31 Ott, 2026

Elezioni in Israele, il veto di Liberman complica la corsa di Eisenkot

Dopo le elezioni in Israele, il leader della destra radicale Lieberman gela l’opposizione escludendo qualsiasi patto con i partiti arabi. Sullo sfondo, i movimenti dell’United Torah Judaism aprono lo scenario a un governo di minoranza.


«Non ci siederemo insieme ai sostenitori del terrorismo!». Con queste parole Avigdor Liberman, leader del partito di estrema destra Yisrael Beytenu, ha bloccato ieri ogni possibile speculazione circa un’alleanza di comodo tra la coalizione guidata da Gadi Eisenkot e i partiti arabi israeliani. O meglio, il politico ha chiarito senza mezzi termini che, in caso di una scelta in tal senso da parte di Eisenkot, lui si tirerebbe fuori dalla coalizione, preferendo piuttosto rimanere all’opposizione. Le sue parole non arrivano propriamente come un fulmine a ciel sereno, visto che questa posizione era stata ampiamente prevista da tutti i principali analisti del Paese.

Liberman, del resto, guida una delle componenti più a destra della coalizione di Eisenkot e dunque qualsiasi possibile alleanza con i partiti arabi sarebbe stata particolarmente insolita. Le sue posizioni in merito alla questione sono, in fin dei conti, ben note da tempo. Questo, però, non rende la situazione più semplice per Eisenkot. A pochi giorni dal voto è ancora troppo presto, considerati i meccanismi della politica israeliana, per avere un quadro chiaro di chi la spunterà nella corsa alla premiership. È però sempre più evidente che l’ex capo di Stato Maggiore dovrà faticare e scendere a compromessi per tentare di scalzare Benjamin Netanyahu dal suo trono. E, forse, un aiuto al generale potrebbe arrivare proprio da uno dei versanti più improbabili.

Gli strani movimenti di United Torah Judaism

La stampa israeliana, infatti, riporta in questi giorni di strani movimenti in seno al partito ultraortodosso United Torah Judaism, formalmente alleato di Netanyahu ma sempre più ai ferri corti con il primo ministro. Stando alle indiscrezioni, importanti esponenti del partito, che conta sette seggi nella nuova Knesset, starebbero pensando di sostenere un eventuale governo di minoranza guidato da Eisenkot, astenendosi dal voto in Parlamento sulle questioni non strettamente legate alle condizioni degli ultraortodossi.

Una mossa che permetterebbe alla coalizione di Eisenkot, che ha totalizzato 48 seggi alle elezioni, di superare quella di Netanyahu, che senza UTJ potrebbe contare su appena 46 seggi. In caso di astensione anche da parte dei partiti arabi, dunque, Eisenkot potrebbe riuscire a governare pur senza disporre dei 61 seggi necessari per conquistare la maggioranza assoluta alla Knesset.

Il nodo dell’arruolamento degli Haredim

Le motivazioni dietro la potenziale defezione di UTJ sono molteplici, ma la più rilevante di tutte, come capita spesso quando si parla di ultraortodossi, è quella relativa all’arruolamento degli Haredim nell’esercito. Netanyahu, infatti, sotto la pressione di diverse componenti della sua coalizione e dell’elettorato, ha dovuto spingere affinché si cominciasse a favorire questa pratica nel Paese. Una scelta che è costata al premier il sostegno dei suoi alleati ultraortodossi, da sempre contrari all’idea di vedere gli Haredim in divisa.

La loro comunità di riferimento è scesa in piazza più volte proprio contro il governo e la misura. L’ultima protesta si è svolta giovedì notte, in seguito all’arresto di un ultraortodosso che aveva evaso l’obbligo di arruolamento da parte delle forze di sicurezza israeliane. A Tel Aviv, al termine delle manifestazioni, si sono registrati diversi agenti di polizia feriti e alcuni arresti, in quello che rappresenta soltanto l’ultimo episodio di uno scontro tra lo Stato e la comunità Haredi che va avanti ormai da diverso tempo. E ora questo confronto potrebbe finire per determinare il futuro politico del Paese, influenzando direttamente la nomina del prossimo primo ministro.

A ben vedere, può sembrare ironico che siano proprio le due comunità più marginalizzate d’Israele a tenere in mano, almeno potenzialmente, il futuro della coalizione di Eisenkot. Tuttavia, arabi e ultraortodossi, come dimostrano tutte le proiezioni demografiche, sono destinati a rappresentare una quota sempre più rilevante della popolazione israeliana. Era dunque prevedibile che, prima o poi, ci si sarebbe ritrovati in una situazione tale da rendere fondamentali le forze politiche espressione di queste comunità. Ma il fatto che fosse prevedibile non rende più facile sbrogliare l’impasse che questa situazione ha creato all’interno della politica israeliana.

Le pressioni interne a favore della lista araba

L’alleanza con gli arabi, comunque, non è ancora del tutto impensabile. Ci sono alcuni esponenti della coalizione di Eisenkot, specialmente nelle frange più vicine alla sinistra e tra i Democratici, che premono infatti affinché si arrivi a un accordo con le liste arabe, anche al prezzo di rinunciare a Lieberman e ai suoi. Una scelta in tal senso, però, non è ancora stata fatta e probabilmente non verrà presa prima di aver battuto tutte le altre piste possibili.

In questo momento, dunque, la partita si gioca soprattutto sulla capacità di Eisenkot di tenere insieme una coalizione che, almeno sulla carta, appare attraversata da divisioni difficili da conciliare. Da una parte c’è la necessità di non perdere le componenti più a destra, dall’altra quella di trovare i numeri per governare, facendo i conti con partiti che fino a ieri sembravano destinati a rimanere fuori da qualsiasi accordo.

E così, mentre Netanyahu cerca di difendere la propria posizione, il suo principale avversario potrebbe trovarsi a dipendere proprio da quei gruppi che una parte consistente della politica israeliana ha a lungo considerato interlocutori impossibili. La vera incognita, a questo punto, è capire quanto Eisenkot sia disposto a pagare pur di arrivare al numero 9 di Smolenskin Street.

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