Alexandria Ocasio-Cortez liquida il «Woke 1.0» come una follia, ma dietro la battuta potrebbe esserci una svolta strategica della sinistra americana: meno battaglie culturali e più attenzione a salari, lavoro e potere economico. È l’alba del «Woke 2.0»?
«Il Woke 1.0 era una follia». L’ha liquidato con una battuta, la deputata new yorchese Alexandria Ocasio-Cortez, eppure il tema così abilmente costeggiato dalla stella della sinistra socialista americana non è destinata a svanire sommerso dalle risate del pubblico in studio come accaduto alla facezia della giovane politica di origine portoricana. Per molti media americani l’uscita non è stata casuale. Da tempo, infatti, l’evoluzione politica della Ocasio-Cortez, da deputata barricadera a leader del Partito Democratico in quanto espressione della sua ala più progressista, è seguita con attenzione alla ricerca di prove di una sua potenziale futura corsa per la presidenza. Addirittura, secondo la rivista Axios, la deputata starebbe già valutando la sua candidatura alla presidenza nel 2028.
Una svolta per conquistare l’elettorato
Chiudere i conti con “l’era Woke” servirebbe così a rendersi potabile per un elettorato più ampio di quello della sinistra radicale statunitense. Passaggio necessario perché oggi le dichiarazioni wokiste di pochi anni fa sono considerate tra le maggiori ipoteche sull’eleggibilità dei candidati progressisti americani. Un ripensamento del proprio profilo politico si impone dunque, lasciando tuttavia nel dubbio se questo rappresenti un maturamento sincero inserito in un percorso di crescita volto a istituzionalizzare le legittime richieste della base progressista oppure se non costituisca un riposizionamento più tattico, un nascondere la polvere sotto il tappetto in attesa di mettere le mani sulla barra di comando.
Per poi far riemergere una volta arrivati al potere le vecchie battaglie di quelli che la stessa Ocasio-Cortez, nella sua intervista, definisce «estremamente fecondi». Il fenomeno non è limitato esclusivamente a Ocasio-Cortez. La deputata stava citando il collega di partito Chi Ossé, consigliere comunale e stella nascente dei socialisti della Grande Mela: il 28enne, in risposta a un utente che su X gli chiedeva conto di quando nel 2021 aveva detto che nessun maschio eterosessuale bianco avrebbe dovuto essere eletto presidente del consiglio comunale di New York, aveva risposto dicendo semplicemente che – appunto – il woke era stato una pazzia.
Che cos’è stato il Woke 1.0
La dicitura, però, è significativa: Woke 1.0 presuppone infatti che ne esista uno 2.0. Cos’è stato dunque il Woke della prima ora. Difficile riassumere in poche righe un movimento culturale (o anticulturale, secondo i suoi detrattori) che tra nell’ultimo decennio ha raccolto sotto la sua bandiera le istanze progressiste più disparate: dall’ossessione per il politicamente corretto al Me Too femminista, dalle proteste per l’omicidio di George Floyd fino alla lotta per l’affermazione dei diritti transgender.
Un’ondata che portò con sé anche molti eccessi: la Cancel Culture contro persone, idee o opere d’arte considerate offensive; la battaglia per abolire la polizia e le prigioni in nome dell’utopia della giustizia non repressiva; la richiesta di riparazioni agli afroamericani per la schiavitù; gli “open borders” e della depenelizzazione dell’immigrazione clandestina; il vessillo dell’identità fluida, che urtò persino molte femministe. Battaglia radicali e anche largamente impopolare presso gran parte della popolazione, che hanno fornito utili munizioni alla retorica della destra.
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Agli storici del futuro spetterà stabilire se Woke e trumpismo siano stati causa o effetto, se il wokismo ha portato il tycoon alla Casa Bianca oppure se sia stata proprio la sua ascesa al potere a radicalizzare e rendere popolare un movimento prima di allora ristretto agli ambienti accademici progressisti. Il Woke 1.0 è stato soprattutto una guerra di simboli e di parole, interessato più alla propria affermazione culturale che alla produzione di politiche concrete.
Dalle battaglie culturali all’economia
Periodo che viene oggi riletto però non come un errore ma come una fase necessaria per emergere quale forza politica. Ora che i disastri di Trump, letti non solo come un effetto del personaggio ma come il frutto di un sistema capitalista strutturalmente marcio dalle fondamenta, hanno reso chiaro al popolo americano la necessità di riforme serie della società statunitensi le battaglie culturali possono essere archiviate in favore di un’agenda più attenta all’economia. «It’s the economy, stupid», disse famosamente lo spin doctor di Bill Clinton, James Carville, nel 1992 quando l’allora giovane governatore dell’Arkansas sconfisse il presidente uscente George H.W. Bush.
E oggi un’economia che sembra regalare dividendi sempre inferiori a una popolazione già afflitta dalla crisi d’identità del Sogno Americano e delusa dalla propria classe politica sembra aprire praterie alle forze progressiste. Insomma, il passo indietro della Ocasio-Cortez non è una resa, ma l’alba del “Woke 2.0”: una sinistra che smette di fare la guerra sulle parole e torna a concentrarsi su salari, tutele sindacali e potere economico. Un cambio di tattica comunicativa, non di obiettivi, nella lunga marcia dei socialisti americani verso il potere. In attesa del prossimo “contrordine compagni”, a che ora è la rivoluzione?
































