Berlino punta a diventare il pilastro della Difesa europea dopo il graduale disimpegno americano dal continente, ma il riarmo della Germania resta vincolato dall’incapacità di riempire le caserme
La Germania si candida a guida militarmente l’Europa. Questa intenzione, manifestata apertamente nelle settimane scorse dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, è la nuova priorità geopolitica di Berlino dopo la presa d’atto del ritorno della politica di potenza tra le grandi nazioni (quella che ai tempi del Kaiser si chiamava Machtpolitik, la “politica della forza”). Nata anche sulla scorta del graduale disimpegno americano dall’Europa, la nuova vocazione militarista tedesca ha rappresentato un paradossale connubio proprio con la volontà di Washington di ridurre la propria presenza nel Vecchio Continente. Gli Stati Uniti infatti hanno incoraggiato la Germania ad assumere un ruolo più preminente nella Difesa europea, prefigurando se non un passaggio di coscienze vero e proprio, quantomeno una delega a livello di equilibri interni alla Nato.
La svolta della Zeitenwende
Eppure, nonostante il grande impegno profuso dal governo tedesco nella nuova missione di trasformare i propri «campeggiatori arrabbiati» (come qualche anno fa un generale britannico definì ironicamente i soldati tedeschi) in una forza combattiva efficiente, la strada di fronte a Berlino resta accidentata. La Zeitenwende — la “svolta epocale” annunciata dal predecessore di Merz, Olaf Scholz, nel febbraio 2022, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina — doveva segnare un cambiamento reale nel discorso politico tedesco in materia di Difesa. Per la prima volta dalla riunificazione, Berlino ha smesso di trattare questo settore come una voce di bilancio residuale.
La Germania ha così avviato un programma di riarmo di proporzioni storiche. Un documento interno del governo tedesco prevede un piano da 377 miliardi di euro, articolato in 320 nuovi progetti, con l’obiettivo dichiarato di trasformare la Bundeswehr – l’esercito federale tedesco – nella forza armata convenzionale più potente d’Europa. Le cifre sono impressionanti sulla carta: circa 86 miliardi di euro nel 2025, con una progressione pianificata verso i 152 miliardi nel 2029, legata all’obiettivo NATO del 3,5% del PIL per la difesa. Eppure, al di là delle dichiarazioni e delle tabelle di marcia, la Bundeswehr resta oggi un esercito largamente inadeguato rispetto agli obiettivi che le vengono assegnati.
Il problema degli effettivi
Il divario tra ambizioni politiche e capacità reale è strutturale e difficilmente colmabile nel breve-medio periodo. Il problema più immediato è quello del personale. Secondo il ministro della Difesa Boris Pistorius, per adempiere agli impegni NATO sarebbero necessari fino a 460.000 soldati, riservisti inclusi. Attualmente però la Bundeswehr conta 180.000 militari in servizio attivo e le prospettive per una nuova espansione restano grama. Il gap è infatti enorme e il reclutamento volontario non è in grado di colmarlo: il cambiamento demografico, la scarsa attrattiva della professione militare e altri fattori strutturali contribuiscono a deprimere il bacino delle potenziali reclute.
Difficile però mettere insieme un esercito funzionale senza gli effettivi. A complicare ulteriormente il quadro, l’impegno militare a sostegno dell’Ucraina ha eroso le scorte già esigue della Bundeswehr. L’invio di carri armati Leopard, veicoli blindati, obici d’artiglieria e munizioni ha ulteriormente impoverito le dotazioni, senza che queste siano state ancora sostituite. E’ la contraddizione della Zeitenwende tedesca che, nata per difendere l’Ucraina, ha finito per inciampare in un naturale cortocircuito: è difficile armare l’Ucraina e contemporaneamente portare a termine la ricostituzione delle proprie forze armate.
I tempi lunghi della ricostruzione
I nuovi programmi di acquisizione procedono, ma con tempistiche che mal si conciliano con l’urgenza strategica. C’è poi una dimensione culturale del problema che le leggi di bilancio non possono risolvere per decreto. La percentuale di cittadini che sarebbe disposto a combattere per la patria in Germania è tra i più bassi d’Europa, figlio anche di una cultura esplicitamente pacifista coltivata per decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per esempio, il riarmo incontra ancora resistenze nelle università, dove decine di atenei rifiutano finanziamenti per progetti con finalità militari.
La lentezza non è quindi solo burocratica: è il riflesso di una società che per ottant’anni ha costruito la propria identità pubblica intorno al ripudio della guerra come strumento politico. Berlino vuole diventare il pilastro militare d’Europa, ma le sue ambizioni restano frenate dalla storia e dalla cultura politica. Il paradosso tedesco, dunque, è questo: il paese ha la volontà politica, ha le risorse finanziarie, ha l’industria (Rheinmetall resta, per esempio, uno dei pochi colossi europei nel campo delle armi pesanti) ma non ha ancora né i soldati, né le capacità operative, né la coesione culturale necessaria per proiettare questa propria forza.
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Né tantomeno per esercitare davvero il ruolo di potenza militare guida del continente. Il piano di riarmo tedesco si è posto, ironicamente, come data ultima il 2039, a cent’anni esatti dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Eppure, il ritorno delle forze armate tedesche sulla scena europea è ancora lontano.































