La strategia americana sotto Trump segue una logica precisa: costringere l’Europa, e la Nato, a dipendere ancora di più da Washington. E il continente non ha ancora i mezzi per far da solo
Giovedì, mentre Marco Rubio volava a Helsingborg per la ministeriale Nato, Donald Trump annunciava il dispiegamento di 5.000 soldati in Polonia – gli stessi messi in discussione solo qualche giorno fa. Prima ancora che gli alleati europei potessero tirare un sospiro di sollievo, Rubio apriva i lavori della ministeriale rivelando l’insoddisfazione americana per lo scarso sostegno europeo durante la guerra in Iran. Il presagio è chiaro: il vertice annuale della Nato, in programma ad Ankara a luglio, si preannuncia particolarmente teso. La lettura più diffusa tra gli osservatori è che questa sequenza di eventi sia l’ennesima prova dell’improvvisazione e della schizofrenia dell’attuale amministrazione.
Una decisione presa oggi, ribaltata domani. È una interpretazione possibile. Ma non è l’unica – e probabilmente neppure quella più accurata. Per capire la strategia americana è necessario partire da un’analisi onesta della posizione europea. L’Europa accumula almeno cinque criticità strutturali che si alimentano reciprocamente. La prima riguarda la ricerca e lo sviluppo. La spesa europea complessiva – civile e militare – è circa la metà di quella americana, ed è qualitativamente più debole: finanzia in larga parte burocrazia piuttosto che innovazione. Poiché la ricerca di oggi è la crescita economica e la superiorità tecnologica di domani, l’Europa di dopodomani sarà strutturalmente meno competitiva.
Il nodo della difesa europea
La seconda criticità riguarda la difesa, sottofinanziata per almeno trent’anni. Il risultato è un insieme di forze armate che, nella maggior parte dei casi, non è in grado di condurre operazioni militari autonome per più di qualche giorno o settimana. Colmare questo gap richiede centinaia di miliardi di investimenti e un orizzonte di dieci-quindici anni: non è una questione di volontà politica a breve termine, ma di capacità industriale e pianificazione di lungo periodo. La terza fragilità è energetica. Dopo aver smantellato il nucleare – Italia e Germania su tutti – e costruito una dipendenza strutturale dal gas russo, l’Europa si trova esposta a una vulnerabilità che non può essere risolta rapidamente.
Senza energia non c’è produzione, e senza produzione non c’è crescita. La quarta criticità è economica: un mercato interno bloccato da alta tassazione, burocrazia e protezione delle lobby nazionali. In questo contesto, la crescita dipende solo dall’export. E i due principali mercati mondiali sono, non casualmente, Cina e Stati Uniti. La quinta fragilità è demografica e sociale. Una popolazione che invecchia genera una tensione intergenerazionale strutturale – anziani che vivono di pensioni finanziate dai loro nipoti – e, a differenza degli Stati Uniti, sistemi di integrazione degli immigrati notevolmente meno efficaci.
La strategia di Trump
Con conseguenti pressioni identitarie difficili da gestire politicamente. Cosa c’entra tutto questo con Trump? La risposta è semplice: Trump sa che l’Europa non può affrontare simultaneamente tutti e cinque questi problemi. È una questione di risorse scarse, ma è anche – e soprattutto – una questione politico-identitaria. I partiti europei hanno agende e priorità incompatibili, e anche nei casi in cui esista convergenza su un singolo tema tradurla in azione concreta risulta difficile per via delle divisioni ideologiche tra gli schieramenti. In questo contesto, l’approccio dell’attuale amministrazione americana all’Europa è non solo strutturalmente diverso da quello di tutti i predecessori ma anche non particolarmente sorprendente.
Fino a Joe Biden, Washington chiedeva – talvolta quasi supplicava – con un piede dentro l’Europa ai suoi alleati di fare di più in materia di difesa. Era una dinamica da alleato maggiore che sollecita il minore. Trump ha invertito completamente la logica: ora è Washington a mettere un piede fuori dall’Europa per obbligare gli alleati continentali a tirare gli Usa dentro. La canzone dei Pearl Jam, “Push Me, Pull Me”, cattura perfettamente la meccanica. Prima gli Europei volevano essere spinti. Ora gli Stati Uniti si aspettano di essere tirati. Ogni crisi, ogni situazione, ogni evento offrono a Trump l’opportunità di alzare la posta.
La dipendenza europea dagli Usa
E l’Europa? Chiunque abbia avuto a che fare con una dinamica relazionale asimmetrica e manipolativa sa che le crisi di questo tipo non cessano fino a quando non si chiude il rapporto. Il problema è che, per l’Europa, rompere con Washington avrebbe costi proibitivi. Dipendiamo dalla tecnologia americana. Le nostre economie si reggono sull’export: verso gli Stati Uniti o verso il resto del mondo, e dunque questo commercio è possibile per via del ruolo di poliziotto globale svolto dalla marina USA. Un discorso analogo vale per l’energia, importata a ritmi crescenti dagli Stati Uniti ma che, in ogni caso, arriva in Europa grazie alla stabilità globale assicurata dalle forze armate americane.
La nostra sicurezza, infine, si fonda sull’ombrello americano. Alcuni sostengono che valga la pena accettare costi a breve termine in cambio di autonomia nel lungo periodo. È un argomento razionale in astratto. Nella pratica, però, si scontra con un ostacolo concreto: l’amministrazione Trump non è impreparata. Come dimostra il caso delle truppe polacche, non appena l’equilibrio minaccia di spostarsi, Washington offre corsie preferenziali ai singoli alleati più affidabili. Questi, razionalmente, accettano. La coalizione europea si frammenta. Il ciclo ricomincia.
Il test del vertice Nato
C’è infine un problema di fondo che nessuna agenda diplomatica risolve a breve termine. L’Europa è strutturalmente bloccata da veti incrociati, burocrazia, protezione delle rendite consolidate e pressione fiscale che soffoca la flessibilità. Per decenni, questa architettura è stata presentata – e in larga parte percepita – come il punto di forza del modello europeo: stabilità, protezione sociale, governance multilaterale. Oggi quella stessa architettura è diventata il principale ostacolo alla capacità di risposta perché il contesto geopolitico è cambiato troppo rapidamente.
LEGGI In Svezia si lavora alla Nato 3.0, la Germania si candida a leader
Il vertice di Ankara a luglio sarà un test rilevante. Non tanto per ciò che verrà deciso – le dichiarazioni finali dei vertici NATO raramente sorprendono – quanto per capire se la classe dirigente europea ha sviluppato una lettura lucida della propria posizione, o se continua ad affrontare ogni nuova crisi come se fosse un’eccezione contingente piuttosto che un segnale strutturale. Quando Ursula von der Leyen fu nominata presidente della Commissione Europea nel 2019 affermò di volere una «Commissione geopolitica», volta cioè a rafforzare il ruolo globale dell’Unione europea. Trump ricorda loro ogni giorno che quando si vuole la bicicletta, poi bisogna anche pedalare.































