Tra flessibilità fiscale, energia e inflazione, Roma prova a convincere l’Europa ad allargare le maglie del deficit. Ma a Bruxelles prevale ancora la linea della prudenza.
Bruxelles somiglia sempre più a una grande stazione ferroviaria dove i treni della politica economica arrivano, annunciano partenze imminenti e poi restano fermi sul binario, con il fischio che si perde nella nebbia dei “vedremo”, “valuteremo”, “approfondiremo”. E mentre l’Europa discute se sia più pericoloso un deficit o un blackout, l’Italia prova a infilarsi tra le fessure del regolamento come un gatto determinato davanti a una porta socchiusa. Il punto, ormai, non è più solo contabile: è quasi filosofico. Per Roma, l’energia non è una semplice voce di bilancio ma una sorta di nervo scoperto della sovranità moderna, una infrastruttura invisibile che tiene in piedi fabbriche, famiglie e umori collettivi.
La richiesta del Patto di stabilità
Da qui la richiesta insistita: usare la flessibilità del Patto di stabilità non come eccezione cosmetica, ma come vero e proprio strumento di sopravvivenza in una fase che l’Italia descrive senza mezzi termini come straordinaria, quasi “bellica” nei suoi effetti economici. La premier Giorgia Meloni, parlando da Roma, ha messo la questione sul tavolo europeo con la speranza di chi sa che il tavolo, però, scricchiola già di suo: circostanze eccezionali, fuori dal controllo degli Stati, che impongono risposte non ortodosse.
E non è un dettaglio burocratico: l’idea è quella di far passare l’energia dal reparto “mercato e concorrenza” al reparto “sicurezza nazionale”, come se cambiasse corsia in autostrada per schivare un incidente. Meloni ha anche riferito di averne parlato con Ursula von der Leyen, in un dialogo che somiglia sempre più a una partita a scacchi giocata mentre la scacchiera si muove. Nel frattempo, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è ritrovato a Nicosia, dentro il perimetro ovattato dell’Ecofin informale, a spiegare ai colleghi europei che l’Italia non sta chiedendo una licenza poetica ma una reinterpretazione creativa delle regole.
Il fronte della prudenza europea
Il tutto mentre il commissario Valdis Dombrovskis viene descritto con affettuosa ironia come dotato del «passo dell’alpino lettone»: lento, metodico, inesorabile. Il tempo, in questa storia, è la variabile più elastica. Potrebbero volerci giorni, forse settimane. E nel frattempo il mantra europeo si ripete come un rosario laico: la sicurezza economica è sicurezza nazionale. Una formula che suona solenne, ma che a Bruxelles viene subito seguita da un’altra litania meno poetica: «temporaneo, mirato, limitato spazio fiscale». Come dire: sì, ma con il contagocce.
La prudenza è il nuovo carburante istituzionale. Lo ricorda anche Christine Lagarde, che come presidente dalla Bce ammonisce contro deviazioni troppo creative: perché ogni scarto, nel grande libro della politica monetaria, rischia di trasformarsi in un ritorno di fiamma sui tassi. L’inflazione, intanto, resta lì, come un termometro che non scende abbastanza velocemente. Sul fronte politico europeo, il coro è tutt’altro che armonico.
Il Belgio, con Vincent Van Peteghem, invita a non confondere la crisi energetica con una crisi della domanda: il rischio, dice, è aprire la porta a troppe eccezioni e ritrovarsi con un sistema fiscale che perde pezzi come una nave troppo carica. Dello stesso tenore il presidente dell’Eurogruppo Kyriakos Pierrakakis, che avverte: attenzione a non trasformare la crisi energetica in una crisi fiscale, come se si stesse passando da un incendio a un allagamento senza aver chiuso i rubinetti.
La linea opposta della Spagna
Di segno opposto la posizione della Spagna, con Carlos Cuerpo, che invece spinge per regole più elastiche, più coerenti con la grande narrazione europea della transizione e della competitività. Insomma, un’Europa che discute come un’orchestra dove ciascun strumento suona uno spartito diverso, ma tutti pretendono di chiamarlo sinfonia.
LEGGI Guerra e petrolio frenano l’Europa: Italia maglia nera
E mentre i ministri si confrontano su come pagare ciò che non ci si può permettere, a Roma arriva un’altra tessera del mosaico nazionale: il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che estende fino a giugno il taglio delle accise, con un impegno da circa 400 milioni di euro, e destina ulteriori 200 milioni al settore dell’autotrasporto. Un intervento che somiglia a una toppa cucita in fretta su un tessuto economico tirato da venti che soffiano da più direzioni: energia, inflazione, guerra, transizione.
Il risultato è un’Europa che assomiglia sempre più a una grande officina in cui ogni Stato cerca di aggiustare il proprio motore mentre il veicolo comune continua a viaggiare, tra sobbalzi e frenate, su una strada che nessuno sembra voler davvero fermare per riparare. E l’Italia, in questa officina, prova a far passare la sua richiesta come un attrezzo indispensabile: non un lusso, ma una chiave inglese per evitare che il sistema si blocchi del tutto.































