Con l’accordo Usa Iran si apre una fase nuova in Medio Oriente. Trump ottiene una tregua prima delle elezioni di midterm. Teheran evita l’isolamento internazionale. I mediatori Pakistan e Qatar guadagnano peso. Il premier israeliano Netanyahu è il principale sconfitto politico dell’intesa
L’accordo Usa Iran firmato a Islamabad segna il primo passo verso la de-escalation dopo settimane di tensione. E apre una nuova fase negli equilibri del Medio Oriente. Mentre Washington e Teheran rivendicano il successo dell’intesa, diplomatici e analisti si interrogano su chi esca davvero rafforzato e chi invece paghi il prezzo politico della fine del conflitto.
Se Trump può presentare l’intesa come una vittoria diplomatica, il principale sconfitto sembra essere il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva puntato sul confronto con l’Iran e che ora si trova di fronte a uno scenario molto diverso da quello immaginato all’inizio della crisi.
Le questioni aperte tra Washington e Teheran
L’accordo Usa Iran non risolve le questioni aperte tra Washington e Teheran, a partire dal programma nucleare della Repubblica islamica, ma congela l’escalation militare e apre una finestra negoziale di sessanta giorni.
L’intesa consente a entrambe le parti di dichiarare di aver raggiunto i propri obiettivi immediati: gli Stati Uniti ottengono la riapertura dello Stretto di Hormuz e un percorso diplomatico sul nucleare, l’Iran evita il collasso del regime e mantiene gran parte delle proprie capacità strategiche.
Trump salva la tregua e guarda alle elezioni
Per Donald Trump il memorandum rappresenta soprattutto una vittoria politica. Il conflitto rischiava di trasformarsi in un boomerang alla vigilia delle elezioni di midterm e il presidente può ora presentarsi agli elettori come l’uomo che ha riportato stabilità nella regione.
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Il risultato, tuttavia, è meno netto di quanto la Casa Bianca sperasse all’inizio della crisi. Il programma nucleare iraniano non è stato smantellato e i negoziati che si aprono ora saranno probabilmente lunghi e complessi.
Teheran esce più forte del previsto
Nonostante le perdite subite durante il conflitto e i danni alle infrastrutture militari, l’Iran appare tra i principali beneficiari dell’accordo.
La Repubblica islamica conserva parte del proprio arsenale missilistico, mantiene il controllo dell’uranio arricchito e ottiene nuove aperture diplomatiche, compresa la prospettiva di un alleggerimento delle sanzioni e dello sblocco di alcuni asset congelati. L’intesa ha però aperto tensioni interne tra pragmatici e fondamentalisti, con una parte dell’establishment che considera il memorandum una concessione eccessiva agli Stati Uniti.
Netanyahu all’angolo
Il premier israeliano è il leader che esce più indebolito dalla nuova situazione. Netanyahu aveva sostenuto la linea della massima pressione sull’Iran e fino all’ultimo ha cercato di evitare una soluzione negoziata. Il memorandum prevede però anche un cessate il fuoco in Libano, limitando ulteriormente il margine d’azione dell’esercito israeliano contro Hezbollah.
La normalizzazione dei rapporti tra Teheran e alcuni Paesi del Golfo rischia inoltre di ridurre l’influenza regionale di Israele e di accentuarne l’isolamento diplomatico.
Pakistan e Qatar vincono la sfida diplomatica
Tra i grandi vincitori dell’accordo figurano Pakistan e Qatar, protagonisti della mediazione tra Washington e Teheran durante tutta la crisi. Islamabad e Doha hanno facilitato i contatti tra le parti nei momenti più delicati del confronto e ora vedono rafforzata la propria credibilità internazionale come interlocutori privilegiati nelle crisi regionali.
Europa spettatrice
L’Europa, al contrario, è rimasta sostanzialmente ai margini delle trattative. Le capitali europee hanno sostenuto gli sforzi diplomatici ma non hanno avuto un ruolo decisivo nella costruzione dell’accordo. Bruxelles prova ora a ritagliarsi uno spazio attraverso la coalizione internazionale per la sicurezza di Hormuz e con eventuali missioni di monitoraggio nella regione.
Brindano i mercati
Tra i beneficiari più immediati dell’intesa ci sono i mercati finanziari e i Paesi dipendenti dalle forniture energetiche.
La riapertura di Hormuz ha favorito una riduzione dei prezzi del petrolio e una reazione positiva delle Borse internazionali. Gli analisti avvertono però che il ritorno alla piena normalità richiederà tempo e che gli effetti economici del conflitto potrebbero continuare a farsi sentire ancora per mesi.































