17 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Apr, 2026

Gli analisti: «La rottura con Trump? Fa bene alla reputazione della premier»

Gli esperti Salvatore Vassallo e Antonio Noto commentano le conseguenze dello strappo con Trump sul consenso della premier Meloni


Subito dopo lo strappo con Trump, l’istituto demoscopico Noto Sondaggi ha certificato che per l’81% degli italiani la premier ha fatto bene a prendere le difese del Papa, pur sapendo che avrebbe suscitato la reazione del numero uno americano. Il sondaggio, avvisa lo stesso Noto in dialogo con l’Altravoce, si riferisce quindi al caso specifico, più che a una tendenza generale dell’opinione pubblica del nostro paese. Ma la rottura con il tycoon potrà impattare sul consenso della premier, in difficoltà dopo la sconfitta al referendum? «Nella formazione del consenso non c’è mai un rapporto causa-effetto immediato. Se sono stato filo-trumpiano per quattro anni e ora cambio posizione, non per questo il giorno dopo ricevo il voto di tutti gli anti-trumpiani».

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Per Salvatore Vassallo, politologo e direttore dell’Istituto Cattaneo, lo strappo con Trump non avrà un impatto negativo: «Se guardiamo la scena sotto il profilo del consenso, è più probabile che lo scontro attenui il possibile contraccolpo del crescente disagio che ormai si fa largo anche nell’elettorato di centrodestra verso le notevoli e visibilissime anomalie della presidenza Trump sia sul piano delle scelte di governo sia su quello della comunicazione. Un malessere destinato a crescere insieme con i riflessi su costo della vita ed economia della guerra in Iran».

L’antipatia degli italiani per Trump

È un fatto che gli italiani non condividono molte delle scelte politiche e militari di Trump: la presa di distanza di Meloni da quelle politiche dovrà pur avere degli effetti. «Li avrà senz’altro sulla reputazione della premier», aggiunge Noto. «E la reputazione, in tempi lunghi, agisce anche sul consenso. Del resto, Meloni in passato ha aumentato il suo consenso dal 6 al 26 per cento. Ma prima aveva dovuto aumentare la sua reputazione. Quindi ripeto: tutto ciò che sedimenta adesso genera effetti su tempi più lunghi». Insomma, è innegabile che dietro lo strappo ci siano anche calcoli elettorali: migliorare la reputazione adesso per aumentare il consenso tra un anno e mezzo, quando si andrà ad elezioni. «Ovviamente questo non toglie che il suo fosse un atto dovuto.

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Se il Vaticano è sotto attacco, il presidente del consiglio italiano non può stare in silenzio». In effetti, se è vero che la rottura maturava da tempo – basti pensare alla critica all’unilateralismo dell’attacco all’Iran e l’episodio di Sigonella – la crepa che ha fatto crollare l’edificio è stata sul Papa. «C’era una base consistente dell’elettorato di centrodestra che non condivideva l’appiattimento su Trump, al di là del fatto che sia un elettorato cattolico o meno». Un bilancio complessivo di questa situazione a dir poco complessa? «Sicuramente Meloni non si sarebbe voluta trovare in una condizione così delicata. In termini politici sarà difficile da gestire, ma in termini di consenso le farà bene. Meloni ha fatto finalmente una scelta di campo: non poteva arrivare alle elezioni politiche con il piede in due scarpe, quella europea e quella trumpiana».

Le ragioni dello strappo


Sulle motivazioni che hanno portato alla rottura Vassallo precisa: «Le metterei in quest’ordine: la presa d’atto che è divenuto impossibile camminare sul filo sottile che consente di stare in equilibrio tra le buone relazioni con Trump, la tutela dell’interesse nazionale e l’adesione al progetto europeo. La consapevolezza che nell’elettorato italiano è di gran lunga più popolare e rispettato il Papa rispetto a Donald Trump». Pesa di più l’aspetto ideologico o quello elettorale? Secondo Vassallo, i due aspetti convivono: «Ciascuna di queste motivazioni ha una dimensione ideologica (riflette una qualche coerenza con l’identità nazional-conservatrice che Meloni ha impresso a FdI) e una dimensione elettorale (la riduzione del danno rispetto al prevedibile impatto sull’opinione pubblica italiana delle scelte trumpiane e lo sviamento dell’attenzione dai risultati del referendum o dagli inciampi sui ministri)».

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Le valutazioni da fare, quindi, sono anche di carattere ideologico: da questo punto di vista, l’allontanamento dagli Usa di impronta Maga potrebbe essere un passo verso una destra conservatrice ma liberale. Del resto, l’Ungheria dimostra che proprio da destra può venire l’alternativa al radicalismo sovranista.
«È probabile che Meloni compia un percorso di questo tipo», chiosa Vassallo. «Dopotutto le sue posizioni da quando è a palazzo Chigi non sono state assimilabili a quelle dei partiti della destra radicale collocati nel gruppo dei Patrioti per l’Europa (di cui fa parte la Lega). E Mayar è un conservatore con venature liberali, nato in ambienti cattolici, cresciuto politicamente dentro Fidesz, affiliato al PPE, che mescola patriottismo nazionale e adesione critica al progetto europeo».

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