31 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

31 Mag, 2026

I prigionieri di guerra, il disonore dei vincitori

Internati Militari Italiani. La vita nei lager nazisti

Le violenze, le umiliazioni, i soprusi, le imposizioni: i deportati, la piaga invisibile dei conflitti, i vinti trattati come cose fin dall’antichità


Contesti difficili, di pericolo costante, segnati da violenza, precarietà e barbarie. Spazi in cui si intrecciano storie individuali e collettive di fame, umiliazioni, malattie e morte. In insopprimibile desiderio di vita, di rinnovamento e di speranza. Sono i luoghi dove da sempre si concentrano le storie dei prigionieri di guerra. Esperienze di vita mitigate dalla spontaneità delle emozioni e di sentimenti contrastanti, quale unica via di sopravvivenza contro gli schemi della ragione e dei formalismi.

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In epoche antiche, l’assenza di una convenzione legale per difendere l’integrità fisica e/o morale dei prigionieri di guerra, era colmata dalla regola, tacita tra i popoli, che stabiliva fin dall’inizio un rapporto dominato-dominante tra il prigioniero e il conquistatore. Il prigioniero non era depositario di alcun diritto. La sua sopravvivenza dipendeva esclusivamente dalla sua possibile utilità per chi lo avesse catturato e dalla quantità di cibo disponibile per la sua sopravvivenza.

Guai ai vinti

Di Giulio Cesare si dice che avesse più prigionieri che soldati. Nel diritto romano il prigioniero di guerra era indicato con il termine captivus che si riferisce a “colui che è stato preso con la mano”. Cioè la persona che è caduta sotto il potere del nemico, nel corso di una guerra, durante un conflitto.

Da qui la celebre espressione latina Vae victis (tradotto, Guai ai vinti). Indicava la condizione di sottomissione di chi perde, nei cui confronti i vincitori avevano il diritto di imporre le proprie condizioni senza alcuna clemenza. Il prigioniero diveniva così come un vero e proprio bottino di guerra, rappresentando la ricompensa e il coronamento di tutti gli sforzi compiuti dai soldati sul campo di battaglia. Con il Trattato di Westfalia del 1648 viene sancita la liberazione dei prigionieri senza la corresponsione di riscatto alcuno. Imponendosi un nuovo modo di pensare sulla gestione dei prigionieri di guerra. Lo ricorda Montesquieu quando nel suo L’esprit des lois (Lo spirito della legge) scriveva che l’unico diritto che avesse il catturante sul catturato, era quello di impedire al prigioniero di fare danni. Il prigioniero quindi non era più una sua proprietà.

Per alcuni, i prigionieri di guerra erano eroi, figure storiche, con un’esistenza reale anche se avvolta nella leggenda. Per altri inetti, decadenti o frustrati, agli antipodi rispetto all’ideale dell’uomo eroe. In ogni caso, erano, e sono, figure destinate a diventare, al termine dei conflitti, un fattore rilevante all’interno dello scacchiere politico ed economico di un Paese.

Da Caporetto a Gadda

A lasciare una preziosa testimonianza di questa durissima esperienza della prigionia è Carlo Emilio Gadda, catturato nei pressi di Caporetto il 25 ottobre 1917. Sebbene durante la Grande Guerra i diritti dei prigionieri di guerra dovevano essere garantiti dalla Convenzioni dell’Aia siglata i primi anni del Novecento, nella pratica però le cose andarono diversamente.

Le pagine de Il Giornale di guerra e di prigionia, scritte dal sottotenente degli alpini Gadda, sono strazianti, considerate da lui stesso tanto disturbanti da dovere essere destinate soltanto a una stampa postuma. “Il clima freddo, umido, aumenta le grandi sofferenze; bisogna dormir sdraiati sul pavimento nudo e sporco e provvedere con artifizi ai nostri bisogni; le condizioni spirituali sono terribili: la mia vita morale è finita: non ne parlerò neppure: è inutile”.

Storie, quelle dei prigionieri di guerra, non sempre facili da raccontare, talvolta per mancanza di coraggio nel mettere nero su bianco le proprie vicende e sventure, ma anche per le censure imposte dai governi che non avevano grande interesse a parlare di situazioni che contrastavano con la simbologia ufficiale. Una storia che, ancora oggi, si ripete.

Da Guantanamo ai lager

Ai nostri giorni parlare di prigionia di guerra automaticamente fa correre il pensiero a Guantanamo, ad Abu Ghraib e ai maltrattamenti nei confronti dei detenuti, o agli ostaggi dei terroristi islamisti, fino ai recenti fatti degli attivisti della Flotilla, sequestrati e trattenuti brevemente come prigionieri dal Governo israeliano.

Mentre, restano un mero ricordo, alimentato solo durante le giornate di commemorazione, gli episodi dei lager e dei gulag, dei campi di sterminio e delle camere a gas, delle fosse di Katyn e delle foibe, luoghi destinati all’eliminazione fisica del nemico prigioniero in spregio ad ogni convenzione internazionale. Tra il 1940 e il 1946 quasi ogni famiglia italiana aveva un congiunto o parente prigioniero di guerra all’estero.

Ma, per ragioni complesse e spesso inconfessabili, nel dopoguerra la questione dei prigionieri di guerra italiani è stata pressoché rimossa dalla memoria collettiva, con scarsa attenzione anche da parte della storiografia, fino a farci quasi dimenticare della loro esistenza.

I soldati italiani nei campi britannici

Una vicenda a lungo trascurata è stata quella accaduta durante la Seconda guerra mondiale. Quando oltre 150.000 militari italiani furono catturati e una parte consistente di essi fu trasferita nel Regno Unito in qualità di prigionieri di guerra. Chiamati a vivere esperienze eterogenee nei numerosi campi di prigionia disseminati in Inghilterra, Scozia e Galles, la presenza di questi soldati ha contribuito, in forme complesse, sia allo sforzo bellico britannico, attraverso il lavoro nei campi e nelle industrie, sia alla successiva ricostruzione post-bellica.

Una storia di prigionia ma anche di discriminazione. Perché quando giunse la pace, i soldati italiani rimasero immutabilmente gente considerata bellicamente, politicamente, culturalmente e anche razzialmente inferiore. Disprezzata dalla popolazione britannica, e abbandonata al proprio destino anche dalle autorità nostrane.

Non tutte le prigionie furono uguali

Ma, non tutte le prigionie furono uguali.

Alcuni si consegnavano spontaneamente al nemico nel tentativo estremo di opporsi alle indicibili sofferenze della vita di trincea; per altri, invece, la cattura avveniva dopo resistenze strenue e feroci, come è accaduto dopo la disfatta di Caporetto, con l’apocalittica cifra di circa 300.000 prigionieri.

Non meno tragico è il destino degli Imi, ossia gli internati militari italiani. Catturati e disarmati dalle truppe tedesche, caricati su carri di bestiame, e avviati ad una destinazione che non conoscevano: i lager del Terzo Reich. La Germania nazista, per poterli sfruttare senza controlli, non li riconobbe come prigionieri di guerra, classificandoli come internati militari italiani. Categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra del 1929. Con insistenti pressioni, veniva chiesto loro di continuare a combattere a fianco dei tedeschi o con i fascisti della Repubblica di Salò.M a la maggior parte di loro si rifiutò di collaborare e, per la prima volta, con una scelta volontaria di coscienza, dissero “no”. A qualsiasi forma di collaborazione, affrontando sofferenze e privazioni.

Le lettere dal fronte della prigionia

A guerra finita, quale che fosse il contesto storico di riferimento, i prigionieri, ognuno con il proprio brandello di verità carico del rancore accumulato in anni di sevizie e soprusi, si ritrovano a raccontare le proprie esperienze, utilizzate a volte come strumento contro autorità, potere e organi istituzionali che li avevano abbandonati, come forma di riscatto per le ingiustizie subite, ma anche come veicolo privilegiato per dare consistenza a vicende che altrimenti sarebbero rimaste nella mera immaginazione di chi non le aveva vissute in prima persona.

Molti di questi racconti riuscivano a venire alla luce ancor prima della fine del conflitto, riversati nelle lettere di donne, uomini, anziani catturati e ancora nelle mani del nemico. Una sedimentazione di materiali vari, dovuta a scriventi diversi per condizione e per genere, sorprendentemente ricca quanto fragile, deperibile e a lungo nascosta allo sguardo. Il più delle volte si trattava di persone per nulla scolarizzate, spesso più a loro agio con gli attrezzi del lavoro che con una penna o una matita, che scrivevano spinti dalle urgenze tragiche della guerra, della fame e della lontananza nella speranza di non essere dimenticati. Un gesto che doveva assicurare una sopravvivenza virtuale di fronte alla morte incombente.

Le voci degli umili

Scritti, alcuni dei quali videro la luce quasi per caso, quando un giovane filologo, Leo Spitzer, nel ruolo di censore per il ministero della Guerra austro-ungarico, venne incaricato di filtrare la corrispondenza dei prigionieri italiani. Si trattava di lettere, ma anche di diari, taccuini, ricettari, canzonieri, memorie fatte di parole e di conti, di immagini, disegni e fotografie.

Nasce da qui l’opera Lettere di prigionieri di guerra italiani, una raccolta delle voci degli umili che condividevano la quotidianità logorante dei campi, i meccanismi disumanizzanti della guerra, la fame, l’ironia e il tentativo di restare aggrappati a una normalità impossibile. A restituire un ritratto fedele della condizione del prigioniero è anche la poesia di Vittorio Sereni, ma con un tono diverso. Nel suo Diario d’Algeria i versi rompono con la tradizione, spogliandosi della bile, dei rancori repressi nei lunghi anni di reclusione, nel tentativo di ricreare un luogo dove ritrovare uno squarcio di vita dimentica.

La ferita del referendum del 1946

Tuttavia, una volta tornati a casa, gli ormai ex prigionieri di guerra continuavano a vivere sentendosi ancora reclusi, ma questa volta tra le “mura domestiche”. Accade, così, che alla fine del secondo conflitto mondiale, in vista del referendum costituzionale del 1946, la politica italiana temendo che il rientro dei prigionieri potesse orientare il voto. Scelse di escludere dal voto mezzo milione di italiani che erano stati catturati combattendo per la nazione.

Anche, Alcide De Gasperi in un’intervista del maggio ’46, interrogato sulla possibilità che i prigionieri fossero esclusi dalla votazione referendaria, fu categorico.

“D’altra parte non può non tenersi presente che tra i reduci vi sono molti giovani che sono partiti avendo avuto solo l’educazione del cosiddetto clima fascista, che i reduci non hanno vissuto come noi abbiamo vissuto la tragedia del nostro Paese. E che quindi hanno bisogno di un congruo periodo di tempo per orientarsi prima di dare la loro adesione all’uno o all’altro partito politico”.

Il mancato coinvolgimento nel voto del ’46 fu una ferita profonda nell’animo degli italiani prigionieri di guerra, che si sentivano due volte sconfitti: per non aver potuto combattere per assicurare al paese il futuro che meritava, e dall’altro per non aver potuto scegliere quale forma quel futuro avrebbe dovuto assumere.

Una memoria da riscattare

Storie, quelle dei prigionieri di guerre, che oggi assumono una dimensione storica più profonda e complessa. Racconti a tratti comuni, ma caratterizzati da percorsi unici, che attraversano le principali campagne militari. Ricordandoci che un paio di vecchie fotografie, una medaglia al valore, e i ricordi sbiaditi dei sopravvissuti non sono solo frammenti di conflitti che hanno lasciato vinti e vincitori, ma anche e soprattutto storie di vita, che ci aiutano a capire fino in fondo la condizione dei prigionieri di guerra per riscattarne le loro sofferenze e il loro valore.

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