22 Set, 2026

«Dezinformatsiya», l’ombra dell’IA russa sulle elezioni italiane

La vecchia disinformazione sovietica e l’intelligenza artificiale. Dopo il caso Romania, il rischio di interferenze e contenuti falsi si affaccia sulla campagna elettorale italiana. Il patto Meloni-Schlein è un primo argine. Le regole sono più lente della tecnologia


La presidente della Commissione europea, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, politicamente intenso, ha anche lanciato un allarme sull’ostilità di «nazionalisti e russi che vogliono l’Ue in frantumi».

Non è un «appello alla paura» fuori registro.

In fondo se c’è uno che gioca a carte scoperte con l’uso malevolo dell’IA questo è Putin, figlio legittimo del Kgb e del crepuscolo triste del comunismo che si porta in pancia l’illusione di una restaurazione impossibile dell’impero.

Chi ha praticato scientificamente la “dezinformatsiya”, infatti, è stata l’Unione sovietica della guerra fredda che, nell’intento di destabilizzare l’Occidente, metteva in atto una serie di attività sovversive attraverso interventi di disinformazione e propaganda, finanziamenti occulti a movimenti comunisti e a formazioni extraparlamentari, reclutamento di “agenti di influenza” pescati nel mondo politico, tra gli intellettuali, giornalisti e personalità varie che oggi sarebbero definite “influencer”, sostegno a organizzazioni eversive.

Le chiamarono “misure attive”. Dunque non farebbe una piega la coazione a ripetere delle antiche pratiche di destabilizzazione attraverso l’immissione nel circuito della comunicazione politica degli Stati sovrani europei di informazioni false.

La «dezinformatsiya» con le armi dell’IA

C’è, però, un salto di qualità nella dezinformatsiya odierna: non solo è diventata elemento costitutivo della guerra ibrida ma si combatte su un terreno piuttosto congeniale alla capacità offensiva russa, notoriamente assai attrezzata, dell’azione destruens degli hacker.

Perché è vero che il web e l’IA subiscono l’egemonia globale degli Usa e della Cina, ma è anche vero che a guastare gli hacker russi sono bravissimi e con loro i maestri del sabotaggio e della bugia verosimile. Del resto non appartiene agli accadimenti remoti un caso del 2024, quando, nel corso della campagna presidenziale in Romania, le autorità locali denunciarono l’uso massivo dell’IA da parte dei russi che tendevano ad imporre un candidato-fantoccio attraverso l’utilizzo di piattaforme social della destra filorussa, e l’uso di malware che distruggevano la difesa informatica.

L’esito fu l’annullamento, da parte della Corte Costituzionale, del primo turno delle elezioni, sentenza clamorosa e importante per il diritto pubblico europeo.

Il voto e il rischio dei deep fake

L’anno prossimo si voterà e la campagna elettorale è già cominciata. L’esposizione della propaganda politica agli attacchi sempre più sofisticati dell’IA è cosa concreta. E non parliamo soltanto del “fronte russo” ma di tutti coloro che antagonizzano l’europeismo italiano, tanto per capirci.

La nuova legge elettorale, al di là del merito non particolarmente entusiasmante, non sembra aver colto il pericolo della possibile azione deviante dell’intelligenza generativa nel procedimento elettorale.

Occorrerà una legislazione a corollario, per esempio sulle regole relative alla campagna elettorale: si pensi ai contenuti fake che l’IA può costruire e somministrare in danno di candidati o programmi politici, la cui correzione, eventualmente sopravveniente, sarebbe sempre tardiva.

Il patto Meloni-Schlein

Su questo terreno, miracolosamente, la politica italiana, almeno nelle sue maggiori protagoniste, sembra convergere. In questo senso va il “patto” Schlein-Meloni del febbraio scorso tendente a rifiutare l’intelligenza artificiale volta ad attribuire agli avversari parole o fatti inventati in campagna elettorale.

Insomma: un pollice verso al deep fake, che si celebrò dalle colonne di una testata nazionale da parte delle leader di FdI e PD, mentre impazzava nei social un video di Vannacci che, vestito da antico romano, ordinava la trucidazione degli avversari della sinistra.

L’accordo, dunque, va benissimo ma occorrerà anche condividere un codice di comportamento in cui si obblighino tutti i partecipanti alla gara ad osservare i limiti di un leale confronto per evitare uno squilibrio interno nell’uso degli strumenti di propaganda.

Una minaccia che supera i confini

E poi c’è l’attacco esterno, ancora più pericoloso, perché la natura transnazionale delle minacce portate attraverso l’IA rende necessaria la costruzione di una rete che superi le giurisdizioni nazionali e la possibile asimmetria delle risposte (in termini di competenze e capacità investigative) riscontrabili tra i singoli Stati sovrani.

L’Europa sotto questo profilo è sicuramente l’entità giuridica internazionale più avanzata, avendo da tempo avvertito la drammatica importanza per le democrazie della possibilità distruttiva delle tecnologie digitali. Ma l’IA è una tecnologia che somiglia al mercurio: sfugge, scappa ed è veloce. Molto più veloce della democrazia, per cui quand’ancora una norma è in discussione nei parlamenti l’IA l’ha già superata. E con questo occorre fare i conti.

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