28 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Mag, 2026

Troppo mattone e poca impresa: il declino italiano

L’economista Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi, analizza le ragioni del basso impatto degli investimenti delle imprese italiane sulla crescita


L’assenza di crescita non è nuova, in Italia. Anzi, è strutturale. Vista dal lato della domanda, la crescita si sostiene sulla demografia, ma questa non è in grado di alimentare una domanda interna robusta. In ragione del fatto che nei prossimi venti anni solo un consumatore su due, invecchiando, verrà sostituito da uno nuovo.

Sempre dal lato della domanda, la crescita si può fondare sulle esportazioni, ossia sulla domanda del resto del mondo. Ma da una parte c’è un limite a fare assorbire il proprio prodotto all’estero, dall’altra parte le esportazioni non sono sotto il controllo dell’economia nazionale. Se non in modo parziale, come si è visto nel 2025, anno della ricomparsa dei dazi.

Siccome alla domanda demografica non si può chiedere gran che, e la domanda del resto del mondo non è sotto il controllo nazionale, ci si deve rivolgere ai motori endogeni della crescita. Il principale da sempre è l’accumulazione di capitale produttivo, che avviene attraverso l’investimento.

Le “missioni” dell’investimento

Nell’economia di mercato l’investimento svolge tre funzioni: rinnova il patrimonio produttivo, sostituendolo a mano a mano che si consuma o diventa obsoleto. Accresce il Pil potenziale. È un veicolo di trasferimento dell’innovazione, in quanto ogni generazione di investimenti supera per qualità tecniche e qualità del risultato potenziale quella che sostituisce.

Sotto questo profilo, l’Italia non eccelle. Se si guarda al profilo complessivo degli investimenti, l’investimento netto, ossia quello che supera il semplice ammortamento, è stato negativo in due anni su tre tra il 2009 e fino al 2015. In altri termini, a seguito delle due recessioni del 2009 e del 2012, il capitalismo italiano ha tirato i remi in barca e ha disinvestito. Sono stati quelli gli anni della dissoluzione della grande industria privata italiana. E, ancorché le medie imprese siano cresciute, ancora per un po’ non riusciranno per valore aggiunto a colmare il vuoto lasciato dalle grandi che sono scomparse.

Il sottoinvestimento cronico

Anche successivamente al periodo delle due crisi degli anni Dieci, la propensione a investire non è mai stata particolarmente alta. L’Italia evidenzia una tendenza cronica al sottoinvestimento. In particolare, al sottoinvestimento produttivo, ossia all’investimento non in costruzioni ma in mezzi di produzione, materiali o immateriali. Tra il 2007 e il 2014 il tasso di investimento lordo passa dal 21 al 16 per cento del Pil. Ad essere sacrificate, sono state sia le costruzioni, che non impattano sul Pil potenziale, sia gli investimenti che impattano sul Pil potenziale. Dal 2015 in avanti, invece, gli investimenti lordi si riprendono, tanto che nel 2025 sono stati quasi il 23 per cento del Pil.

Tuttavia, non sono cresciuti tutti. I dati raccontano che ad essersi espansi sono stati non tanto quelli nelle macchine, negli impianti e nelle attrezzature (che possono produrre Pil potenziale e quindi sono abilitatori della crescita futura del Pil), ma si sono espansi soprattutto gli investimenti in costruzioni. Questi ultimi hanno toccato il massimo, per la parte residenziale, nel 2023, quando il superbonus li ha spediti su fino al 7,5% del Pil.

Le altre costruzioni (essenzialmente quelle non residenziali, sia private che le opere pubbliche) hanno invece fatto il pieno di recente, ossia nel 2025, con il 7% del Pil. Va da sé che agli investimenti che possono spingere il Pil sia quindi toccata una quota piccola: 7 per cento quelli materiali e 3,4% quelli immateriali, che – tutti insieme – includono la ricerca e sviluppo, i brevetti, il software.

Il confronto con le altre economie

Nelle economie che crescono i numeri sono molto diversi. Negli Stati Uniti alle abitazioni va il 3% del Pil, alle altre costruzioni il 4%, agli investimenti industriali materiali il 6,6% (più o meno come in Italia). Infine agli investimenti immateriali (ricerca e sviluppo e digitalizzazione) ben l’8,4%.

In altri termini l’Italia investe più o meno quanto le economie che crescono, ma non cresce perché i suoi investimenti, per lo più in fabbricati, non aumentano il Pil potenziale.

Abbiamo quindi una piramide degli investimenti rovesciata. Investiamo di più dove sappiamo che l’effetto di spinta del Pil finisce quando si chiude il cantiere e investiamo di meno dove l’effetto di spinta del Pil inizia proprio quando si chiude il cantiere. Quando la ricerca si conclude, quando si installa un nuovo software, quando si registra un nuovo brevetto.

Ovviamente, questa dinamica non è frutto del caso, ma è il risultato quasi endogeno del complesso capitalismo italiano. Il quale è comparativamente più parsimonioso dei sistemi con cui si confronta sugli investimenti rischiosi e un poco più incline a favorire la rendita immobiliare.

Un indicatore di questo è la percentuale dei margini lordi e dei redditi misti che si trasforma, secondo i dati della contabilità nazionale, in investimenti non immobiliari. In Australia è il 34%, in Germania è il 32%, in Giappone è il 36%, in Corea del Sud è il 58%, in Svezia è il 47%, negli Stati Uniti è il 32% (dati Ocse).

In Italia è il 23% e negli anni del disinvestimento produttivo è stata del 16%. Questa parsimonia a reinvestire nella propria impresa è comune a molti paesi che crescono poco (il Messico) e ci fa sospettare che abbia un ruolo nel fenomeno del sotto-investimento italiano.

La Penisola poco attrattiva per gli investimenti esteri

E pur vero che a seguito della crisi del 2009 l’Italia ha dovuto fare l’esperienza con uno dei più significativi deleveraging creditizi. In altri termini, diversamente dal resto d’Europa, dove il credito bancario all’economia è stato più o meno costante in termini reali, il credito bancario all’economia italiana si è contratto in termini reali e, pertanto, parte dei margini realizzati è stata impiegata a sostituire i prestiti bancari all’interno delle fonti finanziarie delle imprese. Queste osservazioni possono essere unite ad un’altra evidenza: la globalizzazione determina la totale libertà degli investimenti produttivi di muoversi, e questo è certamente un bene, a patto che i governi non intervengano troppo per distorcere i fattori di attrazione.

Comunque, a differenza di altri paesi, l’Italia ha più investimenti delle imprese nazionali all’estero che non investimenti delle imprese estere in Italia, per una condizione di attrattività relativa che svantaggia la Penisola, per tanti fattori, come i costi dell’energia, quelli fiscali e quelli burocratici.

I bonus fiscali

Un’ultima osservazione riguarda i programmi di spesa pubblica straordinaria che si sono succeduti negli ultimi cinque anni. Essi sono stati imponenti. Secondo i nostri calcoli, hanno determinato volumi di spesa pubblica, realizzata direttamente o attraverso trasferimenti, pari a circa 100 miliardi all’anno per circa quattro anni.

Il Pnrr si sta per concludere e non è troppo presto per fare qualche considerazione. Quelle spese erano state decise come prodotto di una stagione di sospensione del Patto di Stabilità e crescita e dovevano sostenere la domanda crollata con il Covid e, in aggiunta, mettere l’Italia su una traiettoria di crescita maggiore, trasformandone il modello produttivo. Invece, la crescita italiana si sta dimostrando per lo più trainata dai flussi turistici e poco spinta dall’offerta di prodotti manifatturieri innovativi.

A questo punto, pur non esistendo né potendo esistere prove in proposito, è legittimo dubitare che i finanziamenti pubblici trasferiti per realizzare investimenti siano stati sostitutivi e non aggiuntivi.

In altri termini, gli incentivi raramente spostano in su il livello di investimento programmato delle imprese, così che – a incentivo erogato – gli investimenti sono più o meno quelli che gli imprenditori desideravano, ma realizzati a condizioni di finanziamento agevolato.

In altri termini, il problema del sotto investimento italiano, ormai cronico, non si risolve con altra spesa pubblica, mentre il debito pubblico cresce. Si potrebbe ragionare, piuttosto, su quanti investimenti in più potrebbero essere determinati da un mercato finanziario più liquido e completo. O da un sistema fiscale che cambi approccio. Anziché segnare il record della pressione fiscale per finanziare investimenti di cui non si vedono grandi risultati, sarebbe meglio premiare fiscalmente le imprese. Che investono e che crescono.

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