25 Ott, 2026

Come ricostruire il confronto con i giovani dopo i fatti di Milano

Criminalizzare i movimenti dei giovani è un errore. Dopo i fatti di Milano bisogna ricostruire i luoghi e le modalità del confronto per evitare che la protesta si riduca a somma di voci isolate e che ogni promessa di dialogo risulti una formula vuota


Non criminalizzerei i movimenti giovanili: sono spesso il primo stadio dell’esperienza politica delle nuove generazioni. Negli anni Settanta quel movimentismo ebbe una forte impronta politica e rivoluzionaria. La rivoluzione era invocata tanto a destra quanto a sinistra: per alcuni significava ristabilire l’ordine, per altri realizzare l’uguaglianza. L’esito fu drammatico. Seguirono i movimenti per i diritti e, più di recente, quelli ambientalisti. Si presentavano come non violenti e in molte manifestazioni rappresentanti delle istituzioni marciavano accanto ai partecipanti. I confini tra protagonisti e interlocutori, talvolta, diventavano difficili da distinguere.

Il ritorno della violenza

Nel corso della settimana che sta per concludersi, la violenza è tornata in piazza. Con una differenza: sembra mancare una causa condivisa e manca una gerarchia riconoscibile. Nei movimenti di prima generazione, la causa prendeva forma attraverso il dibattito. C’erano ordini del giorno, manifesti, documenti e leader identificabili. Lo Stato poteva quindi riconoscere degli interlocutori: intellettuali, dirigenti, attivisti e, accanto a loro, anche gruppi disposti allo scontro. Oggi le rivendicazioni — casa, caro vita, salari, benzina, aule — possono essere legittime. Ma chi le grida in piazza spesso sembra non conoscerne davvero i contenuti né avere un progetto comune. La mobilitazione, inoltre, non nasce da una decisione collettiva trasparente: può partire da chiamate anonime diffuse su TikTok.

Le cause ignote

È questo a rendere inquietante il fenomeno. Chi scende in piazza può non sapere con precisione per quale obiettivo si mobilita; lo Stato, a sua volta, non trova organizzazioni o gerarchie con cui aprire un confronto. A Milano, secondo le ricostruzioni circolate, l’80% dei partecipanti era minorenne. Resta da capire se dietro le proteste vi sia un’organizzazione, oppure se siamo davanti a manifestazioni spontanee, rese più probabili da una società frammentata e connessa in modo permanente attraverso Internet.

Il Decreto Sicurezza

La risposta affidata al decreto sicurezza difficilmente basterà, da sola, a prevenire o contenere queste tensioni. Accanto all’ordine pubblico serve una comunicazione pubblica più solida, capace di descrivere i problemi e i progressi senza confondere l’uno con gli altri. Lo Stato dovrebbe raccontare quanto è cambiata la scuola negli ultimi trent’anni: negli anni Novanta mancavano ancora le aule; nel frattempo sono cresciute l’offerta formativa e le attività disponibili, si è ridotto l’assenteismo dei docenti e l’edilizia scolastica è migliorata. I risultati restano incompleti, ma l’Italia non è il Paese senza servizi che certe rappresentazioni suggeriscono.

Capire gli studenti

Sarebbe utile anche dare un quadro più preciso della vita degli studenti: quanti trascorrono il fine settimana sui libri, sui campi sportivi o in attività di socializzazione? Questi dati aiuterebbero a collocare le proteste nel loro contesto e a capire quanto siano diffuse le condizioni di disagio che le alimentano. Riconoscere i progressi non significa negare ciò che ancora non funziona; significa offrire ai giovani una base comune da cui discutere e avanzare richieste concrete.

Una duplice sfida

La sfida, dunque, è duplice: distinguere le rivendicazioni legittime dagli episodi di violenza e ricostruire luoghi di confronto capaci di dare forma alle prime, prima che la piazza venga occupata soltanto dalla rabbia. Lo Stato deve garantire la sicurezza, ma anche rendersi comprensibile e accessibile. Senza interlocutori, ogni protesta rischia di trasformarsi in una somma di voci isolate; senza risposte verificabili, ogni promessa di dialogo resta una formula vuota.

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