6 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Lug, 2026

Ultimo, il poeta dell’emozione ultraprocessata

Ultimo

Ultimo ha chiamato attorno a sè una moltitudine di duecentocinquantamila persone: è un poeta contemporaneo. Ma che cos’è oggi la poesia?


Duecentocinquantamila persone a Tor Vergata. Una città provvisoria, una moltitudine che un tempo si sarebbe radunata per una fede, una rivoluzione, una promessa di emancipazione. Invece si riunisce per celebrare il sentimento.

Non il sentimento tragico, non la malinconia leopardiana o la nostalgia lacerante di Kundera, ma la sua versione industriale, il suo equivalente emotivo del cibo ultraprocessato. La domanda è inevitabile: possibile che questo sia il poeta delle nuove generazioni? Se la risposta è sì, allora bisogna chiedersi che cosa sia accaduto alla poesia.

Il poeta contemporaneo

Oggi il poeta di massa sembra essere colui che ci dice esattamente ciò che già sappiamo: «Mi manchi», «Sono solo», «Ti amerò per sempre», «Nessuno mi capisce». Più che versi, notifiche. Più che poesia, didascalie per una storia di Instagram. È possibile che il destino della poesia sia diventare un repertorio di frasi motivazionali da incidere sotto una fotografia in controluce? Si potrebbe dire, con una certa crudeltà, che Ultimo sia un Baglioni privato delle sue storie e persino della sua vocazione melodica: il sentimentalismo dopo l’evaporazione del racconto.

La canzone italiana ha conosciuto una straordinaria capacità narrativa: da De André a Guccini, da Dalla allo stesso Baglioni, il sentimento era sempre inscritto in una vicenda, in una piccola mitologia dell’esistenza. In Ultimo, invece, il racconto scompare. Resta il sentimento allo stato puro, o meglio industriale.

Non più una storia d’amore, ma il format universale dell’amore. Baglioni apparteneva ancora a un mondo in cui le emozioni producevano racconti. Ultimo appartiene a un mondo in cui i sentimenti producono contenuti. Il fenomeno Ultimo è probabilmente il più grande evento di kitsch sentimentale prodotto dalla cultura italiana contemporanea.

Il kitsch

Kundera ci ha insegnato che il kitsch non coincide con il cattivo gusto: è il rifiuto del negativo, l’espulsione del dubbio, la cancellazione della contraddizione. È la seconda lacrima: non «sono triste», ma «com’è bello essere tutti insieme a essere tristi». Tor Vergata è la celebrazione monumentale di questa seconda lacrima, una cattedrale dell’emozione condivisa. Esiste il dolore, certo, ma un dolore già addomesticato, pronto per essere consumato e cantato in coro.

In Kundera ogni amore è contaminato dalla sua fine, ogni ricordo è un tradimento della memoria, ogni sentimento è una domanda. In Ultimo il sentimento è una conferma: tu soffri, anch’io; tu sei stato lasciato, anch’io. L’empatia elevata a sistema industriale. La fragilità trasformata in brand. La sofferenza come merchandising.

Il sentimentalismo nell’epoca dei social

Ma forse la categoria del kitsch non basta. Le canzoni di Ultimo non descrivono semplicemente un’emozione: producono un certo tipo di soggetto, il soggetto ferito che trova nella propria malinconia una forma di appartenenza. Non siamo più davanti all’esperienza del dolore, ma alla sua amministrazione. Tor Vergata diventa allora un fenomeno antropologico straordinario: una comunità immensa che si raduna per celebrare la propria solitudine.

Duecentocinquantamila persone insieme per dichiarare di sentirsi sole. La generazione più connessa della storia si riunisce per cantare il proprio individualismo emotivo. I telefoni alzati nel cielo di Tor Vergata sono il vero simbolo di questa liturgia. Non si vive l’emozione: la si documenta. Il sentimento esiste soltanto se può essere condiviso. La commozione deve diventare immagine, l’amore trasformarsi in post. Siamo entrati nell’epoca del sentimentalismo social. La domanda iniziale ritorna allora con maggiore violenza: possibile che questo sia il poeta delle nuove generazioni? Forse sì. Ma questo dice molto meno su Ultimo di quanto dica su di noi.

Gli influencer dell’emozione

Dice di una scuola che ha rinunciato alla complessità, di un’industria culturale che considera il dubbio un difetto, di una società che ha sostituito il tragico con il terapeutico e la profondità con l’identificazione. La poesia, quella vera, non ci conferma: ci destabilizza. Non ci consola: ci espone. Non ci dice chi siamo: ci smentisce. I grandi poeti lasciano sempre una ferita aperta. Il kitsch, invece, la fascia immediatamente, le applica un filtro e la pubblica con un cuore rosso.

Il problema non è che Ultimo riempia Tor Vergata. Il problema è che un’intera generazione possa scambiare quella rappresentazione artificiale del sentimento per poesia. Perché, se la poesia è diventata questo smisurato dispositivo consolatorio, allora non siamo davanti all’ultimo poeta: siamo davanti al primo grande influencer dell’emozione.

La vera tragedia non è che duecentocinquantamila ragazzi abbiano cantato le canzoni di Ultimo. È che abbiano creduto di vivere un’esperienza poetica, mentre partecipavano alla più grande installazione italiana di sentimentalismo di massa: una performance collettiva nella quale il dolore viene consumato, condiviso e infine pacificato, senza mai trasformarsi in conoscenza di sé e del mondo. Forse ogni epoca ha il poeta che si merita. Più doloroso è pensare che ogni epoca abbia anche la poesia che è in grado di sopportare.

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