31 Ott, 2026

L’intelligenza artificiale corre, i governi restano indietro: il mondo senza regole dell’AI

L’intelligenza artificiale corre a una velocità che i governi non riescono più a seguire. Le tecnologie cambiano nel giro di settimane e mesi, mentre leggi e istituzioni si muovono nell’arco di anni. Il risultato è un vuoto politico e normativo che si allarga proprio mentre i sistemi di AI diventano più potenti, autonomi e difficili da controllare.

Il problema ormai attraversa Europa, Stati Uniti e Cina. I governi sono divisi tra la necessità di governare i rischi dell’intelligenza artificiale e la paura che imporre regole troppo severe significhi perdere terreno nella competizione economica e geopolitica. E mentre le istituzioni discutono, le aziende continuano a sviluppare modelli sempre più avanzati.

La distanza tra tecnologia e politica non è mai stata così ampia. Secondo oltre venti tra legislatori, tecnologi ed esperti interpellati dal New York Times, molti governi non riescono a decidere fino a che punto intervenire. A complicare tutto ci sono la politica interna, la scarsità di competenze tecnologiche nelle istituzioni, le divisioni geopolitiche e la convinzione che la corsa all’AI possa determinare gli equilibri economici e di sicurezza nazionale dei prossimi decenni.

L’Europa e una legge già inseguita dall’AI

Il caso europeo è forse il più evidente. Nel 2024 l’Unione europea ha approvato l’AI Act, la prima legislazione organica al mondo sull’intelligenza artificiale. Doveva diventare un modello globale per imporre garanzie e controlli sugli utilizzi più rischiosi della tecnologia.

Due anni dopo, quella legge è diventata anche un avvertimento su quanto sia difficile regolamentare una tecnologia che cambia così rapidamente.

L’AI Act era stato proposto all’inizio del 2021, circa un anno e mezzo prima dell’arrivo di ChatGPT. Era stato pensato inizialmente per affrontare soprattutto problemi come il riconoscimento facciale, per poi essere modificato con l’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale generativa.

Ma nel frattempo la frontiera si è spostata ancora. Oggi lo sviluppo si concentra anche sui cosiddetti agenti, sistemi capaci di agire con una supervisione umana molto ridotta. Le aziende stanno già ragionando su un futuro nel quale l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a creare le proprie generazioni successive.

«Quando l’abbiamo adottata, non potevamo neppure immaginare ciò che oggi l’AI è in grado di fare», ha riconosciuto Valérie Hayer, eurodeputata, parlando dell’AI Act. La legge, ha osservato, era all’avanguardia, ma «dobbiamo adattarci».

Von der Leyen davanti al dilemma europeo

Il dilemma è arrivato direttamente ai vertici dell’Unione.

All’inizio di settembre Ursula von der Leyen ha riunito alti funzionari europei in un palazzo ottocentesco alle porte di Bruxelles per preparare il discorso sullo Stato dell’Unione e discutere delle priorità dei Ventisette.

L’intelligenza artificiale ha dominato l’incontro.

Da una parte le opportunità economiche, dall’altra la sicurezza e i rischi crescenti. Il problema posto ai commissari è stato sostanzialmente uno: rafforzare la regolamentazione per rispondere ai nuovi pericoli oppure evitare ulteriori vincoli che potrebbero indebolire l’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina?

Una risposta definitiva non c’è ancora.

«L’intelligenza artificiale porta con sé un equilibrio di possibilità e rischi», ha detto von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre. «Senza affrontare questi rischi non saremo mai in grado di liberare il potenziale dell’AI».

L’Europa parte inoltre da una posizione industriale più debole rispetto ai due grandi concorrenti mondiali.

Già lo scorso anno Emmanuel Macron aveva riassunto brutalmente il problema: se americani e cinesi avranno tutti i campioni tecnologici, l’Europa potrà anche avere «le migliori regolamentazioni del mondo», ma rischierà di non avere più nulla da regolamentare.

L’AI Act alla prova dei nuovi sistemi

Anche l’applicazione concreta della legge europea procede con difficoltà. Alcune delle norme più importanti sugli utilizzi dell’intelligenza artificiale considerati ad alto rischio sono state rinviate, mentre carenze di personale e risorse complicano l’attività di controllo.

L’ufficio della Commissione incaricato di applicare molte delle nuove norme dispone di circa 40 persone nella sua unità dedicata alla sicurezza dell’AI. Il panel scientifico di 60 esperti previsto dall’AI Act per fornire competenze sui modelli più avanzati e sui loro rischi è stato nominato soltanto a giugno.

Gabriele Mazzini, funzionario della Commissione europea che ha avuto un ruolo centrale nella stesura dell’AI Act e che ha lasciato l’incarico nel 2024, ha giudicato deludente la fase di applicazione.

«Il loro obiettivo era approvare la legge e pensare all’attuazione dopo», ha detto. «C’è uno scollamento tra la legge e la realtà di ciò che viene regolamentato».

I sostenitori dell’AI Act ricordano però che il sistema è stato concepito proprio per adattarsi. Le autorità possono chiedere informazioni alle aziende, nominare esperti indipendenti per valutare i modelli, imporre correzioni e, nei casi estremi, bloccare un sistema di intelligenza artificiale in Europa e comminare sanzioni fino al 7 per cento del fatturato annuo dell’azienda.

«L’Europa è sempre stata chiara sul fatto che l’AI debba essere sviluppata in modo sicuro e trasparente e debba rimanere sotto il controllo umano», ha affermato il portavoce della Commissione Thomas Regnier.

Il caso che mostra quanto velocemente cambia la tecnologia

La difficoltà emerge anche davanti a situazioni che le norme non avevano previsto.

A luglio, secondo il New York Times, modelli di OpenAI sono usciti da un ambiente di test limitato e hanno violato i sistemi della startup di intelligenza artificiale Hugging Face. Ma l’episodio si è verificato durante una fase di sperimentazione, finendo in una zona poco chiara dal punto di vista dell’applicazione dell’AI Act, che in generale prevede esenzioni per ricerca e test precedenti all’immissione di un modello sul mercato europeo.

È l’esempio di un problema destinato a ripetersi: la legge cerca di definire il perimetro mentre la tecnologia continua a spostarlo.

Negli Stati Uniti le leggi restano ferme

Se l’Europa ha una regolamentazione che fatica a tenere il passo, negli Stati Uniti il problema è diverso: molte delle proposte per la sicurezza dell’AI non riescono neppure ad arrivare al voto.

Ad aprile la deputata democratica del Massachusetts Lori Trahan si è allarmata dopo che Anthropic aveva avvertito che il suo nuovo modello Mythos era troppo pericoloso per essere messo a disposizione del pubblico. Secondo l’azienda, la capacità del sistema di individuare vulnerabilità nei software avrebbe potuto provocare una sorta di «resa dei conti» sul fronte della cybersicurezza.

Trahan e il repubblicano californiano Jay Obernolte, che ha una laurea specialistica in intelligenza artificiale, hanno rapidamente preparato una proposta per imporre test di sicurezza ai modelli.

Cinque mesi dopo, quella proposta e decine di altre iniziative sulla sicurezza dell’AI sono ferme.

Una parte dei parlamentari preferisce aspettare le elezioni di midterm di novembre. Altri sono contrari a imporre limiti a un settore che Donald Trump vuole lasciare il più possibile libero dalla regolamentazione. Sullo sfondo pesa anche l’intensa attività di lobbying delle aziende tecnologiche.

«Se il Congresso non tiene il passo con l’AI, i pericoli saranno persino peggiori di quelli che abbiamo sperimentato con qualsiasi altra ondata tecnologica», ha avvertito Trahan.

Il “pulsante di emergenza” che il Congresso non vota

Il democratico californiano Ted Lieu, laureato in informatica, tenta da anni di portare il problema al centro del Congresso.

Dopo l’arrivo di ChatGPT aveva già scritto di essere spaventato dall’intelligenza artificiale. In seguito ha partecipato a una task force bipartisan per spiegare la tecnologia ai parlamentari, invitando anche dirigenti del settore come Sam Altman a mostrare concretamente il funzionamento dei sistemi.

L’interesse iniziale, però, è progressivamente diminuito.

Dopo l’episodio di Hugging Face, Lieu ha presentato una proposta per imporre una sorta di kill switch, un meccanismo capace di fermare i modelli qualora diventassero troppo pericolosi.

Ha descritto la situazione ai colleghi come un incendio da massimo livello d’allarme. Non è riuscito a raccogliere abbastanza sostegno.

«Sono più spaventato di quanto lo fossi nel 2023», ha detto.

Il repubblicano Brett Guthrie, presidente della commissione Energia e Commercio della Camera, ha affermato che probabilmente il Congresso non voterà alcuna legislazione sull’AI prima del prossimo anno. Guthrie ha anche riconosciuto di non comprendere il funzionamento dei modelli e di utilizzare poco l’intelligenza artificiale.

Trump, Xi e la corsa tra Stati Uniti e Cina

Il vuoto normativo americano pesa ancora di più perché Stati Uniti e Cina sono i due Paesi che guidano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Molti governi aspettano proprio di capire quale strada sceglieranno Washington e Pechino.

L’amministrazione Trump è divisa sulla sicurezza dell’AI. Il presidente sostiene che una regolamentazione troppo pesante danneggerebbe l’innovazione americana e consegnerebbe un vantaggio alla Cina.

Pechino ha introdotto alcune regole, soprattutto per controllare i contenuti prodotti dai chatbot, ma contemporaneamente continua a spingere sullo sviluppo tecnologico.

Nel vertice di Washington tra Donald Trump e Xi Jinping, i due presidenti hanno riconosciuto l’importanza strategica dell’intelligenza artificiale, senza però raggiungere un accordo su protocolli comuni di sicurezza.

Sono stati aperti nuovi canali di comunicazione per affrontare i rischi maggiori, ma la contraddizione resta: Stati Uniti e Cina avrebbero bisogno di cooperare per costruire standard internazionali, mentre contemporaneamente competono per ottenere il predominio nella tecnologia destinata a definire una parte del potere economico e militare futuro.

Trump contro una governance globale dell’AI

La divisione è emersa anche all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Numerosi leader mondiali hanno chiesto di affrontare insieme i rischi dell’intelligenza artificiale. Trump ha invece dichiarato che gli Stati Uniti respingeranno «qualsiasi tentativo di costruire uno schema globalista per controllare» la tecnologia.

Più di venti Paesi, tra cui quelli rappresentati da von der Leyen e Macron, hanno sottoscritto una lettera per chiedere azioni collettive sulla sicurezza dell’AI.

Anche nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu è emersa una rara convergenza sulla necessità di garanzie globali.

«Industria, governi e società devono agire ora», si legge nella lettera.

Xi, alla Casa Bianca, ha utilizzato un linguaggio diverso da quello di Trump: «Abbiamo sia la capacità sia la responsabilità di sviluppare e gestire l’AI per il bene e di garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rimanga sempre sotto il controllo umano».

Le aziende chiedono ai governi di intervenire

La pressione sulle istituzioni cresce anche dall’interno dell’industria.

I vertici di Anthropic, OpenAI e Google DeepMind hanno recentemente chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati e rafforzare la supervisione pubblica.

I ricercatori discutono scenari nei quali sistemi capaci di migliorarsi autonomamente potrebbero diventare difficili da controllare e produrre conseguenze catastrofiche.

Nel frattempo anche l’opinione pubblica americana mostra una crescente diffidenza: secondo un recente sondaggio del New York Times, il 61 per cento dei probabili elettori si oppone alla costruzione dei data center necessari ad alimentare l’intelligenza artificiale.

Le aziende, però, continuano in larga misura a controllarsi da sole. Anthropic e OpenAI sono tra le società che operano in un sistema nel quale la capacità dei governi di imporre controlli resta molto inferiore alla velocità dell’innovazione.

Ed è proprio qui che si apre il vuoto.

«I governi ragionano su scale temporali di anni, non di settimane o mesi», ha osservato Darren Jones, parlamentare britannico che si è occupato di AI e politica tecnologica. «Istituzionalmente non siamo organizzati per tenere il passo con la velocità dello sviluppo».

La tecnologia continua a correre. Le istituzioni cercano ancora di decidere come inseguirla.

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