18 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Ago, 2026

Caso Ranucci, se la politica si decide al tavolo del bistrot

Sigfrido Ranucci

L’inchiesta sul presunto attentato a Sigfrido Ranucci e le ipotesi sulla sua candidatura possono alimentare sfiducia nelle istituzioni, astensionismo e consenso ai partiti anti-sistema in vista delle elezioni del 2027


Forse è vero, come ha osservato Antonio Polito sul Corriere della Sera, che l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci ha risparmiato all’Italia l’ennesimo governo di marca populista e giustizialista. Certo, agli elettori e soltanto agli elettori spetterà il compito di collocare eventualmente il conduttore di “Report” in Parlamento o addirittura a Palazzo Chigi.

Ma, appunto, la frequentazione con un personaggio discutibile come Valter Lavitola, l’idea di una candidatura costruita “a tavolino” e l’ipotesi di un attentato dinamitardo messo in scena per sostenerla inducono a ritenere che l’ingresso di Ranucci nei palazzi del potere non sarà una cavalcata trionfale. L’indagine condotta dalla Procura di Roma, però, non mette il Paese al riparo da un pericolo altrettanto grave. E cioè che a trionfare, alle elezioni del 2027, siano ancora una volta l’astensione e quei partiti anti-sistema – primo fra tutti Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci, ma anche il nascente movimento di Alessandro Di Battista – che anche da vicende opache come quella dell’attentato a Ranucci traggono la propria linfa vitale.

Il caso Ranucci e la sfiducia nella politica

Il ragionamento è molto meno astruso di quanto possa sembrare. E per comprenderlo basta evidenziare alcuni aspetti finora emersi dall’inchiesta. Il primo è che l’idea della candidatura di Ranucci sarebbe frutto delle trame di un faccendiere pregiudicato e animato, più che da una sincera amicizia nei confronti del giornalista, dal desiderio di diventare l’eminenza grigia alle spalle del prossimo presidente del Consiglio. Lavitola, infatti, avrebbe immaginato Ranucci alla guida dello schieramento di centrosinistra, andando così a stuzzicare l’ego ipertrofico del conduttore di “Report”. E, in questo suo disegno, l’ex editore dell’Avanti si sarebbe servito dell’ignaro aiuto di due prestigiose firme del giornalismo nazionale alle quali avrebbe chiesto suggerimenti su alcuni presunti sondaggi favorevoli alla candidatura di Ranucci.

Una candidatura fuori dai luoghi della democrazia

La possibile discesa in campo di quest’ultimo, dunque, non sarebbe emersa da un legittimo e aperto confronto all’interno del centrosinistra. Non da un congresso di partito, come quelli che durante la Prima Repubblica vedevano intere comunità dibattere fino a dividersi per poi ricompattarsi intorno alla figura del leader riconosciuto. Nemmeno da una convention di alleati, magari disposti a mettere da parte le velleità personali in nome dell’unità della coalizione. Non dalle primarie che, per quanto discusse e discutibili, restano lo strumento preferito dalle forze progressiste per selezionare i candidati in vista delle elezioni. L’ipotesi della candidatura di Ranucci sarebbe nata a un tavolo del bistrot gestito da Lavitola a Roma, secondo dinamiche piuttosto opache e non a caso oggetto di indagine, dunque ben lontano dalle sedi istituzionali in cui una leadership politica deve manifestarsi in modo legittimo e trasparente.

Dalla politica opaca all’astensione elettorale

Una simile circostanza rischia di rafforzare, nell’elettorato di ogni colore, la convinzione che le decisioni cruciali per il futuro del Paese vengano prese in luoghi diversi da quelli istituzionali e magari da soggetti privi di qualsiasi legittimazione democratica. In altre parole, il pericolo è che l’elettore percepisca ciò che avviene intorno a sé come una colossale finzione, rassegnandosi all’idea di non avere strumenti per incidere sulla vita democratica del Paese. E che cosa tende a fare l’elettore quando avverte questa sensazione? Si rifugia nell’astensione, contribuendo così  all’ulteriore indebolimento delle istituzioni, oppure nei partiti anti-sistema, capaci di ridurre il messaggio politico a poche parole d’ordine che però trasmettono l’idea di una maggiore  “limpidezza”.

Astensione e populismo: il precedente del 2018

Ecco perché non ci sarebbe da meravigliarsi se, alle prossime elezioni, si registrasse un ulteriore aumento dell’astensione e del consenso ai partiti anti-sistema anche per effetto del caso Ranucci. La storia, d’altra parte, ci insegna che i due fenomeni camminano di pari passo. Alle elezioni del 2018, quando il Movimento Cinque Stelle stravinse in gran parte dei collegi meridionali spianando la strada al primo governo Conte, l’astensione raggiunse addirittura il 27,1%, in aumento di oltre due punti rispetto alla tornata del 2013. E nessuno poteva ancora immaginare, in quel momento, che alle europee del 2024 più del 50% degli aventi diritto al voto avrebbe disertato i seggi.

Possibili scenari futuri

Lo stesso copione potrebbe andare in scena tra qualche mese. E a trarre i più ricchi dividendi dall’attuale scenario potrebbero essere, ancora una volta, i partiti populisti. Anche perché, mentre il caso Ranucci accredita l’ipotesi di candidature emerse in modo opaco e sostenute attraverso strategie addirittura criminali, i partiti sono impegnati nella discussione sulla riforma elettorale: una materia che è senza dubbio importante per la vita e il funzionamento delle istituzioni democratiche, ma che inevitabilmente finisce per alimentare nell’elettorato la sensazione di una classe politica ripiegata su se stessa e interessata a difendere le proprie rendite di posizione più che a risolvere i problemi delle persone.

Elezioni 2027: l’allarme per i partiti tradizionali

Quanto questa prospettiva sia concreta, saranno già i sondaggi a dirlo. Se le prossime rilevazioni dovessero confermare l’avanzata di partiti come Futuro Nazionale, allora si avrebbe una prima prova dell’effetto Ranucci sulle dinamiche del consenso elettorale. E per i partiti suonerebbe un campanello d’allarme al quale bisognerebbe reagire immediatamente. In che modo? Migliorando la qualità dell’offerta politica e rendendo sempre più democratici, trasparenti e partecipati i processi di formazione delle classi dirigenti e di selezione delle candidature. A meno che non si voglia correre il rischio di vedere non Ranucci in Parlamento, ma Vannacci o Di Battista accomodati sugli scranni del governo.

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