L’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone sulla macchina digitale che sta riscrivendo l’esperienza umana
Nel Signore degli Anelli i palantíri sono pietre veggenti del mondo elfico: sfere di cristallo che mostrano luoghi lontani e volti nascosti. Chi le interroga crede di vedere, e invece viene visto; crede di sapere, e a poco a poco viene governato. Nel romanzo finiscono per servire l’Avversario, e chi le usa — anche con buone intenzioni — ne esce corrotto. Eppure una delle più potenti aziende di intelligenza artificiale del mondo ha scelto proprio quel nome come insegna. Tolkien, cattolico devoto, di quelle pietre aveva fatto un avvertimento, non un vanto. È in questa ironia che conviene entrare per leggere la prima enciclica di Leone XIV.
L’enciclica
Magnifica humanitas, firmata il 15 maggio 2026 nel 135° anniversario della Rerum novarum e presentata dieci giorni dopo alla presenza del Pontefice — per la prima volta un Papa ha voluto assistere alla presentazione di una propria enciclica —, non è in fondo un documento sull’intelligenza artificiale. È un documento sull’essere umano, in un tempo in cui la macchina digitale sta riscrivendo le condizioni stesse dell’esperienza umana. Lo dice la parola che governa il titolo: custodia. Non difesa, non governo, non gestione. La Chiesa si mette come sentinella, non come tribunale.
E la domanda decisiva si sposta: non più che cosa può fare la macchina, ma che cosa sceglie di diventare la persona accanto ad essa. Per misurare la posta in gioco bisogna tornare indietro di cinque secoli. Il concetto stesso di dignità dell’uomo, su cui l’enciclica costruisce, nasce in larga parte da una pagina celebre del Rinascimento: l’Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola, 1486. Lì Dio dice ad Adamo di non avergli dato né sede certa, né volto fisso, né dono peculiare, perché sia lui — libero — a darseli. L’uomo, scrive Pico, è «scultore e modellatore di se stesso». La sua dignità non sta in una natura stabile, ma nella capacità di diventare ciò che sceglie. Ed è proprio questa pagina che i transumanisti di oggi rivendicano come loro fondamento filosofico.
Il transumanesimo
La rivendicazione non è del tutto arbitraria. Pico non era un proto-transumanista: la sua libertà era ascesa spirituale dentro la catena dell’essere, non il laboratorio CRISPR né le officine del silicio. Ma il gesto antropologico è lo stesso — l’uomo che non ha natura data una volta per sempre e, come Proteo dalle mille forme, deve costruirsi attraverso le proprie scelte — e quel gesto, una volta secolarizzato e messo in mano a strumenti potentissimi, produce davvero ciò che il transumanesimo ipotizzava già alla fine del secolo scorso. Di qui una conseguenza che vale la pena dire ad alta voce: quando critica il transumanesimo, il testo non combatte un nemico esterno alla tradizione cristiana.
Sceglie, dentro quella stessa tradizione, l’Agostino della fragilità e non il Pico della duttilità. Scelta coerente per un Pontefice agostiniano; ma scelta interna, non scomunica del Rinascimento. Il transumanesimo è, almeno in parte, un esito germinato dentro l’umanesimo cristiano, non fuori di esso. La difficoltà, peraltro, non si avverte solo dentro la Chiesa. Dal versante laico, uno storico come Aldo Schiavone sostiene da anni che l’intreccio fra naturale e artificiale non sta generando un post-umano, ma un nuovo umano, diverso da quello che abbiamo conosciuto. È una diagnosi che interpella direttamente l’enciclica — il suo capitolo sul lavoro descrive ancora la civiltà del Novecento, o quella che sta nascendo? — e che conferma, da un’altra lingua, come il nodo sia reale e non una sottigliezza da eruditi.
La centralità della persona
Il punto più profondo, però, è un altro, e né l’enciclica né le prime letture lo hanno messo davvero al centro: la lenta esternalizzazione del pensiero. La questione non è soltanto chi controlla l’algoritmo. È che cosa accade a una persona quando — impercettibilmente, spesso volontariamente — affida a sistemi esterni le funzioni stesse del pensare e del decidere. La memoria, anzitutto: una memoria che vive nelle macchine non è più quella di cui Agostino diceva, nelle Confessioni, «lì incontro me stesso». Poi il giudizio: abituarsi a chiedere alla macchina che cosa pensare di un testo, di una situazione, è atrofia del discernimento — quella discretio che già i Padri del deserto consideravano un dono dello Spirito, non un automatismo.
Poi la parola: delegare alla macchina la formulazione dei propri pensieri e delle proprie decisioni significa, alla lunga, perdere il proprio timbro interiore. Infine l’immaginazione: chi riceve immagini già confezionate perde la capacità di sperare ciò che ancora non c’è, che è la materia stessa della fede. Un potere algoritmico concentrato in poche mani è una distorsione grave, ma esterna: contro di essa si può ancora lottare, con una rinnovata consapevolezza dei singoli e dell’opinione pubblica. Un’umanità che ha smesso di esercitare memoria, giudizio, parola e immaginazione è invece una mutazione interiore, e contro le mutazioni interiori la lotta è più dura, perché non si sa più nemmeno chi combatte.
Agostino e Guardini
Qui Agostino torna attualissimo. Nelle Confessioni la consuetudine è una catena che lega non perché imposta da fuori, ma perché si smette di sentirla come catena: è il libero arbitrio fatto prigioniero, che si scopre in catene mentre si crede ancora libero. È quanto Romano Guardini, ne La fine dell’epoca moderna, aveva intuito: il problema della libertà nel tempo della tecnica non sarebbe stato l’oppressione esterna, ma la non-resistenza a un condizionamento che non si avverte come tale. Il potere algoritmico funziona così: non vieta, orienta; non impone, predispone; non censura, ma seleziona, amplifica, rende visibile o invisibile. Costruisce l’ambiente entro cui crediamo di scegliere liberamente.
La domanda decisiva, allora, non è più che cosa l’uomo lascia fare alla macchina: è quando smette di distinguere il proprio pensiero da quello che gli viene suggerito come più plausibile. Un pensiero formulato per noi e accolto dopo un clic non è più nostro, ma non è nemmeno percepito come altrui: si installa in una zona neutra, dove la libertà non è negata, ma semplicemente non più esercitata. Anche la scena della presentazione, del resto, aveva un peso preciso.
Accanto al Pontefice sedeva il fondatore di una delle maggiori aziende del settore: non un’apertura indistinta al mondo della tecnica, ma la scelta di una compagnia che ha pubblicamente rifiutato l’uso militare illimitato dei propri modelli e ne ha già pagato il prezzo. Sul piano del messaggio — disarmare l’IA, no alle armi autonome, nessuna decisione letale delegata a una macchina — l’allineamento è reale, e fa dell’enciclica, implicitamente, una presa di posizione del primo Papa statunitense contro le attuali politiche militari del proprio Paese.
Disarmare l’intelligenza artificiale
La formula «disarmare l’IA», eco di quella «pace disarmata e disarmante» cara a Leone, ha la qualità retorica per entrare nel vocabolario del dibattito internazionale. Si capisce allora perché la citazione di Tolkien che Leone XIV ha voluto nel testo — non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per gli anni in cui viviamo, lasciando a chi verrà una terra sana da coltivare — non sia un ornamento, ma un invito a custodire il pianeta e chi lo abiterà dopo di noi. Citando lo scrittore cattolico contro l’idolatria della potenza tecnica, il Papa riprende l’autore a chi ne aveva preso in prestito i simboli: non denuncia soltanto un’ideologia, le sottrae le immagini.
È, a suo modo, una mossa di guerra culturale. Le pietre veggenti, nel romanzo, mostrano la verità e proprio per questo ingannano, perché chi guarda non sa più di essere guardato. Non è la figura esatta del nostro tempo? Magnifica humanitas, come ogni grande enciclica sociale, diagnostica meglio di quanto prescriva e apre più cantieri di quanti ne chiuda. Non è un difetto: la Rerum novarum non diede soluzioni pronte alla questione operaia, diede la grammatica entro cui per decenni si poté pensarla. Questa enciclica offre una grammatica per pensare la questione tecno-informatica del nostro tempo.
Tocca ad altri — teologi, filosofi, educatori, giuristi, ingegneri, e a ciascuno di noi — riempirla. La virtù decisiva, in quel cantiere, ha un nome antico: discernimento. La capacità di riconoscere, tra le voci che ci abitano, quale sia davvero la nostra. Perché la posta, ormai, non è più solo che cosa l’uomo fa, ma che cosa l’uomo è, quando le sue facoltà più intime dialogano senza sosta con sistemi che lo conoscono meglio di quanto egli conosca sé stesso.




























