17 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Ago, 2026

Il metodo Ranucci. Il potere di esporre

Report nasce per controllare il potere. Ma il giornalismo televisivo produce a sua volta una forma di autorità: decide cosa mostrare, come montarlo e quale scena consegnare al giudizio del pubblico


La Rai presenta Report come una trasmissione dedicata a «svelare i meccanismi del potere», attraverso inchieste su politica, economia, criminalità, sanità e società. Ma con Sigfrido Ranucci il dispositivo ha assunto una fisionomia ulteriore: l’inchiesta non è soltanto un procedimento per arrivare alla verità; diventa anche una rappresentazione pubblica dell’atto di cercarla.

Il punto, infatti, non è se Report faccia buone o cattive inchieste. È più interessante domandarsi quale forma di potere produca il suo stesso modo di fare giornalismo.

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La domanda come forma di potere

Ranucci è, prima di tutto, l’uomo che domanda. Ma la sua domanda non possiede più la semplicità interrogativa. È una domanda che ha già alle spalle un archivio, una successione di documenti, testimonianze, immagini, dichiarazioni precedenti, contraddizioni.

Quando finalmente raggiunge il suo interlocutore, la domanda appare dunque come l’ultima pallottola di una lunga preparazione balistica. L’intervistato può rispondere, negare, tacere, scappare. Ma ogni gesto è suscettibile di essere riassorbito nella narrazione. Se risponde, la risposta può essere sottoposta a verifica. Se nega, si può mostrare il documento che lo contraddice. Se tace, il silenzio diventa una notizia. Se fugge, la fuga diventa immagine.

È il magnifico paradosso della televisione investigativa: l’intervistato non può più fornire una vera risposta innocente, perché qualunque risposta entra nel montaggio e quindi nel racconto.

Un tribunale senza essere un tribunale

È la qualità quasi kafkiana del dispositivo. Il potere giudiziario ha l’aula, il magistrato ha il processo, il poliziotto ha l’interrogatorio. Il giornalista televisivo possiede invece qualcosa di più moderno e forse di più ambiguo: detiene la scena pubblica nella quale l’interrogatorio avviene.

Ranucci non è un magistrato, naturalmente, e Report non è un tribunale. Ma la forma televisiva tende a produrre una situazione para-giudiziaria: qualcuno è chiamato a rispondere, qualcuno dispone delle carte, qualcuno formula le domande, qualcuno osserva. E soprattutto c’è una platea.

Il vero destinatario dell’interrogatorio non è infatti soltanto l’uomo inseguito con il microfono: è il pubblico che assiste alla sua esposizione.

Il potere di rendere visibile

Il potere di Ranucci nasce dal fatto di poter trasformare una relazione privata o istituzionale in una scena pubblica. Un potere eminentemente mediatico: il potere di rendere visibile, di montare, di mettere in relazione, di attribuire un significato.

Un potere particolare perché non si presenta come potere. Si presenta come suo contrario. Il giornalista dice: io sono qui per controllare chi comanda. E proprio mentre controlla chi comanda, acquisisce una forma di comando sulla rappresentazione di colui che comanda.

L’ironia della faccenda diventa irresistibile. Il giornalista anti-potere può diventare una delle persone più potenti dentro la scena televisiva proprio perché combatte il potere. Più è aggressivo nei confronti del ministro, dell’imprenditore o del dirigente, più appare indipendente; più appare indipendente, più cresce la sua autorità; più cresce la sua autorità, più la sua domanda acquista il carattere di una convocazione.

Quando il giornalista diventa il pubblico

Non è necessario che Ranucci dica «lei è colpevole». Gli basta continuare a chiedere. E lo spettatore può identificarsi con lui: finalmente qualcuno domanda ciò che noi avremmo voluto domandare.

Ma proprio qui si produce una trasformazione sottile. Il giornalista non rappresenta più soltanto l’interesse del pubblico: diventa la sua incarnazione. La sua voce tende a coincidere con la voce dello spettatore. E quando questo accade, ogni resistenza dell’intervistato appare come una resistenza alla collettività stessa.

La formula implicita diventa: «Se non rispondi a me, non rispondi agli italiani». È una formula potentissima, ma anche pericolosa, perché cancella la distanza fra informazione e rappresentazione.

Il giornalista non si limita più a mediare il rapporto fra il cittadino e il potere: tende a occupare il posto del cittadino. Non parla soltanto «al» pubblico: parla «come» pubblico.

Ranucci dentro il campo di battaglia

Questo spiega anche la crescente centralità della persona Ranucci. La storia di Report non coincide più soltanto con quella delle sue inchieste. La figura del conduttore è diventata parte della notizia, del conflitto politico, della discussione pubblica.

La sua autorevolezza, le sue polemiche, le contestazioni al programma, le reazioni dei partiti contribuiscono a costruire una figura che eccede il ruolo professionale. Al di là delle responsabilità individuali nella vicenda del finto attentato ordito da Lavitola, ancora oggetto di accertamento, è significativo che la vicenda sia immediatamente diventata una questione di libertà di stampa, sicurezza del giornalista, politica e reputazione pubblica.

Il giornalista è ormai egli stesso dentro il campo di battaglia che racconta.

Il potere mediatico non ordina: espone

Questo è forse il tratto più contemporaneo di Ranucci: non è più semplicemente colui che osserva il potere. È diventato una figura del potere mediatico che osserva il potere politico, economico e istituzionale.

La distinzione è decisiva. Il potere mediatico non consiste nel poter decidere una legge o nominare un dirigente. Consiste nel poter stabilire quali relazioni diventano visibili e sotto quale forma.

Il suo strumento non è la coercizione ma la visibilità. Non ordina: mostra. Non condanna: espone. Non sequestra: mette in onda.

Ma mostrare non è un gesto neutrale. La telecamera separa, seleziona, ingrandisce, rallenta, ripete. Il montaggio crea una grammatica della responsabilità. La televisione è dunque il luogo nel quale il fatto viene trasformato in scena e la scena in interpretazione.

Il cavaliere dell’indignazione civile

Ranucci è particolarmente efficace perché sembra aver compreso questa legge fino in fondo. Il suo personaggio funziona quando incarna una virtù molto italiana: l’insistenza.

È il cittadino che non si rassegna, il seccatore che continua a bussare alla porta, il rompiscatole che non accetta il «no comment». Una specie di cavaliere dell’indignazione civile, con il tesserino da giornalista al posto della spada.

Ma proprio per questo il suo personaggio contiene una contraddizione filosoficamente interessante. Il giornalismo nasce per limitare il potere attraverso la critica; il giornalista televisivo, quando diventa un soggetto pubblico abbastanza potente, entra a sua volta nel sistema dei poteri che osserva.

La sua forza dipende allora dalla capacità di mantenere aperta questa contraddizione senza nasconderla.

Quando l’indipendenza diventa autorità

Il problema non è stabilire se Ranucci sia stato «condizionato» qualche volta da Lavitola oppure se sia stato sempre «indipendente». Il problema più serio è capire che cosa accade quando l’indipendenza diventa essa stessa una fonte di autorità.

Perché allora il giornalista può trasformarsi in una specie di sovrano minore della televisione: non dispone della forza dello Stato, ma dispone della forza della scena pubblica.

Non può arrestare nessuno, ma può inseguirlo. Non può emettere sentenze, ma può costruire il racconto dentro il quale una persona verrà giudicata dal pubblico. Non ha il potere di punire, ma possiede il potere di esporre chiunque alla gogna.

Ed è forse questo il vero tema di Ranucci: non il giornalista contro il potere, ma il potere che nasce dal diritto di rappresentare e giudicare il potere degli altri.

Chi controlla chi controlla i potenti?

A quel punto la domanda decisiva non è più soltanto: «Chi controlla i potenti?». Bisogna aggiungere: «Chi controlla colui che controlla i potenti?».

La democrazia televisiva comincia precisamente da questa seconda domanda. E, come tutte le domande democratiche, sarebbe opportuno porla pretendendo una vera risposta.

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