità religiose preghino per chi governa. Il problema nasce quando la preghiera diventa una forma di consacrazione politica, quando il leader viene rappresentato come un prescelto dalla Provvidenza. Le immagini dei pastori evangelici raccolti attorno a Trump nello Studio Ovale, le mani imposte sul presidente, le invocazioni di protezione divina hanno assunto una dimensione rituale e pubblica. Il 22 ottobre scorso anche un gruppo di vescovi cattolici ha partecipato a una scena analoga, suscitando polemiche e successive precisazioni da parte di alcuni dei presenti.

Il rischio di sottrarre i governanti alla critica

Se una religione confinata nella sfera privata è una pretesa incompatibile con il pluralismo democratico, altrettanto problematica è la pretesa del potere politico di accreditarsi come depositario di una missione divina. Nel primo caso si nega alla fede il diritto di contribuire alla discussione pubblica; nel secondo si rischia di sottrarre il governante alla critica, perché contestare le sue decisioni finisce per apparire come un’opposizione a un disegno provvidenziale.

Un Papa vota, insomma, mentre una parte del cristianesimo americano sembra impegnata a benedire un presidente. Due immagini che restituiscono concezioni profondamente diverse del rapporto tra religione e politica. La democrazia richiede che nessun governante sia sottratto al giudizio dei cittadini. Neppure, e forse soprattutto, quando pretende di avere Dio dalla propria parte.

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