18 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Ago, 2026

Mandare in soffitta il Paese dell'ipocrisia

Il caso Lavitola-Ranucci diventa lo specchio di una crisi più profonda. Personalizzazione della politica, populismo e classi dirigenti incapaci di misurarsi con le grandi sfide del presente


C’è grande ipocrisia in giro. Tutti a dare del mitomane a  Valterino Lavitola . Esempio di ciò che può produrre la mancata igiene culturale del potere, per essersi immaginato capace di far conquistare Palazzo Chigi al campione di quella categoria di uomini che Leonardo Sciascia avrebbe definito “professionisti dell’indignazione”. Adamantini  fuori e opachi dentro, che risponde al nome di Sigfrido Ranucci.

E cosa c’è di strano ad architettare un disegno del genere. In un’Italia che da oltre trent’anni ha voluto mettere quanto ha di più caro, le proprie sorti collettive, nelle mani di qualunque personaggio fosse dotato di un po’ di fama?

Anzi, in un caso, quello dell’avvocato (poi auto-definitosi del popolo) Conte, ha promosso persino chi era sprovvisto di un minimo di notorietà e non aveva mai fatto sapere quali fossero i fondamenti della sua cultura politica. Ammesso, e non concesso, che ne possedesse una. 

Il leaderismo italiano e il mito dell’uomo solo al comando

In fondo, rileggendo la storia della Repubblica da quando ha archiviato la sua prima stagione in poi, il ragionamento (si fa per dire) del faccendiere ristoratore risulta perfettamente commestibile alla mensa della nostra politica. Il nuovismo sposato al leaderismo individualista paga, perché non dovrebbe funzionare con un tribuno televisivo che con gli ingredienti del populismo e del giustizialismo si è imposto all’opinione pubblica?

Così è stato per Beppe Grillo, e per carità di patria mi fermo a questo nome emblematico, tralasciando di farvi la lista, e così avrebbe potuto essere per Ranucci, che per di più poteva vantare l’appoggio esplicito della parte più politicizzata della magistratura. Folcloristico? Certamente. Ma forse non lo erano il Bossi in mutande e canotta. Il Berlusconi del kit del candidato e del bunga bunga o il Di Pietro del “che c’azzecca”. E non lo è il Generale patriarcale che si sta imponendo con parole d’ordine truci e immagini maciste?  In quanto a castigamatti improbabili, non ci siamo fatti mancare niente.

Dal populismo televisivo alla politica dei casi di cronaca

D’altra parte, mentre il mondo brucia, le storiche solidarietà occidentali vengono meno e siamo oggetto della guerra (ibrida) russa senza rendercene conto, per settimane il problema principale dell’Italia sono state le sorti di un gioielliere di Cuneo condannato per omicidio. Alimentando l’idea che si debba legiferare partendo dai casi di cronaca e che farsi giustizia da soli sia lecito anche se la legge dice altro (per fortuna). Possibile che la politica ruoti solo intorno all’ennesima riforma della legge elettorale, tra preferenze negate e consenso virtuale creato con il super premio di maggioranza?

E che il dibattito politico si riduca alla tiritera sulla stabilità assicurata dalla destra, mentre la coalizione si sgretola, e sull’unità delle sinistre, mentre non hanno uno straccio di programma comune e di leadership conclamata? Per non parlare della vergogna di chi, in piena guerra militare contro l’Ucraina e ibrida contro l’Europa da parte della Russia, blandisce il nemico, Putin, con dichiarazioni più o meno esplicite. 

Politainment e degrado del dibattito pubblico

Insomma, mentre il mondo vive trasformazioni epocali che richiederebbero il maggiore senso di responsabilità possibile delle classi dirigenti e il massimo dell’attenzione da parte dell’opinione pubblica, l’Italia provinciale e mentecatta dedita al politainment, cioè la banalizzazione e spettacolarizzazione della vita nazionale a cura del sistema politico-mediatico, mostra il peggio di sé. E dunque, la verità è che questa vicenda Lavitola-Ranucci rappresenta il degno coronamento del progressivo degrado della politica italica, anzi del fallimento del nostro sistema politico-istituzionale, conclamato ma (purtroppo) non ancora certificato in via definitiva. 

La crisi globale non assolve l’anomalia italiana

Al cospetto di questo imbarbarimento, molti si consolano convincendosi che un po’ tutte le democrazie siano in crisi, anzi che sia in discussione il concetto stesso di democrazia. Certo, la torsione imposta da Trump alla democrazia americana, le fortune degli autocrati delle democrature che i nazional-populisti dei Paesi liberali invidiano, il mondo insanguinato dai conflitti che fatica maledettamente a trovare un rinnovato sistema di regole e nuovi equilibri, inducono a pensare che sia una diagnosi vera. Eppure, a ben guardare, le cose non stanno (solo) così. Ma soprattutto, si corre il rischio di fare di ogni erba un fascio, perdendo di vista la specificità trentennale della crisi italiana. E che è venuto il momento di affrontare una volta per tutte. 

Oltre Lavitola-Ranucci: il cambiamento parte dai cittadini

Forse, paradossalmente, l’indecente vicenda del lobbista alle vongole e dello sputtanatore seriale (ma non degli amici degli amici) potrebbe aiutare ad archiviare il Paese dell’ipocrisia e del trasformismo, che così bene rappresenta. Nella consapevolezza, però, che ciascuno ha la rappresentanza politica che si merita, e dunque il cambiamento, tanto più se radicale, non può venire da chi il decadimento della politica lo rappresenta o si candida a rappresentarlo, ma dai cittadini dell’Italia migliore che deve finalmente darsi una regolata.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA