15 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Giu, 2026

Più libri, meno patentini

Più libri più liberi

Il patentino antifascista Più Libri Più Liberi divide il mondo culturale. Tra dichiarazioni di principio e polemiche politiche, il dibattito riguarda il ruolo della cultura e il confine tra difesa dei valori democratici e conformismo ideologico


Il titolo scelto per la prossima edizione di “Più libri più liberi”, in programma alla Nuvola dell’Eur dal 4 all’8 dicembre, è una domanda: “Se guardi meglio cosa vedi?”. Guardando meglio, però, si vede una delle più desolanti contraddizioni della cultura italiana contemporanea: una fiera dei libri che fin dal suo nome promette più libertà ma sente il bisogno di introdurre un modulo di adesione morale come regola d’accesso. Una specie di sacramentino laico, una dichiarazione preventiva di purezza democratica. Gli editori dovranno sottoscrivere, infatti, un nuovo allegato in cui dichiarano, tra l’altro, di “riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana”.

Naturalmente il problema non è l’antifascismo, che – occorre ribadirlo? – è uno dei fondamenti storici della nostra Repubblica, la memoria politica da cui nasce la nostra Costituzione. Ma proprio per questo non dovrebbe essere ridotto a una casella da barrare. Forse la nuova curatela plurale della fiera, coordinata da Paolo Di Paolo, dopo le polemiche degli scorsi anni (prima il caso Caffo, poi quello dell’editore Passaggio al Bosco), dopo le defezioni e gli appelli, ha pensato che chiedere agli editori la loro adesione ai valori antifascisti potesse essere una soluzione. Come se il problema si potesse risolvere con un allegato da firmare.

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La stagione penitenziale della cultura

La decisione, al contrario, ci sembra certificare, più che altro, la stagione penitenziale in cui è entrata ormai la cultura italiana. Prima Erri De Luca, a cui Salerno Letteratura ha tolto la prolusione dopo le sue dichiarazioni su Israele, sionismo e Gaza; poi la petizione per escludere Eshkol Nevo dal Libro Possibile, perché non avrebbe preso pubblicamente le distanze dal governo israeliano; ora il patentino antifascista per gli editori di “Più libri più liberi”.

Sono casi diversi, certo, ma compongono una figura comune, quella di un conformismo delle idee travestito da vigilanza etica. Nessuno, naturalmente, chiede di fare spazio all’apologia del fascismo, soprattutto in una stagione in cui le destre radicali rialzano la testa in molte democrazie occidentali. Ma esistono leggi, responsabilità editoriali, norme e strumenti già disponibili per intervenire davanti a contenuti davvero incompatibili con l’ordinamento democratico. Un modulo non smaschera nessuno (l’eventuale editore fascista lo firmerà, se gli conviene). È un oggetto psicologico prima ancora che politico: una foglia di fico che copre l’imbarazzo di non sapere più come difendere davvero lo spazio culturale, che dovrebbe essere il luogo in cui l’antifascismo non ha bisogno di essere proclamato, poiché vive nella pratica quotidiana della libertà.

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La libertà che non ha bisogno di certificati

Vive nel diritto di contestare un editore senza chiedere che venga cancellato; nel diritto di invitare uno scrittore israeliano senza identificarlo con Netanyahu; magari anche nel diritto di dire che un’idea è pessima, un libro è pericoloso, una posizione è moralmente intollerabile; e poi avere la forza di affrontarla in uno spazio pubblico.

Il paradosso della vittima perfetta

C’è poi un paradosso ancora più grave. Questo antifascismo amministrativo rischia di regalare alla destra il ruolo che meno merita, ovvero quello di vittima della censura. È un regalo politico perfetto. Si offre all’avversario illiberale la maschera del perseguitato liberale.

Quando l’antifascismo diventa procedura

Ci dovremmo chiedere allora se la cultura italiana sia ancora capace di difendere la Costituzione senza trasformarla in burocrazia identitaria. E se chiedendo agli editori un’autocertificazione morale non confessi, forse senza volerlo, la propria sfiducia nei libri. “Più libri più liberi” dovrebbe ripartire dal proprio nome. Più libri. Più liberi. Non più moduli. Non più timbri. I fascisti si combattono leggendo, studiando, contestando, smascherando, applicando le leggi quando servono. Gli illiberali di destra non si combattono diventando illiberali di sinistra. La cultura non ha bisogno di patentini antifascisti.

Nordio e la semplificazione opposta

E non perché, come ha dichiarato il ministro Nordio, sarebbe «un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini», ma perché ha bisogno di intelligenza critica e di coraggio polemico. Nordio oppone a una semplificazione un’altra semplificazione. La sua battuta dice solo una parte di verità, scambiando la genealogia storica di un testo con la sua attuale legittimità costituzionale.

Il vuoto lasciato dai libri

Siamo di fronte, evidentemente, ai soliti automatismi polarizzanti da social. Da un lato la modulistica morale, dall’altro la polemica di governo. In mezzo, dove dovrebbero stare i libri, il conflitto delle idee, la responsabilità critica, resta un vuoto imbarazzante. Perciò vorremmo invitare gli organizzatori a diffidare, sciascianamente, di ogni virtù trasformata in procedura, di ogni verità morale convertita in lasciapassare, perché le società più sicure della propria innocenza sono spesso quelle che finiscono per amare i piccoli tribunali.

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