L’Europa sanziona il gruppo hacker Turla legato ai servizi segreti di Mosca e accusato di operare in nove Paesi Ue
L’Europa batte un colpo. Dopo quindici anni di spionaggio attivo nel proprio territorio, ieri l’Ue ha deciso di muoversi contro Turla, uno dei gruppi cyber russi più longevi e sofisticati, ritenuto diretta emanazione dell’agenzia di sicurezza e controspionaggio federale Fsb. Da quanto si apprende il gruppo di spie ha colpito almeno nove paesi: Francia, Germania, Polonia, Cipro, Paesi Bassi, Austria, Slovacchia, Romania, Finlandia, dulcis in fundo Italia. L’obiettivo, secondo gli analisti, non sembra essere sempre il sabotaggio, ma l’acquisizione di informazioni strategiche in ambienti diplomatici e politici occidentali.
L’Ue colpisce Turla e gli apparati tecnologici russi
Per le persone che fanno parte dell’agenzia russa scatta il blocco di viaggio e il congelamento dei beni. Più in macro sono state colpite due società tecnologiche russe che collaborano con i servizi di intelligence, Advanced System Technology e Npp Gamma, escludendole dal mercato Ue. Per Bruxelles l’Fsb ha orchestrato gli attacchi tramite cybercriminali, società private e sedicenti hacktivisti dell’etere, «causando interruzioni e perdite finanziarie».
Anche Londra ieri ha sanzionato ventiquattro tra individui ed entità legate ai servizi di Mosca. Per il Consiglio Ue i destinatari delle misure «contribuiscono agli sforzi della Russia per destabilizzare l’Ue, i suoi stati membri e i partner internazionali».
La risposta del vecchio continente è dunque coordinata questa volta, prediligendo sempre forti messaggi diplomatici. A Parigi il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot annuncia la convocazione dell’ambasciatore russo: «Queste operazioni prendono di mira personale militare, aziende e operatori, e mirano a intercettare le comunicazioni o a sabotare le operazioni… per esempio le infrastrutture ferroviarie, come è avvenuto in Polonia».
La risposta di Berlino
A Berlino i tedeschi sono teutonicamente più puntuali, convocando l’emissario di Mosca già in mattinata e definendo gli attacchi «inaccettabili». Il tutto mentre nella capitale francese gli alleati di Kiev discutono di nuove forniture di difesa aerea, con l’Ucraina a corto di munizioni e da un mese meno efficace nell’abbattere i missili balistici russi.
La trama del gruppo di cyber spie Turla si dipana da nord a sud in Europa. Secondo il governo transalpino, gli hacker hanno compromesso i sistemi di posta elettronica non classificati del ministero della Difesa nel 2017, hanno violato l’ambasciata francese a Mosca l’anno successivo e hanno rubato segreti industriali a un’azienda tecnologica nel 2025.
Le autorità di Parigi rincarano le accuse affermando che il gruppo si sia appoggiato a Paesi terzi, tra cui l’Iran, per nascondere l’origine degli attacchi. In Polonia, invece, la mano russa è arrivata alle infrastrutture critiche, comprese le centrali di cogenerazione.
Il caso italiano e lo spionaggio militare russo
Infine anche le cronache recenti italiane si collegano a questo quadro. A Roma sono stati appena arrestati ex agenti dei servizi con l’accusa di vendere informazioni strategiche per contanti grazie a microSD lasciate in un buco nel muro. È un altro filone rispetto a Turla: qui non c’è l’Fsb, ma il Gru, l’intelligence militare di Mosca.
Mikhail Astakov, addetto militare all’ambasciata russa pagava Gavino Piras, 59 anni: quattromila euro in carta moneta per ogni pacchetto di informazioni. «Tutto quello che posso darti, te lo darò, dillo al tuo capo», gli diceva Piras nelle intercettazioni. E lo avvertiva sugli esperti italiani al lavoro sul tank T90: «Se riescono a rubare il segreto lo faranno, quindi stai attento».
LEGGI Spie russe, il nodo dei documenti segreti
Le richieste di Mosca raccontano cosa teme davvero: il sistema Samp-T fornito a Kiev, i missili Camm-Er, il Michelangelo Dome di Leonardo, i piani di riarmo di Italia, Ue e Nato. Giovedì Roma ha espulso due addetti militari russi, tra cui Astakov.
E la posta si alza fino a Tokyo, dove secondo il New York Times un’unità segreta del Gru compra o ruba tecnologie da campo di battaglia, approfittando di leggi anti-spionaggio deboli: componenti giapponesi che finiscono, via paesi terzi, nei missili e nei droni russi. Il blocco occidentale, nel suo insieme, si attrezza. Anche nell’ipotesi di dover fare a meno degli Stati Uniti. La guerra è tornata per davvero in Europa. Si vede meno che a Kiev ma striscia veloce sotto le tastiere degli hacker (ora sotto sanzioni).































