23 Ott, 2026

Processo Mediaset, la Cedu respinge il ricorso della famiglia Berlusconi

La corte europea dei diritti dell’uomo respinge il ricorso avanzato da Silvio Berlusconi nel 2013 dopo la condanna per frode fiscale


Il processo che ha portato alla condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale è stato un processo equo. Così stabilisce la Corte europea dei diritti dell’uomo, dopo tredici anni da quando il Cavaliere vi si appellò contestando la violazione della convenzione dei diritti dell’uomo, in particolare dell’articolo 6 che garantisce il diritto a un giusto processo.

Il processo

Riavvolgiamo il nastro: l’8 maggio 2013 la Corte d’appello di Milano condanna Berlusconi a quattro anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici, confermando la condanna in primo grado dell’anno precedente. Dopo poco meno di tre mesi, l’1 agosto, la Cassazione rigetta il ricorso di Berlusconi, confermando i quattro anni di reclusione e rimettendo a un altro processo la decisione sull’interdizione dai pubblici uffici. La condanna a quattro anni viene poi ridotta a uno in virtù dell’indulto, anno convertito in servizi sociali presso l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Quella del 2013 resta, ad oggi, l’unica condanna definitiva nei confronti di Berlusconi, a fronte di un totale di 36 processi subiti (nel 2019 il Cav sostenne di essere stato coinvolto in 88 processi, numero probabilmente ottenuto sommando i vari gradi di giudizio).

Il ricorso alla Cedu

Ma perché il Cavaliere si appellò alla Cedu dopo la sentenza della Cassazione? Come detto, la Corte europea dei diritti dell’uomo vigila sul rispetto, da parte dei Paesi che vi aderiscono, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, firmata a Roma nel 1950 e il cui articolo 6 sancisce il diritto a un equo processo. Con ricorso presentato il 28 dicembre 2013 Berlusconi lamentava la violazione di quel diritto e non solo.
Il ricorso era articolato in più punti, tra i quali il rifiuto, durante il processo, di rinviare udienze nonostante legittimi impedimenti dovuti a impegni istituzionali e a condizioni di salute e il fatto che il Presidente del collegio di primo grado avesse continuato a esercitare le proprie funzioni oltre il termine fissato dal Csm. Motivazioni, insieme ad altre, respinte ieri dalla Corte europea perché infondate o perché presentate tardivamente.

Il nodo dell’imparzialità

Tra le motivazioni del ricorso c’era anche un punto riguardante l’imparzialità della Corte di cassazione. Berlusconi sosteneva infatti che in un’intervista il presidente della Suprema corte Antonio Esposito avesse rivelato l’impianto argomentativo della decisione finale della Corte prima che le motivazioni fossero depositate, individuando questo come sintomo di un’influenza che lo stesso Esposito esercitava sull’intero collegio.

Il caso Esposito

L’intervista in questione venne rilasciata dal giudice Esposito il 5 agosto 2013 al quotidiano Il mattino, allora diretto da Alessandro Barbano. La frase incriminata è questa: «Berlusconi non è stato condannato perché non poteva non sapere ma perché sapeva: era stato informato del reato». Esposito smentì di aver di aver pronunciato quelle parole. Smentita a cui, però, fece seguito l’immediata controsmentita del quotidiano napoletano, in possesso della registrazione e quindi in grado di dimostrare che lo scritto riportava fedelmente le parole del giudice.

Il fatto di aver diffuso le motivazioni della condanna, o una loro parte, prima che il processo fosse formalmente concluso sollevò un polverone non solo politico, ma anche giudiziario. Il rappresentante della procura generale della Cassazione, Ignazio Juan Patrone, chiese per Esposito la sanzione della censura e definì il comportamento del giudice «gravemente scorretto» nei confronti degli altri membri del collegio. Per inciso, Esposito verrà poi giudicato dalla sezione disciplinare del Csm per violazione del dovere di riserbo e infine assolto dalla stessa sezione disciplinare.

Insorgono i legali

Oltre all’intervista al Mattino, i legali del Cavaliere sostenevano che Esposito avesse manifestato nei suoi confronti una profonda ostilità personale. Ieri la Corte europea, pur pronunciandosi all’unanimità sul rigetto del ricorso di Berlusconi, ha comunque ritenuto ricevibile proprio il motivo legato all’imparzialità della Corte di cassazione, sostenendo testualmente che «dare un’intervista alla stampa su una decisione alla quale il giudice ha contribuito può sollevare alcuni interrogativi, in particolare rispetto all’obbligo di riserbo tradizionalmente richiesto ai magistrati».

Conclude però che, nelle circostanze concrete del caso, l’intervista non lascia trasparire alcun pregiudizio del giudice riguardo alla causa né alcun dubbio oggettivamente giustificato sull’imparzialità della Corte di cassazione. Una conclusione che non soddisfa i legali della famiglia Berlusconi, che si dicono «amareggiati e sbalorditi dalla formula sbrigativa della Corte», che «liquida in una sola riga tredici anni di battaglia giudiziaria, di approfondimenti, di documenti e di argomentazioni relativi al difetto di equità del procedimento penale condotto nei confronti del Presidente Berlusconi».
L’infinito libro della battaglia tra il Cavaliere e i giudici si arricchisce di un nuovo capitolo.

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