30 Ott, 2026

La lotta di classe al tempo degli homoplouti

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale la lotta di classe ha cambiato segno e struttura


Nell’aprile del 1941, mentre la Wehrmacht occupava Parigi, un ex trockista americano, James Burnham, dava alle stampe The Managerial Revolution per annunciare, non come auspicio ma come diagnosi, la fine del capitalismo. È da quel libro che Branko Milanovic e Nils Gilman ripartono, in un saggio recente, per interrogare il nodo fra intelligenza artificiale e disuguaglianza. Al posto del capitalismo, sosteneva Burnham, sorgeva la società dei manager, di coloro cioè «che sanno far funzionare le cose», ai quali lo Stato avrebbe affidato gli strumenti di produzione, confinando i vecchi proprietari nel rango di «residuo decorativo».

Sul seguito politico, lo ammettono gli stessi autori, egli avrebbe sbagliato quasi ogni previsione. Se nondimeno lo chiamano in causa, è per il merito di aver posto l’unica domanda che conti: chi controlla gli strumenti di produzione, e quale classe genera quel controllo? Sotto il nome un poco angusto di «società manageriale», infatti, Burnham additava qualcosa di ben più vasto di una classe: l’avvento della Tecnica, il farsi signore del mondo dell’apparato stesso, al quale ogni altra potenza è destinata prima o poi a piegarsi.

L’homoploutia

Per gran parte della sua storia il capitalismo ha conosciuto due figure contrapposte, il salariato e il rentier, chi vive del proprio lavoro e chi del proprio capitale, le cui sorti Marx vedeva destinate allo scontro. Oggi, soprattutto negli Stati Uniti, se ne afferma una terza, nella quale le due si saldano: la stessa persona percepisce un alto stipendio e insieme vive di rendite finanziarie.

È questa la homoploutia di cui parla Milanovic, l’essere ugualmente ricchi, nel medesimo soggetto, di entrambi i fattori della produzione, condizione che riguarda ormai circa il tre per cento della popolazione americana e che reca con sé un privilegio inedito, l’invulnerabilità: l’annata storta in borsa è compensata dallo stipendio, la perdita del posto dal portafoglio. È, per gli autori, l’unico sviluppo del capitalismo che avrebbe sorpreso Marx, giacché il conflitto fra capitale e lavoro non viene risolto abolendo uno dei contendenti, ma collocandoli entrambi nella stessa persona, cosicché la lotta di classe, «interiorizzata», si spegne per mancanza di avversari.

Il ruolo dell’IA

A rendere tollerabile una simile diseguaglianza, perfino in società democratiche, è stata finora la meritocrazia, il cui compito non è solo persuadere il privilegiato di essersi guadagnato il posto, ma tenere aperta, almeno in apparenza, la scala che a quel posto conduce: finché un figlio del ceto medio può sperare di salire, la diseguaglianza non confligge con la democrazia, anzi ne diventa il motore. È qui che irrompe l’intelligenza artificiale, con due possibili esiti opposti. Nel primo, il consolidamento, l’IA gonfia la ricchezza che affluisce al capitale, e gli homoplouti, sommando stipendi elevati e cospicui portafogli, si rinserrano in «aristocrazia operosa», casta che ai figli trasmette insieme istruzione e patrimonio.

Nel secondo, la dissoluzione, l’IA agisce all’inverso, e qui sta l’ironia più acuta del saggio: aggredisce non il lavoro manuale, ma proprio quel lavoro cognitivo (avvocati, medici, consulenti, programmatori) su cui l’élite fondava il proprio premio salariale, poiché alla macchina riesce più agevole il ragionamento astratto che non il gesto affinato in un miliardo di anni di evoluzione. Svanito lo stipendio, all’homopluta non resta che la rendita. Due destini contrari, eppure convergenti in un punto: in entrambi la scala viene sbarrata, perché vi si entra solo per nascita. Ed è allora che la diseguaglianza non può più convivere con la democrazia, e le società più ricche rischiano di scoprirsi più instabili delle più povere.

Il ruolo della macchina

A guardare bene, il bivio che agli autori pare decisivo potrebbe rivelarsi assai meno dirimente di quanto credano, e per una ragione che sta tutta in ciò che intendiamo per «apparato». Si commette infatti un errore se lo si immagina come l’insieme delle macchine, il parco dei calcolatori e dei modelli di intelligenza artificiale che oggi fanno tanto scalpore. L’apparato è qualcosa di più vasto e di più sottile: è la forma stessa che una società assume quando innalza a proprio scopo supremo l’accrescimento indefinito della potenza, cioè della capacità di realizzare qualsivoglia fine.

Dentro questa forma non vi sono soltanto gli strumenti materiali, ma le istituzioni, il diritto, il sapere, e gli uomini medesimi, i quali vi compaiono non già come padroni, bensì come funzionari. Ecco perché conviene dissipare subito l’equivoco più tenace, quello della macchina che si fa tiranna e sottomette l’umanità, fantasticheria da grande schermo che nulla spiega di ciò che accade. Non vi è alcuna macchina che si opponga all’uomo, per la semplice ragione che l’uomo è dentro l’apparato, ne è l’operatore e insieme il beneficiario, e l’apparato altro non è che la volontà umana di potenza fattasi organizzazione del mondo.

Il mezzo che diventa fine

Se così stanno le cose, la domanda ereditata da Burnham, su quale classe controlli gli strumenti, va incontro a un destino singolare: non riceve una risposta nuova, ma cessa a poco a poco di avere senso. Giacché chi crede di governare l’apparato è il primo a servirlo. È la volontà umana stessa, con i suoi desideri che non conoscono misura, a esigerne senza tregua il potenziamento, cosicché ogni forza che voglia conseguire i propri scopi (l’impresa, lo Stato, la casta meritocratica di cui parlano gli autori) deve prima far crescere lo strumento, e nel farlo crescere se ne fa serva. Lo strumento, da mezzo per i fini di qualcuno, si capovolge così nel fine cui tutti i fini si subordinano.

L’apparato dal volto umano

È in questa luce che i due scenari del saggio si rivelano per quel che sono, non un bivio, ma due varianti di un medesimo processo: tanto il consolidamento quanto la dissoluzione sono modi in cui l’apparato riorganizza gli uomini come propri mezzi, promuovendone alcuni e congedandone altri secondo la sola misura della propria crescita. Gli homoplouti, in questo quadro, non sono né i vincitori né le vittime di una contesa di classe, ma forse l’ultima élite cui l’apparato chieda ancora di saper fare qualcosa, e non soltanto di possedere. Anche questa richiesta, però, è avanzata dall’apparato in vista della propria crescita, non da loro in vista dei propri fini. Non vi è alcun signore disumano che stia per soggiogarli: l’apparato continua ad avere un volto umano, anzi innumerevoli volti, ma non ha più un padrone umano, nessuno che lo pieghi ai propri scopi anziché piegarsi ai suoi.

Il paradiso della tecnica

E tuttavia, proprio qui, nel punto della sua massima potenza, l’apparato incontra il limite che gli è connaturato, l’unica cosa che per sua essenza non potrà mai dare. La scienza che lo muove ha da tempo barattato la verità con l’efficacia, avendo smesso di chiedersi che cosa le cose siano per domandarsi soltanto come farle funzionare, prevedere, accrescere, ed è appunto in questa rinuncia che risiede tutta la sua potenza. L’apparato potrà dunque darci ogni cosa che desideriamo, la salute, l’abbondanza, il soddisfacimento di ogni bisogno, e cioè quella che saremo indotti a chiamare felicità. L’unica cosa che non potrà mai dirci è se quella felicità sia vera, oppure un inganno sapientemente congegnato, perché la verità non è un bisogno che un mezzo sia in grado di soddisfare, e un mezzo è tutto ciò che l’apparato conosce.

Avremo, con ogni probabilità, tutto. Ma su quel tutto graverà un dubbio che nessuna abbondanza potrà acquietare, il sospetto di non poter mai sapere se ciò che viviamo sia reale o accuratamente simulato, e una felicità perennemente insidiata da tale dubbio, che non sa distinguersi da un inganno, è per ciò stesso la più radicale delle infelicità. È in questo senso, e non in quello temuto dai profeti di sventura, che il paradiso promesso dalla tecnica rischia di rivelarsi un inferno: non perché ci toglierà ciò che abbiamo, ma perché ci darà ogni cosa, tranne la sola che renderebbe tutto il resto degno di essere vissuto: la Verità.

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