Gli Usa lanciano una nuova ondata di attacchi contro obiettivi iraniani vicino allo Stretto di Hormuz. L’Iran risponde con missili e droni contro basi americane nella regione. I negoziati sfocano. Il rischio del conflitto aperto è sempre più vicino
Ciò che sta avvenendo in Medio Oriente è probabilmente qualcosa che non ha eguali nella storia recente. Per la terza volta in meno di dodici mesi, gli Stati Uniti hanno infranto una tregua da loro stessa proclamata attaccando durante dei negoziati da loro stessi richiesti. Nella speranza di piegare il loro avversario, la Repubblica Islamica dell’Iran.
La mossa – preannunciata dallo stesso presidente americano Trump con i consueti toni trionfalistico-punitivi – ha fatto collassare le settimane di fragili trattative tra i rappresentanti iraniani e quelli americani. Per raggiungere un’intesa che pacificasse il Medio Oriente dopo mesi di guerra.
I raid nella notte
Nella notte tra mercoledì e giovedì, infatti, l’aviazione statunitense ha lanciato una vasta ondata di raid aerei. Diretti primariamente contro obiettivi militari in territorio iraniano, colpendo stazioni radar, batterie anti-aeree e postazioni delle forze armate iraniane.
I bombardamenti, a cui l’Iran ha risposto con il lancio di missili contro le basi americane nel Golfo Persico e la flotta statunitense dispiegata nel Golfo dell’Oman, si sono interrotti verso l’una e mezza di notte. Quando Trump ha annunciato di aver ricevuto una telefonata da parte di non meglio specificati leader iraniani che lo avrebbero pregato di fermare gli attacchi.
Fatto totalmente smentito da Teheran, che ha parlato di fantasie del presidente americano.
Il tycoon avrebbe quindi ordinato una sospensione dei raid minacciando contemporaneamente la distruzione dell’Iran se non avesse acconsentito alle sue condizioni nelle successive ventiquattr’ore.
L’ultimatum a Teheran
Nello specifico, Trump ha richiesto la consegna di tutto il materiale nucleare iraniano e di circa metà del petrolio del grande Paese mediorientale.
Diktat inaccettabili per l’Iran: «Gli ultimi raid degli Stati Uniti hanno reso il cessate il fuoco praticamente privo di significato», ha sentenziato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano.
«La grande nazione iraniana non cederà mai. È l’America a doversi arrendere», ha rincarato la dose il portavoce della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano.
Anche il generale Mohsen Rezaee, ex capo dei Pasdaran e oggi consigliere militare della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, non ha usato mezzi termini.
«Quello squilibrato del presidente degli Stati Uniti immagina che le bombe possano portarlo fuori dal pantano che lui stesso si è creato. Ma i missili iraniani lo invischieranno ancora più profondamente. Washington deve scegliere tra accettare i termini dell’Iran o perdere l’ultimo brandello della sua credibilità nel mondo».
La minaccia su Kharg
Ma Trump non è sembrato intendere. Nel pomeriggio di ieri è tornato a promettere sfracelli contro Teheran, colpevole di non aver accettato i suoi termini-capestro per un accordo.
«Gli Stati Uniti colpiranno l’Iran (la cui Marina, Forza Aerea, Radar, Antiaerea e tutte le altre forme di Difesa, insieme alla maggior parte della sua capacità offensiva, SONO ANDATE!), MOLTO DURETTAMENTE STASERA. In qualche punto nel non troppo lontano futuro, prenderemo l’Isola di Kharg e altri punti infrastrutturali petroliferi»

«E assumeremo il controllo totale dei loro Mercati del Petrolio e del Gas, molto come abbiamo fatto con il Venezuela, che sta funzionando brillantemente sia per il Venezuela che per gli Stati Uniti d’America. Grazie per la vostra attenzione a questa questione!», ha scritto sui social con tono brigantesco.
Subito dopo ha telefonato a Fox News, la principale emittente conservatrice, per ribadire la propria intenzione di occupare Kharg e mettere le mani sui proventi del petrolio iraniano.
L’isola che può decidere la guerra
La Casa Bianca e il Pentagono ritengono infatti che conquistare l’isola di Kharg, o distruggere le infrastrutture energetiche dell’isola, porterebbe di fatto l’Iran alla bancarotta e ne ridurrebbe le capacità al punto da non poter più continuare la guerra.
Proprio per questo Washington ha studiato per mesi la possibilità di invadere l’isola. Senza mai passare dalle parole ai fatti a causa delle pesanti perdite in termini di uomini e mezzi che un’operazione del genere imporrebbero agli invasori.
Trump ha indirettamente riconosciuto questi limiti spiegando di voler conquistare l’isola ma di non essere sicuro che gli statunitensi lo vogliano con altrettanta forza.
Discorsi surreali, così come è surreale l’annuncio di un’invasione mentre ancora nessun soldato ha messo piede sul territorio-bersaglio. Secondo i dati satellitari raccolti dalla Cnn, gli iraniani hanno passato gli ultimi mesi a rafforzare le difese dell’isola posando campi minati, distribuendo e mimetizzando batterie anti-aeree e costruendo trincee e postazioni fortificate.
La resa chiesta da Trump
Nulla di tutto questo sembra turbare il tycoon, che ha ribadito la richiesta di una rapida capitolazione di Teheran:
«Dovrebbero sventolare la bandiera bianca di resa. Dovrebbero dire “Ci arrendiamo, ci arrendiamo, siamo finiti, ne abbiamo abbastanza, gli Stati Uniti sono la più grande delle potenze, lode ad Allah!”».
Secondo il Wall Street Journal, il “piano” sarebbe riprendere round continui di bombardamenti notturni contro l’Iran finché gli Ayatollah non capitoleranno.
«Negozieremo con le bombe»
Al tremendo si è mischiato il grottesco, dal momento che Washington insiste che la sua sia una strategia negoziale. Incalzato dalle domande dei giornalisti, il segretario della Guerra Pete Hegseth non si è scomposto:
«Se dovremo negoziare con le bombe, allora negozieremo con le bombe. Siamo i migliori del mondo a farlo».
Suscitando un po’ un paradosso: solo pochi giorni fa Washington ha redarguito l’alleato israeliano per aver ripreso autonomamente le ostilità con gli iraniani dopo aver bombardato il Libano, oggi sono gli stessi Stati Uniti a guidare la carica. Resta tuttavia ignoto il fine di tutta questa messinscena.
Perché se la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, come avrebbe detto von Clausewitz, l’unica cosa chiara qui è proprio l’assenza della politica.
La politica che non si vede
Ufficialmente, gli attacchi servono a piegare la resistenza iraniana e a costringere Teheran a più miti consigli.
Ma è una tesi che non regge a ciò che abbiamo visto finora: i raid scatenati da Israele e dagli Stati Uniti lo scorso 28 febbraio, poi temporaneamente interrotti a inizio aprile, non hanno distrutto le risorse militari dell’Iran, anzi semmai hanno radicalizzato il Paese.
«Un edificio danneggiato a Bemani, nel sud dell’Iran, visibile in una fotografia pubblicata dai media iraniani, dove un muro rimasto in piedi invita i residenti a non sprecare acqua: “L’acqua è il battito della vita”. Un’analisi del New York Times indica che attacchi di precisione statunitensi hanno distrutto questa struttura e una seconda nelle vicinanze»

I negoziati dietro le quinte
Fonti occidentali giurano che dietro le quinte i mediatori sono ancora al lavoro per cercare di salvare il salvabile, che i contatti non si sono interrotti e che un’intesa potrebbe essere prossima. Ma è difficile credere a queste indiscrezioni mentre nugoli di missili si abbattono sulle città del Medio Oriente.


































