21 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Apr, 2026

Meloni, lo scontro con Trump è un passo verso l’Europa

La frattura con Trump è il risultato di una scelta, obbligata, in favore dell’Europa compiuta dalla premier Giorgia Meloni


«Fuggo l’orrore di una notte profonda»: a citare il verso di Jean Racine, al tempo della prima elezione di Trump, fu Alain Badiou. Ma Badiou è un filosofo arcigno, ed è pure un comunista impenitente. Prendere una simile reazione e metterla a confronto con le parole di Meloni – il primo comunicato, il secondo comunicato, poi le dichiarazioni del pomeriggio di ieri – sarebbe sbagliato, oltre che ridicolo.

La misura dei rapporti transatlantici

Eppure non mi sembra che, nella sostanza, si riesca a far altro, e anche se non si risale a dieci anni fa, per inorridire, si snocciolano impietosamente, in un’unica concatenazione di eventi, le offese a Zelensky, la guerra dei dazi, le minacce alla Groenlandia, la defenestrazione di Maduro, le critiche sferzanti agli europei scrocconi e le staffilate altrettanto aspre agli imbelli paesi della Nato, la tragedia di Gaza e la spalla indecente offerta a Netanyahu, l’incendio improvviso in Iran e infine l’attacco scomposto al Papa, al Papa americano, per dire soltanto: alla buonora!

Il punto tuttavia, come usa dire, è un altro, e Meloni ha ragione di dargli la forma seguente: in qual modo devono essere ripensati i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico? Certo non a misura dei post che Trump riversa quotidianamente sul suo social «Truth», o delle dichiarazioni che concede davanti al portellone dell’aereo presidenziale. Il documento sulla nuova dottrina strategica degli Stati Uniti non nascondeva affatto il cuore della questione: il confronto decisivo è con la Cina, il teatro europeo è secondario e l’euro un concorrente temibile, che rischia di minare l’egemonia del dollaro. Il mondo così come lo vede l’Amministrazione Usa è questo: intemperanze, narcisismi e greve incultura riempiono le pagine dei quotidiani, ma non spostano di un millimetro il nodo della faccenda. In cui l’Italia, come il resto d’Europa, è sempre più stretta.

Il ruolo geopolitico dell’Italia

Ora, si può certo rilevare che diverso è stato l’atteggiamento di Starmer o di Macron, di Sanchez o di Merz, ed è vero. Ma due osservazioni devono essere fatte, al riguardo. La prima è ovvia: contano le famiglie politiche, le consonanze ideologiche e pure le affinità sentimentali. Un leader laburista (Starmer) o un leader socialista (Sanchez) può non avere le stesse prudenze che un leader conservatore deve mantenere. La seconda osservazione è parimenti ovvia, anche se richiede uno sguardo storico più lungo ed è per questo che non viene altrettanto facilmente proposta: a contare è anche la collocazione geopolitica dell’Italia. L’Italia non è una potenza nucleare e non ha potere di veto in seno alle Nazioni Unite.

La sua esposizione nell’area del Mediterraneo ne ha determinato, nei decenni, la parabola politica e spiega tuttora certe differenze di atteggiamento in politica estera. Quanto al confronto con la Germania, a pesare, oltre alla diversa dimensione dei due Paesi, è il diverso rapporto con lo spazio a est: il possibile venir meno di uno schema atlantico, a egemonia USA, ha conseguenze nei rapporti con la Russia molto più dirette e immediate per i tedeschi che per noi.

L’indirizzo politico della premier

Tutte queste considerazioni, appena accennate, bastano e avanzano per misurare lo scontro che si è verificato ieri fra Meloni e Trump su un metro un po’ più generoso di quanto non si sia fatto sin qui. Non è solo questione di parole, quelle accettabili o quelle inaccettabili, quelle dette prima o quelle dette dopo, quelle tempestive e quelle intempestive. Certo, se il termometro sono i sondaggi d’opinione non c’è dubbio: Giorgia Meloni sta pagando la prudenza con la quale si è mossa inizialmente, il «non condivido né condanno» con cui ha sospeso il giudizio sul conflitto in Medio Oriente e, prima ancora, l’improbabile appello al principio della legittima difesa nel caso dell’attacco al Venezuela.

Essere «testardamente unitari» mentre il tuo principale alleato mostra tutt’altra testardaggine, costruire ponti mentre l’altro li fa saltare in aria, non è stata una mossa indovinata. Ma se si guarda alla sostanza della crisi in atto, non riesco a immaginare come, con un atteggiamento più risoluto, l’Italia si sarebbe potuta trovare altrove rispetto al luogo in cui si trova. E cioè in Europa, in un’interlocuzione costante con gli altri paesi dell’Unione, nel tentativo di limitare i danni economici delle guerre in corso, di risolvere i problemi di approvvigionamento energetico concertando possibilmente le mosse a Bruxelles e di dotarsi in tempi ragionevoli di una maggiore potenza militare. Qualunque governo verrà dovrà muoversi, anche dopo il 2027, lungo questi binari.

L’europeismo al netto delle convenienze

Con ciò non voglio dire che la risolutezza non sarebbe benvenuta. Tutt’altro. Ma il suo significato riguarda essenzialmente il profilo ideologico-culturale del confronto politico. Non a caso, la presa di posizione più netta Meloni ha dovuto adottarla in conseguenza delle critiche inaudite rivolte da Trump a Leone XIV: si tratta, infatti, non di uso di basi militari o di invio di dragamine, ma di ciò che significa essere di destra in Italia, e in Italia ancora non si è vista una destra politica che non si preoccupi, e molto, di quel che accade Oltretevere.

Dopodiché ieri è stato anche il giorno in cui il governo italiano ha annunciato di aver sospeso il rinnovo automatico dell’accordo sulla difesa con Israele. Nel tracciare futuri scenari, una simile decisione è molto più rilevante dello scontro verbale con Trump. Ovviamente, anche in questo caso la sinistra dirà: alla buonora! Ma quel che più conta, tornaconti politici e propaganda elettorale a parte, è se si tratta non solo di soddisfare l’opinione pubblica ma anche di favorire una maggiore prossimità con la politica europea. Alla fine della fiera, quando la polvere delle dichiarazioni si sarà depositata, quel che si dovrà chiedere a Meloni, nell’interesse dell’Italia, non è altro che questo, di dare all’occidentalismo il significato di una scelta risolutamente europeista, invece di fare sempre più a fatica, e sempre meno ascoltati da Washington, il contrario.

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