In dialogo con l’Altravoce un analista entra nel dettaglio del “modello Ceuta” che sarebbe dietro ai disordini di Milano
Si chiama “modello Ceuta”, è l’ultimo travestimento della guerra ibrida, ed è un nemico che le democrazie europee ed occidentali devono imparare a governare. Preferibilmente «intercettare e sterilizzare». Perché – dice un analista dell’intelligence e dell’antiterrorismo che sta seguendo il dossier “piazze”- «una cosa sono le analisi, ben altre le evidenze. Sui movimenti di piazza siamo tutti mobilitati dalla primavera scorsa, osserviamo un movimentismo e una spinta dal basso che riguarda molti paesi e vari continenti, dall’Africa, all’India passando per l’Europa» dove i giovani e non solo protestano per diritti primari come la casa, il diritto allo studio, alla sanità, contro la corruzione e il caro vita.
«Credo sia inutile ora mettersi a dire chi sapeva cosa – sottolinea – è importante invece avere antenne per ciò che può succedere adesso, d’ora in poi». Guai, insomma, prendere parte al giochino, molto politico, su chi ha visto arrivare chi e quando. L’analista non cede alla polemica «le agenzie di servizi hanno avvisato, il Viminale non ha recepito» su cui adesso il Pd ha presentato un’interrogazione parlamentare. Di sicuro prima del week end di follia del 17-18 ottobre c’è stato «un vuoto di comunicazione nei nostri apparati di sicurezza», sia quelli che fanno capo al Dis, a palazzo Chigi e al sottosegretario Mantovano, sia quelli di polizia e antiterrorismo. Non è la prima volta del resto.
La cabina di regia
Guardare avanti, quindi. E vigilare sul “modello Ceuta”, in ogni sua forma e indirizzo: Milano è stata una fotocopia di Ceuta, così come lo sono stati alcuni appuntamenti in Francia. La Spagna sembra, ancora, una storia a sè. Ma anche li «il modello è stato applicato per aumentare l’impatto».
Quello che gli analisti considerano ormai accertato è che l’invasione di Ceuta abbia avuto una cabina di regia digitale, da remoto, che ha convocato decine di migliaia di giovani marocchini dando loro appuntamento il 31 luglio sulla spiaggia marocchina che confina con l’exclave di Ceuta. Stessa spiaggia, due “continenti” diversi, di qua l’Africa, di là l’ingresso per l’Europa. La convocazione, come hanno spiegato molti immigrati dando versioni coincidenti, è avvenuta «online con orari e luoghi di incontro, anche il kit per nuotare» e sulla base di decina di migliaia profili selezionati in precedenza, ovvero persone che hanno nella rispettiva attività social mostrato disagio, insofferenza alla condizioni di vita, ambizione e speranza di raggiungere l’Europa.
La profilazione
La profilazione avviene sulla base di video scaricati post letti e post scritti. Chi detiene la banca dati con le profilazioni, parliamo di migliaia, milioni di utenze, è come se avesse a disposizione altrettanti proiettile con cui “armare” le varie piattaforme social tramite cui fare le convocazioni. Questo è successo a Ceuta il 31 luglio 2026.
Chi può fare tutto questo? È un lavoro che richiede una grande capacità di raccogliere dati, analizzarli, selezionarli, archiviarli. È l’arma più importante della guerra ibrida. «In questo caso – aggiunge l’analista – non si parlerebbe solo di bot russi ma più della più variegata fabbrica digitale maga che annovera tra i supporter i principi player digitali oltre che proprietari di varie piattaforme».
Le analogie con Milano
Il 17 e il 18 ottobre a Milano è successo qualcosa di molto simile. «Una convocazione collettiva partita simultaneamente e più volte tra venerdì, sabato e domenica destinata a molte più persone di quelle che hanno realmente risposto». Lo hanno detto gli stessi ragazzi fermati: «Ci hanno detto che avremmo preso scarpe, giubbotti, t-shirt, tutto gratis, la spesa collettiva». Nessuna ideologia, né destra né sinistra, i protagonisti dei riots di Milano «non sapevano neppure chi è la presidente del Consiglio, chi il Presidente della Repubblica, l’unico interesse era un paio di scarpe». Poteva essere intercettato tutto questo? Probabilmente sì, di sicuro lo sarà in futuro.
Il 17 ottobre
Ecco perché pro-pal, studenti, centri sociali e lo stesso Youssef Siher, l’italo marocchino arrestato per istigazione alla violenza urbana e al saccheggio con l’aggravante del terrorismo e poi liberato, non c’entrano nulla con il 17 ottobre. Siher ha frainteso l’origine di quel movimento di piazza pensando che potesse essere l’embrione di una piazza “politica”.
Si fa notare come dopo Ceuta, dopo Parigi e Madrid ma soprattutto dopo Milano, Trump abbia sempre commentato i fatti con puntualità e compiacimento: «Le violenze in Italia e in Francia? Colpa dell’immigrazione, l’avevo detto. Noi abbiamo chiuso le frontiere loro invece hanno lasciato entrare persone di ogni tipo e non le hanno più fatte uscire. E oggi sono entrambi Paesi diversi da quelli di dieci anni fa». Parole di miele per la destra sovranista di cui anche in Italia abbiamo campioni riconosciuti e affermati come Salvini e Vannacci.
I commenti di Trump
Trump ha fatto analoghi commenti subito dopo Ceuta, a proposito di Madrid, dei disordini in Francia. Una puntualità che ormai «non può essere casuale». Viene fatto notare anche come il 17 e il 18 ottobre siano arrivati subito dopo le comunicazioni della premier Meloni al Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo. In quelle comunicazioni Meloni fu durissima contro Putin e il gas russo che Trump aveva appena riabilitato annullando le sanzioni. Tre le possibili ipotesi degli analisti anche che i riots del 17-18 siano stati “una risposta” a quel niet categorico pronunciato in aula: «Comprare il gas russo serve solo ai russi e non incide affatto sui nostri costi». E allora, chissà che la rivendicazione di Meloni arrivata giovedì («non mi pento dell’amicizia con Trump, l’ho fatto nell’interesse nazionale») non sia un modo per sterilizzare gli attacchi di bot e troll antieuropei che scommettono sul caos e puntano alla disgregazione europea.































