La Turchia raccoglie i frutti della crisi di Iran e Israele e consolida la propria influenza in Siria. Ma l’espansione di Ankara porta Erdogan sulla rotta di collisione con Tel Aviv.
Spesso il principale vincitore di un conflitto regionale di grande portata risulta essere, con il vantaggio della posteriorità, uno degli attori che quel conflitto non lo ha combattuto ma lo ha osservato dagli spalti. Successe così per i macedoni dopo la guerra del Peloponneso e potrebbe succedere, e in parte sta già succedendo, così anche con la Turchia in Medio Oriente. Dopo anni di scontri diretti e indiretti tra Iran e Israele, che si sono contesi il dominio sulla regione per decenni, Ankara è infatti l’attuale potenza in ascesa. Capace d’incassare vittorie geopolitiche su vari fronti senza mai realmente scendere in campo.
L’ascesa della Turchia nel nuovo Medio Oriente
In Siria la caduta del regime di Bashar al-Assad, alleato storico di Teheran, ha favorito la salita al potere di un governo voluto e finanziato in larga parte dai turchi. Nel Golfo le conseguenze della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno spinto sempre più potenze a guardare ad Ankara come un tempo avrebbero guardato a Washington, cercando quelle garanzie di sicurezza che gli Usa non sembrano più in grado di offrire. Nei territori palestinesi, complici i danni subiti negli anni di guerra dai principali attori politici locali e specialmente da Hamas, i turchi guadagnano ogni giorno più influenza, diventando uno dei principali portabandiera della causa palestinese sullo scacchiere internazionale. Tutte vittorie ottenute spendendo poco o nulla e senza investire risorse militari significative o rischiare sconfitte debilitanti.
Erdogan e Netanyahu: una rivalità sempre più aperta
Ma anche vincere troppo, e troppo in fretta, può avere i suoi lati negativi. Per la Turchia del Presidente Recep Tayyip Erdogan gli effetti nefasti del successo degli ultimi anni si concretizzano nel nuovo e inevitabile confronto politico e geopolitico con Israele. Paese con il quale la tensione non fa che salire ormai da diverso tempo e che è divenuto ad oggi il principale rivale regionale di Ankara. A testimoniarlo ci sono moltissimi esempi: dall’affondo legale di ieri dei turchi contro Benjamin Netanyahu agli attacchi israeliani contro le basi siriane a ridosso del confine settentrionale con la Turchia dei giorni scorsi. E ancora più addietro le moltissime dichiarazioni di Erdogan contro Israele e il suo operato a Gaza, o le manovre attuate da Ankara per tutelare membri di Hamas sul suo territorio.
Tutte mosse dettate dal fatto che l’ascesa esplosiva del Paese sullo scacchiere mediorientale ha messo oggi la Turchia in una condizione nella quale non potrà più semplicemente guardare lo svolgersi degli eventi nella regione per trarne profitto senza investire. Le sfere d’influenza turca e israeliana, infatti, sono arrivate a toccarsi e questo significa generalmente in geopolitica che le due potenze sono diventate dirette rivali, poste in rotta di collisione l’una con l’altra.
Siria, il terreno dello scontro tra Ankara e Tel Aviv
In nessun quadrante questo aspetto è tanto evidente quanto in Siria, Paese dove tanto Ankara quanto Tel Aviv stanno manovrando ormai da diverso tempo.
Israele nel Sud: Golan e comunità drusa
Nel sud, nelle regioni più vicine ai suoi confini, Israele ha espanso la sua zona di sicurezza nella regione del Golan, arrivando a minacciare direttamente la tenuta governativa su una delle regioni più volatili. In tal senso, la strategia israeliana si è indirizzata anche verso il tentativo di cooptare alla sua causa una delle comunità etno-religiose più rilevanti in quelle zone, i drusi. Preoccupati dall’indirizzo che il nuovo esecutivo di Damasco, che trae le sue origini dalle fazioni sunnite che si opponevano ad Assad, potrebbe favorire. Una manovra che ha dato i suoi frutti in più occasioni nel recente passato e che rischia di impedire al governo di controllare effettivamente una porzione strategicamente rilevante del Paese.
Ankara nel Nord: governo siriano e alleanze regionali
A Nord e nel Centro, invece, Ankara continua a consolidare la sua presa sul nuovo governo siriano, tentando di rafforzarne le capacità militari presumibilmente proprio in modo tale da renderlo più solido in caso di possibili colpi di mano israeliani. In tal senso, Damasco sembra stia persino considerando di unirsi al cosiddetto “Patto della Mecca”, l’alleanza militare e geopolitica tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita che è tanto il volano quanto il simbolo più evidente dell’ascesa turca in Medio Oriente. Qualora la Siria dovesse effettivamente aderire alla “Nato di Ankara”, Erdogan guadagnerebbe il pretesto che gli serve per poter schierare ufficialmente truppe e mezzi in territorio siriano, andando evidentemente a blindare quell’area del fronte da possibili manovre israeliane e costringendo Tel Aviv ad accettare costi politici e diplomatici maggiori in caso di raid contro il vicino.
Il rischio di un conflitto per procura
Tutte queste mosse, comunque, non fanno che alzare il rischio che in futuro forse neanche troppo lontano le due potenze arrivino a qualche tipo di scontro. Non diretto, magari, ma tramite la mobilitazione dei rispettivi proxy locali. E non è detto che in un confronto frontale la Turchia abbia già i mezzi per poter effettivamente contrastare mosse più decise da parte degli israeliani. Né che, a conti fatti, Erdogan abbia il capitale politico per potersi permettere uno scontro di questo tipo.
Il pericolo, allo stato attuale delle cose, è che la Turchia abbia raccolto i frutti del proprio lungimirante agire geopolitico troppo presto, entrando nell’arena mediorientale impreparata alle sfide che il proprio successo inevitabilmente porta con sé. Che sia diventata, in buona sostanza, non la Macedonia che osserva il declino degli altri per ereditarne la posizione, ma la Tebe che, dopo aver conquistato un ruolo di primo piano, scopre di dover combattere per mantenerlo.































