Il Garante avverte: rischio di sorveglianza di massa. Ma l’Italia sceglie il livello minimo di garanzia consentito dall’UE
Il Parlamento sta esaminando lo schema di decreto legislativo che consegna allo Stato uno degli strumenti di controllo più invasivi mai introdotti nel nostro ordinamento. Si tratta dell’identificazione biometrica a distanza, in tempo reale, mediante intelligenza artificiale. Il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso parere favorevole, ma ha imposto condizioni che mettono in luce criticità tutt’altro che marginali. Ha denunciato, in particolare, il rischio che l’articolo 10 legittimi una «raccolta massiva e preventiva di dati biometrici» in grandi eventi e persino intere aree urbane.
Cosa prevede il decreto e le critiche del Garante
In luoghi definiti, con formula di interesse per l’ordine e la sicurezza pubblica, potranno essere acquisiti e conservati per sette giorni i dati biometrici di tutti i presenti. Non soltanto degli indagati o dei sospettati: di tutti. Se successivamente verrà commesso un reato, quelle immagini potranno essere elaborate per ricercare una persona semplicemente “indiziata”, sotto la responsabilità di un ufficiale di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria, senza preventiva autorizzazione del pubblico ministero e, soprattutto, senza il controllo di un giudice.
Il Garante ha contestato espressamente questa impostazione. Il Regolamento europeo consente soltanto ricerche mirate effettuate a posteriori su immagini già registrate. Non autorizza la trasformazione automatica e indiscriminata del volto di ogni passante in un dato biometrico immediatamente disponibile. Ha inoltre chiesto garanzie contro l’accrescimento progressivo delle banche dati, requisiti rigorosi sulla qualità delle immagini e la cancellazione effettiva dei dati acquisiti illegittimamente.
Il nuovo articolo 359-ter e la soglia troppo bassa
Non meno preoccupante sarà il nuovo articolo 359-ter del codice di procedura penale. Il riconoscimento biometrico in tempo reale potrà essere utilizzato per i delitti indicati dall’AI Act puniti con pena non inferiore nel massimo a quattro anni. Questa è una soglia che comprende un catalogo vastissimo e non seleziona affatto reati di eccezionale gravità. Per intercettare una conversazione la legge richiede, di regola, una pena superiore nel massimo a cinque anni, gravi indizi di reato e l’assoluta indispensabilità dell’atto per proseguire le indagini. Per identificare e seguire una persona attraverso il suo volto non è prevista nessuna condizione equivalente di assoluta indispensabilità.
L’Italia sceglie il livello minimo di garanzia
L’Europa stabilisce il limite oltre il quale gli Stati non possono spingersi, non impone loro di utilizzare integralmente ogni deroga consentita. Quel limite rappresenta una garanzia minima, non il modello ideale al quale uniformarsi. Uno Stato liberale dovrebbe restringere ulteriormente i casi, riservarli ai delitti più gravi e subordinare sempre l’attivazione preventiva a una decisione del giudice. L’Italia sceglie invece di attestarsi sul livello più basso di garanzia consentito.
Il problema della “black box” algoritmica
Esiste poi un altro profilo problematico segnalato dall’Unione delle Camere Penali Italiane nelle note critiche sottoposte alla valutazione delle Commissioni parlamentari: il risultato di un algoritmo deve essere spiegabile, riproducibile e confutabile. Se la difesa non può conoscere i dati di addestramento, i margini di errore, le soglie di somiglianza e il procedimento che ha generato il riconoscimento, la black box tecnologica non produce una prova, ma un responso sottratto al contraddittorio e non verificabile. Lo schema non offre presidi adeguati contro questo rischio.
I dati reali sulla criminalità in calo
Tutto ciò viene giustificato attraverso una rappresentazione emergenziale della sicurezza smentita dagli stessi dati ufficiali. Nel 1991 in Italia sono stati commessi 1.916 omicidi volontari; nel 2000 erano già scesi a 746; nel 2025 sono stati 286, il valore più basso degli ultimi trent’anni (e il più basso d’Europa) in diminuzione dell’85% rispetto al 1991. Nel solo 2025, secondo il Ministero dell’interno, i delitti complessivi sono diminuiti di oltre il 2%, i furti del 6% e le rapine del 4% rispetto al 2024. Il dato non costituisce un’oscillazione isolata. L’indagine nazionale dell’Istat, che rileva anche i reati non denunciati, mostra che tra il 2015-2016 e il 2022-2023 le persone vittime di reati predatori sono scese dal 3,7 al 2,3% della popolazione, con una riduzione del 38%; le vittime di rapina dallo 0,5 allo 0,2%, con una diminuzione del 60%; quelle di borseggio dall’1,6 all’1%,con una riduzione del 37,5%. Nello stesso periodo le famiglie colpite da furti nell’abitazione principale sono passate dall’1,8 allo 0,6%: una diminuzione di due terzi, pari al 66,7%.
Cosa succede ora
I reati esistono e devono essere contrastati. Ma una società sempre meno violenta e neanche lontanamente paragonabile all’insicurezza degli anni Novanta non può essere convinta a rinunciare progressivamente alle proprie libertà sulla base di una paura continuamente alimentata da rappresentazioni inveritiere. La domanda che dovremmo porci e che sembra però, purtroppo, noninteressare nessuno è: siamo ancora cittadini liberi, controllabili soltanto in casi eccezionali, secondo proporzionalità e sotto la garanzia di un giudice, oppure stiamo diventando una popolazione permanentemente osservata, identificata, schedata e archiviata?
Gli Stati di polizia nascono lentamente, una telecamera e una banca dati alla volta, mentre cittadini impauriti cedono libertà reali in cambio della promessa di una sicurezza assoluta che nessuno potrà mai garantire.
Qualcuno si ricorda ancora che il cittadino nasce libero e ogni limitazione della sua libertà deve essere fatto assolutamente eccezionale?




























