Gabriele Segre legge la radicalizzazione d’Israele e la violenza di Ben Gvir come il prodotto di una lunga crisi dell’Occidente e come l’effetto della fine della “fine della storia” di Fukuyama «
«Dopo la caduta del Muro di Berlino, in Occidente ci siamo detti: la storia è finita. il futuro sembrava una strada in discesa verso democrazia, benessere e diritti per tutti. Le narrazioni spesso sono più forti, ma poi i fatti emergono sempre. In realtà, per gli altri la storia continuava. Lo abbiamo scoperto a suon di ceffoni: la convinzione che tutto il mondo si riconoscesse in quell’ideale era sbagliata». Per spiegare l’estremismo radicale di Ben Gvir e la sua violenza contro i prigionieri della Flotilla, Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre, parte da lontano.
Esperto di identità e convivenza, ha lavorato per anni per le Nazioni Unite. Oggi esce nelle librerie con “La fine della fine della storia. Abitare la scomodità del mondo” (Bollati Boringhieri). «Con Francis Fukuyama, autore de “La fine della storia”, abbiamo pensato che l’evoluzione avrebbe portato necessariamente alla democrazia liberale. Abbiamo aperto alla Cina le porte del WTO convinti che sarebbe diventata una democrazia. Invece oggi vediamo una regressione anche nelle nostre società».
Dov’è l’errore?
«Forti del progresso illuministico e cristiano, immaginiamo la storia come una evoluzione teleologica costante che deve arrivare a un fine. Ma non è così».
Ben Gvir è il simbolo di questo malinteso?
«Israele è ancora il baluardo della democrazia occidentale nel cuore del Medio Oriente. I paesi vicini lo hanno sempre considerato una realtà aliena. Ma come ogni società che vive sulla faglia tra identità diverse, è un laboratorio di dinamiche parossistiche: per esempio, la violenza come strumento politico e la polarizzazione come vulnus democratico».
E c’è perfino una tradizione razzista e tribale…
«Ben Gvir è figlio di quella tradizione, ma non rappresenta tutta la cultura israeliana. Israele è il frutto del sionismo, delle ondate migratorie delle due guerre mondiali e dell’esito disastroso della Shoah. Ha accolto centinaia di migliaia di profughi che non avevano una casa dove tornare. Ha vissuto tante ondate migratorie da Africa e Medio Oriente, società non europee, e quindi dall’Europa sovietica. Questo mix ha approfondito la faglia e creato grandi tensioni. Oggi Israele trova nella minaccia esterna – evidente, non inventata – una definizione della propria identità. Ben Gvir è l’incarnazione di dilemmi non risolti».
Come spiega la sua becera violenza nei confronti della Flotilla?
«Comportandosi in modo osceno e condannabile, ma impunito, Gvir manda messaggi a livelli differenti. Al mondo arabo-palestinese mostra la faccia feroce: come Netanyahu pensa che l’unica sicurezza di Israele contro i suoi nemici viene dalla sua capacità di essere temuto. A Europa e Occidente dice: se non siete con noi contro il radicalismo musulmano siete contro di noi. Ma questo non è il messaggio di tutto il suo paese. A Benjamin Netanyahu dice: io rappresento la destra israeliana, guiderò così il paese e se non vi va bene sarete nemici».
Israele sta diventando una democrazia illiberale e autoritaria?
«Non lo possiamo sapere, ma è certamente un momento fondativo. Proprio perché non esiste un fine teleologico, le nazioni e le società affrontano diversi momenti fondativi nelle sfide del cambiamento. Di fronte alle guerre esistenziali e all’isolamento internazionale che non aveva mai vissuto, Israele deve ricucire se non vuole vivere come un paese slegato dall’Occidente e deve fare i conti con le sue fratture antropologiche e identitarie. Il patto sociale di protezione degli ebrei esiste ancora, ma scricchiola nelle sue interpretazioni: è in gioco lo spazio dell’identità comune. Difficile tornare a un ideale del passato, vale per l’Occidente ma vale anche per Israele».
Che cosa prevede per Israele?
«Bisognerà fare un percorso di nuova immaginazione del presente. La perdita di certezze ha provocato un lutto traumatico: quando si attraversa un lutto dobbiamo capire come anche noi siamo cambiati nel mondo. Ma arrivare a conclusioni definitive sarebbe sbagliato. Ecco perché sono critico verso le tesi del “suicidio di Israele” di Anna Foa. Quello è un approccio teleologico, speculare alla fine della storia. Parlare di suicidio significa far precipitare tutto: l’evoluzione è in corso, ma serve prendere atto che il mondo è cambiato».
Come scrive nel suo libro, c’è uno spazio per la speranza?
«La risposta è sì, ma è una cosa diversa dall’ottimismo. Israele affronterà, come noi europei e italiani, sfide scomode e rivolgimenti strutturali. La speranza sta nell’esercizio della volontà di sviluppare gli strumenti che, non appena ci saranno le condizioni, ci permetteranno di cogliere il momento e definire un progetto nuovo di noi. È un processo lungo che va oltre la vita di un governo. Compreso quello di Netanyahu».
Del resto, la deriva populista è comune a tutte le democrazie occidentali…
«Attraversiamo una fase di lutto: non riconosciamo più il mondo e il nostro posto in esso. Abbiamo perso le certezze che sono Il cuore della nostra identità. Israele era un posto sicuro: con il 7 ottobre quella certezza è stata tradita. Il patto democratico prometteva ricchezza per tutti, giustizia e fine della violenza: ora ci sentiamo traditi dallo stesso ideale teleologico di cui abbiamo caricato la democrazia. Non significa abbandonare la democrazia ma comprendere ciò che siamo nella speranza di non perderci».
Intanto la sinistra occidentale si è un po’ persa: confonde i terroristi con i resistenti e scivola nell’antisemitismo…
«Anche il progressismo europeo fa i conti con la crisi di senso. Ripensare sé stessi è difficile nelle grandi sfide. La sinistra deve stare attenta a una serie di errori come la nostalgia di ricreare il mondo che non c’è più. Pluralismo, libertà, giustizia, uguaglianza restano valori universali ma gli strumenti per realizzarli hanno una scadenza.
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C’è una linea di separazione tra la giusta e doverosa critica a Israele e il rischio di generalizzazione basato sui pregiudizi: l’antisemitismo è il risultato di un processo di “stereotipizzazione”. Invece bisogna fare attenzione a tenere separati i giudizi dalle strumentalizzazioni».
































