14 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Lug, 2026

Guerra e Kiev, le risposte che mancano nel campo largo

I leader del campo largo

La posizione di Conte Schlein Bonelli e Fratoianni sulla guerra e su Kiev hanno origini lontane, nel pacifismo ideologico di certa sinistra


Dà fastidio il no dei Cinque Stelle al riarmo, dice Stefano Patuanelli. Che non è l’ultimo arrivato, ma il vice di Giuseppe Conte. Le sue parole suonano non come una semplice conferma, ma come un’orgogliosa rivendicazione della posizione già espressa da Conte a Napoli: lasciamo perdere il ruolo della propaganda, dice Patuanelli, cioè la costruzione ideologica della minaccia russa – e badiamo alla sostanza: la corsa al riarmo è folle, l’Europa dovrebbe fare altro, dovrebbe «convincere Zelensky che non è pensabile mantenere la stessa integrità di prima della guerra».

Testardamenti unitari

Domanda: è questa la posizione del campo largo, ricondurre Zelensky a più miti consigli? E sarà questa la posizione del governo, dare alla Russia quello che chiede, qualora la coalizione progressista dovesse vincere le elezioni? È probabile che lo stesso Patuanelli non sappia rispondere a una simile domanda. Non lui, ma neppure Conte o Schlein, Renzi, Bonelli o Fratoianni. La risposta, infatti, non c’è. Quel che può esserci, e con tutta probabilità ci sarà, è un accomodamento puramente verbale, che consentirà di arrivare alle elezioni nella forma di una coalizione testardamente unitaria, in cui staranno insieme il sostegno all’Ucraina e l’invito ad arrendersi, la difesa europea ma senza metterci un euro, l’atlantismo e la critica alla Nato che abbaia ai confini della Russia.

Gli opposti che si attraggono

E sarà, beninteso, la soluzione più logica, ma logica nel senso di quella proporzionalità inversa tra estensione e intensione di un concetto, per cui all’aumentare della prima, cioè del numero degli oggetti inclusi sotto il concetto diminuisce inesorabilmente il numero delle caratteristiche specifiche di quel concetto. Fuor di metafora – siamo il Paese che si può permettere la logica solo sotto forma di metafora – se devo tenere insieme gli europeisti e i filoputiniani, e due ex premier, Renzi e Conte, il primo che si vanta di aver fatto fuori il secondo, il secondo che l’ha giurata al primo, e in mezzo, a galleggiare, Elly Schlein – non c’è altro modo: allargare significa annacquare. Oppure parlar d’altro (ma la sanità, ma le pensioni, la scuola! Eccetera eccetera).

Bubboni a destra e a manca

Le contraddizioni, si sa, allignano anche nel centrodestra. Il bubbone Vannacci non sarebbe nemmeno esploso, se il centrodestra non avesse eseguito in corso di legislatura una robusta correzione di rotta rispetto alle dichiarazioni da campagna elettorale. Ma quattro anni sono passati, e una dimostrazione di tenuta è stata fornita, politicamente, così che chi ne sarà stato poco soddisfatto potrà votare il generale in pensione, e chi invece ne avrà apprezzato il realismo potrà confermare la propria fiducia – con quale capacità di trovare un equilibrio di composizione finale si vedrà.

Ma nel centrosinistra c’è un elemento in più. Che non è il bubbone che si appresta a spuntare pure lì, ossia Alessandro Di Battista, ma una tradizione ideologica e culturale risalente, che proverei a sintetizzare così: in una guerra chi ci va di mezzo sono sempre gli ultimi, i poveri cristi, i lavoratori, dunque no alla guerra; la spesa militare è sempre servita a ingrassare i capitalisti e a ridurre la spesa sociale, a danno delle classe popolari, dunque no alle armi; il militarismo fa rima con l’autoritarismo, con le strette sulla sicurezza e la riduzione degli spazi democratici, quindi no alla nuova dottrina della sicurezza e ai nemici immaginari dell’Occidente, le minacce costruite ad arte di cui parla Giuseppe Conte nella sua migliore versione, quella populista.

Una certa idea di pacifismo

Ora, senza nemmeno pronunciare la parola Ucraina, si potrebbero qui mettere le une di seguito alle altre le ingerenze, le intimidazioni all’indirizzo dei paesi baltici e, da ultimo, alla Polonia, e poi gli incidenti, gli sconfinamenti, la guerra ibrida, la postura aggressiva verso i paesi viciniori, le invasioni (al plurale) e un’economia interamente convertita allo sforzo bellico e chiedere a Conte, a Patuanelli, ai Cinque Stelle e a Avs che cosa ci vuole in più per ritenere che l’Europa abbia un problema reale e non inventato di difesa, a cui l’America di Trump non sopperisce più e per il quale va interamente ridisegnato lo stesso impegno nella Nato, ma non si andrebbe in questo modo al punto.

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Che è più profondo, e riguarda un’intera area politica e culturale che sotto le insegne del pacifismo riunisce una certa sinistra e una certa parte del mondo cattolico e che è potuta crescere in Italia per il ruolo che vi ha avuto, in particolare, il partito comunista, senza responsabilità di governo per decenni e dunque libero di predicare la pace e la fraternità tra i popoli. Il piccolo particolare geopolitico (chiamiamolo così) che una simile predicazione tornasse allora utile a Mosca, in funzione anti-occidentale, consente ora di capire agevolmente dove certi discorsi vadano a parare, e come sia possibile, per esempio, che nell’ultimo numero della rivista Limes l’Italia e l’Europa siano messe in guardia, senza tanti complimenti, non dalla Russia e da Putin ma dal riarmo della Germania, con lugubri riferimenti al Reich millenario.

Con questi dirigenti…

È un punto più profondo perché diciamo la verità: non sembra affatto che si sia avviata opera di prosciugamento di queste acque, nel campo largo e acquitrinoso in cui pure Elly Schlein nuota. Si può essere di sinistra e dirsi per la guerra e non per la pace? La costruzione del programma sembra non riuscire a superare questo punto, per il retaggio ideologico che a Napoli stava sopra il palco, non solo sotto, con i manifestanti di Potere al popolo. Con questi dirigenti non vinceremo mai, disse Nanni Moretti in un celebre comizio. Più di vent’anni sono passati e magari qualcuno pensa di averli trovati, se solo si metteranno d’accordo a parole, i dirigenti che vinceranno. Per quelli che sapranno governare, magari ci vorranno altri vent’anni.

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