Gli attacchi dell’Ucraina su Mosca, le raffinerie russe colpite e il raid contro l’Fsb nei territori occupati cambiano la percezione del conflitto innescando una nuova fase che mette in crisi Putin
Dopo gli attacchi su Mosca e il colpo contro la sede dell’Fsb situata nella parte occupata dell’oblast di Kherson, c’è una domanda, non più soltanto militare, ma politica, direi perfino psicologica, che dovremmo cominciare a porci: che cosa significa “vincere” una guerra quando il nemico è più grande, più potente, più ricco di profondità strategica, più disposto a consumare uomini come materiale d’uso? E ancora, di rimbalzo: che cosa significa invece “perdere” per un impero che aveva promesso una guerra breve, chirurgica, e si ritrova al quinto anno di conflitto con i droni nemici sopra la capitale, le raffinerie in fiamme, i servizi segreti colpiti nei territori che pretendeva di avere annesso per sempre?
Negli ultimi giorni l’Ucraina ha intensificato gli attacchi a lungo raggio contro obiettivi in territorio russo. Il 17 maggio la regione di Mosca ha subìto il più grande attacco di droni contro la capitale da oltre un anno. Pochi giorni dopo, i droni ucraini hanno colpito la raffineria di Syzran, nella regione di Samara, a più di ottocento chilometri dall’Ucraina. Poi c’è stato il colpo contro l’FSB nella zona occupata di Kherson, che, secondo Kyiv, avrebbe causato circa cento tra morti e feriti e distrutto anche un sistema antiaereo Pantsir-S1.
La narrativa russa si incrina
Per mesi – anzi per anni – la narrazione dominante della guerra è stata quella dell’attrito: la Russia avanzava lentamente, divorando villaggi e campi, pagando prezzi enormi in vite umane e blindati, e contando sulla stanchezza occidentale, sulla scarsità di uomini ucraini, sull’ambiguità americana. Ora quel quadro si incrina. Le ultime rilevazioni sull’andamento del fronte suggeriscono un’inversione, o almeno una battuta d’arresto, nella dinamica russa: nelle settimane tra fine aprile e metà maggio le forze di Mosca avrebbero perso più terreno di quello conquistato.
La Russia resta occupante di circa il 20% del territorio ucraino, compresa Crimea e parti del Donbas già prese prima dell’invasione su vasta scala; però l’idea di una sua avanzata meccanica, ineluttabile, appare oggi meno convincente. L’Ucraina, dunque, può vincere? Se per vittoria intendiamo la riconquista rapida di tutti i territori occupati, compresa la Crimea, al momento sarebbe un azzardo rispondere affermativamente. La Russia dispone ancora di massa, artiglieria, capacità missilistica, industria riconvertita alla guerra e soprattutto una disponibilità politica alla perdita umana che una democrazia non può sostenere.
Il problema del logoramento ucraino
L’Ucraina, al contrario, continua a soffrire problemi di uomini e di logoramento sociale. La carenza di personale, in particolare, è diventata uno dei punti più delicati per Kyiv, in un esercito che combatte da oltre quattro anni contro un avversario demograficamente superiore. Se invece per vittoria intendiamo impedire alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi strategici – distruggere lo Stato ucraino, renderlo satellite, dimostrare che l’Europa orientale è ancora spazio imperiale russo – allora l’Ucraina ha già ottenuto una parte decisiva del risultato.
E oggi sembra in grado di aggiungere un elemento ulteriore: portare il costo della guerra dentro il perimetro psicologico russo. È questo il punto politico degli attacchi a lungo raggio. Non sono, da soli, una svolta risolutiva. Però incrinano tre pilastri della strategia putiniana: la sicurezza interna, la rendita energetica e la narrativa dell’invulnerabilità. Di fatto, Kyiv oggi appare militarmente più creativa, con i suoi droni navali, i droni a lungo raggio, gli attacchi asimmetrici, e l’integrazione tra intelligence e artiglieria.
L’Europa guarda a Kyiv
Di fronte a queste innovazioni tecnologiche, anche l’Europa appare sempre più orientata a considerare la resistenza di Kyiv come una frontiera comune. Le proposte di rafforzamento del legame europeo con l’Ucraina – come l’ipotesi tedesca dello status di “membro associato” dell’Unione – indicano, in tal senso, che la questione militare e quella politica ormai coincidono: l’Ucraina combatte per restare dentro una forma storica dell’Europa, mentre la Russia combatte per dimostrare che quella forma è reversibile.
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Se Putin aveva bisogno di una guerra che dimostrasse l’irrilevanza dell’Ucraina, ha ottenuto il risultato opposto, ovvero un’Ucraina capace di costringere la Russia a difendersi in casa propria, di colpire la sua economia di guerra, di trasformare l’occupazione in un territorio insicuro. Questo non significa che Kyiv abbia vinto. Significa, però, che la vittoria russa ha smesso di sembrare inevitabile. E questa è già una forma di sconfitta per Putin.































