L’economista e leader del movimento “Ora!” commenta la stagnazione della crescita, i salari bassi e dice la sua sul centro e la legge elettorale
I salari sono al palo da trent’anni? Allora bisogna ridurre la spesa pubblica improduttiva per abbattere tasse e contributi, anziché continuare a finanziare bonus e sussidi. Ecco la ricetta liberale di Michele Boldrin, economista e segretario nazionale del partito centrista “Ora!”.
Professore, quella elettorale rischia di essere l’unica riforma realizzata dal governo Meloni, visto che quella della giustizia è stata bocciata dagli elettori, quella della sanità dalle corporazioni, il premierato è accantonato, l’autonomia differenziata va a rilento. La riforma della PA e quella della previdenza complementare sono percepite come “minori”. È la fotografia di un Paese irriformabile?
«Non irriformabile: catturato da interessi miopi e parassitari. La spesa pubblica al 50% del Pil serve per foraggiare gruppi a bassa produttività ma alta capacità di coordinamento elettorale (corporazioni, rendite). Occorre aggregare politicamente le forze produttive che credono in un futuro di sviluppo e dare battaglia sulla direzione ed il livello della spesa, quindi della tassazione. Il problema è lo stesso da 50 anni, solo aggravato. Premierato e autonomia differenziata, tra l’altro, sono coerenti al mantenimento dello status-quo: non tutte le riforme son progressive».
Intanto, secondo l’Ocse, dal 2021 a oggi i salari reali si sono ridotti del 6% a causa dell’inflazione. Il centrodestra risponde col salario giusto, il centrosinistra col salario minimo: qual è la strada giusta?
«Salario giusto e salario minimo sono entrambi giochi di parole: nel lungo periodo conta solo il salario di mercato. Quindi occorre andare alle cause: produttività ferma e cuneo fiscale alto. I salari ed i redditi non si legiferano, si producono! Serve ridurre il cuneo fiscale sul lavoro dipendente, i salari vanno legati alla produttività aziendale e (nella PA) al costo della vita, basta privilegi per le micro-imprese improduttive».
Un altro cavallo di battaglia del campo largo è la patrimoniale…
«Se si pensa di estrarre il 3-4% del PIL annuale dalla ricchezza del 10% più ricco d’Italia – perché questo implica “risanare i conti pubblici”, a meno che non si taglino le spese come sarebbe invece opportuno e necessario – occorre tassare il patrimonio mobiliare e industriale, cioè titoli finanziari di ogni tipo e valore di mercato dei “capannoni”, che costoro possiedono al ritmo del 1,5-2% annuo. Un’assurdità. Con questo regime fiscale è folle aggiungere ulteriore tassazione. Bisogna ridurre la spesa, ridurre la contribuzione e tassazione del lavoro dipendente e poi introdurre forme di tassazione patrimoniale. Solo dopo, però».
L’Inps descrive un’Italia in cui i lavoratori sono sempre più anziani, i giovani emigrano e le donne percepiscono stipendi e pensioni più bassi. Una riforma liberale del mercato del lavoro come inciderebbe su questi aspetti?
«Contratti aziendali, tagliare contributi e tasse, basta sussidi a microimpresa improduttiva, basta bonus che aumentano imposte! Flessibilità in entrata e in uscita, non protezione del posto esistente a scapito di chi non ce l’ha. Poi c’è la scuola e l’università che non formano adeguatamente, un altro capitolo enorme su cui tutti tacciono colpevolmente».
Poi c’è il capitolo energetico. Anche qui c’è una polarizzazione: da una parte il governo Meloni insiste sul nucleare, dall’altra il campo largo spinge per le rinnovabili ed è “tentato” dal gas russo. Come si garantiscono indipendenza e sicurezza energetica del Paese in un contesto segnato da continui shock?
«Nucleare e rinnovabili non sono alternativi, sono complementari. Meloni insiste solo sulla retorica, non ha fatto nulla e non farà nulla. Pura propaganda. Il nucleare va fatto oggi, anzi ieri. L’indipendenza energetica si ottiene diversificando fonti e fornitori, non scegliendo un’ideologia energetica e scartando l’altra per pregiudizio. Chi guarda ancora al petrolio russo per convenienza di breve periodo ripete l’errore già pagato nel 2022».
L’Unione europea accelera sul mercato unico dei capitali e sulla difesa comune: quanto è importante una sempre maggiore integrazione tra gli Stati membri dell’Unione?
«Essenziale, e in ritardo. Mercato unico dei capitali e difesa comune sono precondizioni per contare nel mondo che cambia: senza scala europea l’Italia (e i singoli Stati membri) subisce le decisioni altrui su energia, commercio, difesa. Un’Europa incisiva è tra i punti fondanti del nostro programma. Il tempo delle sovranità nazionali isolate, su questi dossier, è chiuso: lo dimostrano dazi Usa e guerra in Ucraina».
Ecco, i dazi. Gli Stati Uniti li usano come arma di ricatto e minacciano di lasciare la Nato: in questo contesto, come deve cambiare la politica estera italiana?
«L’Alleanza atlantica resta l’ancora di sicurezza, ma non può più essere gestita come dipendenza unilaterale: se Washington usa dazi come ricatto e minaccia l’uscita, l’Italia deve spingere per una difesa europea comune credibile, non per un riallineamento verso Mosca. Restare nella Nato e insieme costruire autonomia strategica europea non sono in contraddizione: sono la stessa risposta a un alleato meno affidabile».
LEGGI Boldrin: «Sull’energia Europa troppo timida»
Nelle scorse ore il centrodestra ha depositato l’emendamento alla legge elettorale per il ripristino delle preferenze: lei è favorevole o contrario?
«Favorevole in linea di principio: responsabilizzano l’eletto verso il territorio che lo elegge, cosa che le liste bloccate imposte dalle segreterie non fanno. Ma vanno abbinate a collegi piccoli, altrimenti il costo della campagna seleziona solo chi ha risorse o appoggi locali forti (talvolta opachi). Il vero problema dello Stabilicum non sono le preferenze: è che si discute di regole del gioco per convenienza di maggioranza, non per fedeltà al disegno costituzionale. E lo si fa in modo scandalosamente di parte».
Intanto il centrosinistra si divide sulle parole di Conte, secondo il quale si agita lo spettro dell’imperialismo russo per giustificare il riarmo: può reggere una coalizione in cui forze che sostengono la causa dell’Ucraina devono convivere con altre filorusse e populiste?
«Le contraddizioni interne alla sinistra sono almeno tanto grandi quanto quelle della destra. Le affermazioni di Conte sono menzogne plateali, coerenti con il ruolo del suo partito come strumento politico russo. Lo stesso vale per la Lega e la sua escrescenza: dicono esattamente le stesse cose. Reggeranno, come ha retto la destra, perché potere e sottogoverno sono collanti molto forti per persone prive di scrupoli morali».
Lei è sostenitore di un “centro estremo”, riformista e liberale. Come lei Calenda, Marattin e altri. Ma perché il polo centrista stenta a nascere?
«Il polo centrista non nasce perché i leader attuali sono fuoriusciti dal PD e vengono dall’alto, non da un processo costituente aperto. Quindi oscillano, alla ricerca di alleanze di convenienza immediata, senza seguire un mandato dei loro associati. Serve l’opposto: un processo collettivo, aperto, senza esito prefissato, che aggreghi l’elettorato centrista oggi disperso e astenuto. “Ora!” chiede di partire dal programma e dai territori, per arrivare al 2027 non con un cartello di sigle ma attraverso un processo di aggregazione che sia pubblico e democratico».































