La crescita del fenomeno Vannacci mette Meloni di fronte a una scelta: arrendersi all’aritmetica o affermare il primato della cultura politica
Il generale Roberto Vannacci è diventato l’“Elephant man” della politica italiana. Si ricorderà il bellissimo film del 1980 di David Lynch che raccontò la storia di un uomo che, grazie alla sua deformità, diventò talmente famoso nell’Inghilterra vittoriana che tutti i salotti borghesi facevano a gara per “esibirlo” come ospite. Mutatis mutandis, se consideriamo gli studi televisivi come i “nuovi salotti”, ritroviamo la metafora dell’ascesa del fenomeno Vannacci.
Il nuovo “uomo nero” da esibire al fine di “épater le bourgeois”. Bastano due parole, appena provocatorie, e i suoi sondaggi crescono ogni giorno di più. Di conseguenza una domanda va oggi per la maggiore nel discorso pubblico: deve o no Giorgia Meloni accettare di allearsi con l’“Elephant man”?
Per il momento la premier sembra ricusare tale possibilità accusandolo di voler «solo distruggere» e di «aiutare di fatto la sinistra». Diciamo la verità: sarebbe un bene per l’Italia (e anche per se stessa) se la premier confermasse tale determinazione.
Intendiamoci: accettare l’accordo con il generale non costituirebbe alcuno scandalo sistemico. Se il campo largo, infatti, come già avvenuto in passato, pur di vincere, mette insieme un arco di forze assai eterogenee, dal centro all’estrema sinistra, perché mai analoga operazione aritmetica, non dovrebbe essere consentita alla destra? Ragioniamo.
I “cartelli elettorali” e le coalizioni
Nella storia degli ultimi decenni si sono confrontati due schemi di costruzione degli schieramenti politici. Il primo è il “cartello elettorale” frequentato in specie dalla sinistra: una sorta di carovana di partiti tra loro distonici sia nei linguaggi che nelle visioni del mondo. Lo scopo, dalla politica estera a quella sociale, non è la coerenza di un programma comune di governo, ma la raccolta di un voto in più dell’avversario. Il risultato di questo “primato dell’aritmetica” è stato sempre traumatico: una volta vinto, infatti, non si è mai riusciti a garantire alcuna stabilità di governo. Ciò che è accaduto dal primo Prodi in poi.
Il secondo schema, al contrario, è quello di provarsi a formare una vera e propria coalizione, forte di un condiviso orientamento programmatico. Un obiettivo che, grazie alla indiscussa leadership di Berlusconi, è stata all’origine dei diversi successi del centro destra. Si badi: all’inizio anche dalle parti di Arcore si compose solo un cartello elettorale (Polo del buon governo al Sud e Polo della libertà al Nord). Tanto che anche il primo Berlusconi durò assai poco, cadendo per mano di Bossi. Poi però le cose si sono assestate. Il Cavaliere governò dal 2001 al 2006 e così accade anche oggi a Meloni, nonostante le bizze di Salvini. In definitiva, il centrodestra, nonostante tutto, si presenta ancora come una vera coalizione.
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Il segnale che Meloni può lanciare
Ebbene, sta proprio qui la prima vera ragione per la quale Giorgia Meloni farebbe bene a non accettare l’alleanza con Vannacci: perché significherebbe arrendersi all’idea di trasformare anche il centrodestra in un puro “cartello elettorale”, con tutte le conseguenze negative in termini di governabilità del Paese. È naturale però che nelle stanze di Fratelli d’Italia circoli una domanda assai insidiosa: perché rischiare di perdere le elezioni rinunciando ai numeri del generale? Una domanda da non sottovalutare. Ma la risposta è semplice: perché se Giorgia Meloni scegliesse il “primato della politica”, in luogo del “primato dell’aritmetica”, lancerebbe un segnale di grande portata riformatrice a tutta la politica: rischio di perdere pur di restare me stessa… Un messaggio, certamente in sintonia con il suo carattere, ma soprattutto in grado di suscitare condivisione, in tanti settori moderati dell’elettorato italiano e quindi, forse, di rendere ininfluente il risultato di Vannacci. Senza tenere conto del fatto che, al momento del voto, quando si tratta si scegliere davvero chi governa, anche i sondaggi-montagna rischiano spesso di trasformarsi in voti-topolino. Soprattutto in presenza della polemica, già partita, sul “voto utile” (se scegli Vannacci scegli la sinistra).
Ma c’è, infine, anche un’altra fondamentale ragione per cui alla Meloni non conviene allearsi con Vannacci: quella di lasciare che, per la prima volta nella storia, Fratelli d’Italia abbia un “nemico a destra”. Sarebbe questa una novità in grado di trasformare profondamente la percezione psico-politica della sua leadership, depotenziando, in un colpo solo, ogni presunto “pregiudizio antifascista”. Ed esaltando la sua “centralità” nel sistema politico. Da quel momento in poi sarebbe Vannacci ad essere omologato alle destre estreme che affollano l’Europa, non più la Meloni. Vi pare poco?
I partiti costruiti sui leader
Ma il “caso Vannacci” racconta anche qualcosa di più profondo dell’Italia di oggi. Qualcosa che ha scavato una forte discrasia tra partiti e popolo, tra partiti e territorio. Il rapporto diretto tra leader e media ha finito, infatti, per marginalizzare la necessità dell’organizzazione democratica dei partiti. Con la forza di uno sciame sismico, l’idea del “partito liquido”, ha finito per contagiare il sistema trasformando i soggetti politici in fragili contenitori, costruiti solo intorno ad un’ipotesi di leader. Il risultato? La decadenza della qualità della rappresentanza parlamentare. La selezione delle classi dirigenti affidata a meccanismi casuali e oligarchici. L’assenza di sedi reali del dibattito politico e culturale. L’aggravarsi della crisi tra rappresentanza e territorio. La scomparsa contemporanea del maggioritario puro e poi delle preferenze (non sarebbe il caso di reintrodurle?) ha codificato tale degenerazione.
Sia chiaro: l’esistenza di leader capaci di significative suggestioni simboliche è una necessità ineludibile per ogni democrazia. Da noi, però, si è affermato l’assai curioso fenomeno del “leaderismo senza partiti”.
La necessità di partiti-squadra
Solo Fratelli d’Italia e Pd, soggetti ancora strutturati, sfuggono in parte a quest’anomalia. Ma in tutte le altre formazioni, in specie quelle di più recente conio, la questione del nome del leader ha assunto un peso del tutto predominante. Si tratta di una deriva provinciale della nostra cultura nazionale. Fino al caso limite di Roberto Vannacci, l’“Elephant man”, nato e cresciuto solo come fenomeno mediatico. La scelta del leader, peraltro, non è affatto una cartina di tornasole della modernità. Di leader più o meno amati, da Pericle a Obama, sono piene le pagine della storia, dei sistemi democratici come di quelli totalitari. Ma la domanda-chiave dell’attuale tempo storico è un’altra. Riguarda piuttosto il gioco di squadra, la produzione di governance attraverso l’utilizzazione di una pluralità di competenze. Nell’era globale il target delle organizzazioni moderne, degli Stati come dei partiti, delle aziende come delle banche, è la messa in campo di una vincente rete di specialismi. Una classe dirigente nella quale la competenza di ciascuno valorizzi il progetto di tutti. Insomma c’è bisogno di partiti-squadra. Ed è proprio questa la necessaria evoluzione cui ora è attesa la Meloni. Tra le grandi caratteristiche storiche del “made in Italy”, oltre alla Ferrari c’era anche la politica, quella con la P maiuscola. Ad essa allora bisogna tornare se vogliamo davvero che il nostro Pil cresca di nuovo.



































