Il terremoto che ha colpito il Venezuela ha fatto migliaia di morti, ma ha anche certificato il fallimento del regime chavista. Lo Stato, infatti, si è rivelato incapace di gestire l’emergenza a causa di ideologismi, burocrazia, corruzione e repressione
Il terremoto del 24 giugno ha devastato il paesaggio e agitato lo scenario politico del Venezuela. A poco più di una settimana dal duplice movimento tellurico, le cifre superano di gran lunga le stime delle prime ore: migliaia i morti, decine di migliaia i feriti, imponente il numero dei dispersi e degli sfollati, ingenti i danni materiali, specialmente in diversi quartieri di Caracas e negli stati La Guaira e Miranda, densi insediamenti urbani in cui si concentra una buona parte dell’intera popolazione venezuelana.
La macchina dei soccorsi
Notevoli le forze che rispondono all’emergenza nazionale, gruppi di cittadini volontari, brigate internazionali di soccorritori, nonché la propria diaspora, di oltre nove milioni, che si attiva da ogni parte dell’orbe, organizzando centri di raccolta di fondi e risorse, soprattutto sanitarie, da inviare in Venezuela, dove neanche il principale aeroporto ha retto la violenza tellurica. La mobilitazione della cittadinanza, dentro e fuori dal Paese è straordinaria.
L’impatto sull'”Estado Fallido”
Tuttavia, la catastrofe del terremoto ha una scala di gravità enorme per l’impatto su una popolazione già vulnerata da una crisi sistemica radicata oramai da quasi un decennio. Il dolore non nasconde la realtà. Quanto accade non è solo il risultato di un fenomeno naturale, ma la conseguenza del Estado Fallido, lo Stato inoperante che è si è sottratto al suo compito fondamentale: proteggere la cittadinanza e garantire la sua sicurezza e il bene comune. Il Venezuela collassa per il terremoto. Lo Stato venezuelano crolla perché da ventisette anni viene sistematicamente smantellato.
La mancanza di una strategia
Sebbene l’attuale emergenza sismica venga coordinata da forze militari americane spiegate sull’area più colpita, nello specifico dal generale dei marines Kevin Jarrad, la risposta tardiva del governo venezuelano ha messo in evidenza l’incapacità di articolare un protocollo efficace per affrontare un evento di tale dimensione. Un terremoto è un fenomeno naturale imprevedibile, ma la vera tragedia del Paese accade quando, in mezzo al caos, mancano un sistema di protezione civile e un sistema di comunicazione per gestire e coordinare le risorse disponibili e far arrivare, nel modo più rapido ed efficace, i soccorsi alle zone più disastrate. Nella città di Caracas, soprattutto nei quartieri di Altamira e Los Palos Grandes, il primo intervento procede dalle autorità municipali e dagli stessi cittadini volontari.
Il dramma di chi vive lungo la costa
Ma il vero dramma si consuma sul litorale, la zona più ampiamente flagellata nello stato La Guaira, a venti chilometri dalla capitale. Del resto, non è la prima volta che in questa zona si verifica un fenomeno naturale. Il dissesto idrogeologico avvenuto nel 1999, denominato “el deslave de Vargas”, aveva raso al suolo interi villaggi e urbanizzazioni. All’ epoca, il neoeletto presidente Chávez, aveva schierato l’esercito e rifiutato l’intervento di forze internazionali specializzate in situazioni di disastro naturale. Il provvedimento si rivelò una gestione fallimentare.
Il fallimento
Nell’attuale circostanza neanche la così esaltata unione civico-militare ha dato risultato, non solo perché mobilitata con notevole ritardo, ma per l’atteggiamento ostile e indolente dimostrato verso i primi soccorritori e volontari intervenuti in massa spontaneamente, senza aver avuto indicazioni operative precise e senza mezzi e strumenti adeguati. Il governo interino non ha ceduto il controllo. Le forze dell’ordine hanno intralciato le operazioni, amplificando pretesti burocratici, militarizzando intere aree disastrate, minacciando apertamente fotoreporter e giornalisti locali e internazionali che documentano le notizie.
I pompieri colombiani e i soccorritori messicani
Gli esempi sono molteplici, un gruppo di pompieri provenienti dalla città colombiana di Medellín, trattenuti per diverse ore in aeroporto al loro arrivo. Stessa situazione si è verificata con altri gruppi internazionali di soccorritori, ai quali non è stato possibile prendere un aereo, a causa degli adempimenti burocratici richiesti dal governo venezuelano. Così pure ai soccorritori messicani è stato impedito di procedere con immediatezza nei pressi di un’edificazione dove unità cinofile segnalavano la presenza di persone con vita.
Le intimidazioni
Allo stesso modo si confermano episodi di intimidazione ai soccorritori internazionali, ai quali vengono controllati i dispositivi cellulari. Tra le tante circostanze si riporta la sparizione di un civile, Wilmer Antonio Cruz, detto “el topo de La Guaira”, una delle tante vittime che, dopo aver perso tutto, ha continuato a scavare e a denunciare apertamente la mancanza di attrezzature per rimuovere intere lastre di concreto sotto le quali giacciono persone ancora con vita. Non sono mancati episodi incresciosi di funzionari sorpresi a rubare denaro e oggetti di valore emersi dalle macerie.
La disobbedienza civile
In questo scenario di desolazione la rabbia monta. Riecheggia l’articolo 350 della Constitución Bolivariana: la disobbedienza civile. Si amplifica la disperazione. Il tempo passa e si continuano a perdere vite umane. Nelle prime quarantotto ore dal sisma, ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte. È l’epilogo di un tracollo accelerato dalla forza di un terremoto.
Il flop del regime
Il progetto ideologico, politico e sociale messo in atto in Venezuela, ha impedito nel tempo ogni tentativo di vita normale, ha lacerato il tessuto sociale, ha dissipato il patrimonio pubblico, ha trafugato le risorse naturali. Ha perseguitato e represso. In queste ore di dolore collettivo il silenzio si rifugia nella memoria, lo spazio in cui ci si ritrova e ci si riconosce. Le vittime meritano rispetto. I sopravvissuti meritano aiuto. In queste ore, nulla è più sconvolgente che essere venezuelano. E nulla è più commovente che far parte di una cittadinanza la quale, al limite della resistenza, è decisa a riemergere dal caos e dalla distruzione. E forse il resto del mondo, se ne sta finalmente accorgendo.































