La Commissione elettorale ha eliminato oltre 130 milioni di nomi e decine di milioni sono stati segnalati dagli algoritmi. I critici denunciano un impatto sproporzionato sui 200 milioni di musulmani indiani; il partito del premier respinge le accuse
Quasi un miliardo di indiani è chiamato a dimostrare, documenti alla mano, di avere diritto a restare nelle liste elettorali della più grande democrazia del mondo.
Una gigantesca revisione avviata dalla Commissione elettorale indiana ha già portato alla cancellazione di oltre 130 milioni di nomi, più dell’intera popolazione del Messico. L’obiettivo dichiarato è eliminare duplicati, errori e iscrizioni non valide. Ma l’operazione sta provocando proteste sempre più estese e accuse pesantissime contro il sistema con cui viene condotta.
Decine di milioni di elettori sono stati segnalati dagli algoritmi per possibili anomalie nei loro dati. Milioni di persone che hanno contestato la cancellazione risultano ancora in attesa di una decisione e, secondo il New York Times, alcune delle persone eliminate perché registrate come morte stanno cercando di dimostrare di essere vive. È il caos. E la rivolta.
Le proteste contro la Commissione elettorale
Migliaia di manifestanti chiedono le dimissioni di Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale, un’istituzione che per decenni ha goduto di grande prestigio per la gestione delle elezioni indiane. «Il cuore della nostra democrazia, che è il diritto di voto, è in grave pericolo», ha denunciato Rohinton Nariman, giudice della Corte Suprema.
La revisione è cominciata la scorsa estate in un singolo Stato. Poi si estesa lentamente all’intero Paese. Ex funzionari elettorali e analisti sentiti dal Nyt la considerano un colpo senza precedenti all’integrità del sistema elettorale. Ashok Lavasa, ex componente della Commissione, sostiene che sia cambiata la filosofia stessa con cui vengono costruite le liste: invece di cercare di includere gli aventi diritto, «lo sforzo e la priorità è eliminare le persone al minimo pretesto».
Il nodo dei 200 milioni di musulmani
Quello che sta accadendo ha però un impatto sproporzionato soprattutto sulle fasce della popolazione considerate meno propense a sostenere il Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito nazionalista indù del premier Narendra Modi. Si tratta di circa 200 milioni di musulmani indiani.
Non è dimostrato che l’operazione sia stata concepita ufficialmente per escludere gli elettori musulmani. Lo sostengono però due alti funzionari che hanno parlato anonimamente al Times. Uno afferma che l’intenzione è sfruttare la capillare organizzazione territoriale del Bjp per segnalare alle autorità locali persone da cancellare. L’altro collega l’operazione a un obiettivo più ampio della destra nazionalista indù: individuare ed escludere gli immigrati musulmani considerati irregolari.
Il Bjp respinge la contestazione. Pratyush Kanth, portavoce del partito, ricorda che anche le opposizioni avevano in passato chiesto di eliminare dalle liste duplicati, iscrizioni false e persone prive dei requisiti, e contesta che la revisione debba per questo essere considerata sospetta.
Gli algoritmi e gli errori nei documenti
Il meccanismo della revisione è uno dei punti più contestati. In passato i controlli avvenivano soprattutto attraverso verifiche fisiche, anche porta a porta. Ora è il cittadino a dover fornire la documentazione necessaria per dimostrare il proprio diritto al voto.
Un passaggio riguarda gli algoritmi. Milioni di persone sono state segnalate per «incongruenze logiche»: possono essere sufficienti differenze nell’ortografia di un nome, nel numero dei fratelli dichiarati o nell’intervallo di età tra loro. In un Paese nel quale la qualità dei registri anagrafici è disomogenea e molti non dispongono neppure di un certificato di nascita, errori amministrativi possono trasformarsi in ostacoli al diritto di voto.
Finora, inoltre, non sono emerse prove solide che la revisione abbia effettivamente individuato un numero significativo di cittadini stranieri iscritti irregolarmente.
Il caso del Bengala Occidentale
Il banco di prova più controverso è il Bengala Occidentale. Per decenni il Bjp non era riuscito a conquistare la maggioranza nell’assemblea dello Stato. Ci è riuscito nel maggio scorso, dopo una revisione delle liste che aveva eliminato circa nove milioni di nomi.
La Corte Suprema indiana aveva consentito che le elezioni si svolgessero nonostante milioni di persone avessero presentato ricorso contro la propria esclusione e fossero ancora in attesa di una decisione.
Ora dei circa 100 mila ricorsi già esaminati, la maggioranza è stata riconosciuta fondata e gli elettori interessati sono stati dichiarati legittimamente iscritti. Funzionari nominati dal tribunale hanno inoltre autorizzato il reinserimento nelle liste di 1,6 milioni di elettori del Bengala Occidentale. Ma la Commissione elettorale si è opposta alla loro riammissione presentando ricorso.
Le opposizioni hanno portato il caso davanti alla Corte Suprema sostenendo che il numero degli elettori cancellati abbia superato il margine di vittoria in 82 dei 207 seggi conquistati dal Bjp. È un’argomentazione dell’opposizione, non la prova che quelle cancellazioni abbiano determinato il risultato elettorale.
Una battaglia che arriva alla Corte Suprema
Le opposizioni accusano Modi di utilizzare istituzioni indipendenti, a cominciare dalla Commissione elettorale, per consolidare il vantaggio del suo partito. Ricordano inoltre che nel 2023 il premier modificò la composizione del comitato incaricato di nominare i commissari elettorali e che una legge ha garantito loro immunità legale.
Il Bjp sostiene invece che le polemiche siano alimentate da un’opposizione in difficoltà e difende la necessità di ripulire registri che da tempo presentano errori e duplicazioni. La prossima elezione nazionale è prevista per il 2029. Ma la battaglia sulle liste elettorali è già diventata una guerra sulla tenuta delle istituzioni della più grande democrazia del mondo.































