Mozione unitaria del campo largo sulle spese militari, ma il suo appello all’efficientamento è uno speccietto per le allodole
Io, per esempio, direi: efficientiamo anche le politiche agricole, quelle tributarie e, perché no, pure quelle per lo sport. Efficientiamo tutto, dico io. Partito Democratico e Cinque Stelle provano a raggiungere un accordo in tema di sicurezza e riarmo. E l’accordo funziona così: togliamo ogni riferimento al programma della Commissione ReArm Europe – che brutta parola, “riarmo”, non ce la possiamo permettere, non è chiaro se possiamo permetterci i programmi di riarmo, la parola di sicuro no – togliamo dunque la parola, e sosteniamo che gli Stati nazionali spendono già abbastanza, anzi pure troppo, in tema di difesa. La vera sfida è l’efficientamento grazie alla costruzione di una difesa comune. Mettiamola così: spendere meno, spendere meglio. Bello, no?
Lo spreco e l’efficientamento
Ora, mi scuso per lo sgraziato verbo al condizionale, ma oltre all’arcivescovo di Costantinopoli che si arcivescovodeconstantinopolezzerebbe, ebbene: non vi arcivescovodeconstantinopolezzereste – voglio dire: non efficientereste – anche voi? Tra sprecare e efficientare, di grazia, cosa preferite? Il fatto è che efficientare è come il nero, o come il bianco: sta bene su tutto. Vale in tema di difesa come in tema di energia, vale per i beni culturali come per la pubblica amministrazione. Vale sempre, vale ovunque: sempre meglio efficientare che sprecare. Il che però significa – lasciando perdere gli arcivescovi e le tristi liturgie di una politica che si nasconde dietro le parole – non dire con chiarezza, con responsabilità, che cosa si pensa in fatto di difesa, quale lettura si dà della struttura del mondo, quali minacce si ritiene che debbano essere fronteggiate e quali strategie si ritiene che debbano essere adottate.
D’accordo, risparmiamo pure ed efficientiamo anche, ma la nuova dottrina americana, che prevede un sempre più marcato disimpegno dall’Europa, impone o no nuove e più grandi responsabilità ai Paesi europei? Il punto politico, insomma, qual è? Basta scansarlo o bisogna affrontarlo? Democratici e pentastellati e sinistre assortite vogliono dirci se c’è un costo che sono disponibili a pagare, per la sicurezza dell’Europa? Se sì, qual è? Democratici e pentastellati e sinistre assortite si sono accorti dello sconquasso che c’è nel mondo o vogliono far finta che basti razionalizzare la spesa per risolvere il problema? Che basti la diplomazia, magari – una forte azione diplomatica, s’intende, qualcosa come un arcivescovo di Costantinopoli che, a colloquio col metropolita russo, prontamente si arcivescovodecostantinopolizzi – per riportare la pace tra i popoli, e i russi a casa loro?
I nodi nel governo
Non è così, purtroppo. E il fatto che il governo abbia i suoi grattacapi con un vicepremier, Matteo Salvini, che non perde occasioni di dire che non vuole la guerra – convinto, evidentemente, che basti non volere la guerra per non avere la guerra –, il fatto che non ci sia dibattito in cui uno non dica all’altro “sì, però anche voialtri”, e viceversa (l’avete già sentito, un dibattito simile? Immagino di sì, quando eravate molto, molto piccoli), tutto ciò non assolve affatto le opposizioni dalle loro responsabilità.
Un Paese senza decisioni
Diciamolo pure con franchezza. Siamo un Paese che si nasconde il senso delle decisioni politiche che è chiamato a prendere, o che, se può, non le prende affatto, quelle decisioni. Un Paese che usa l’Europa come scaricabarile: ieri l’Europa ci chiedeva di tenere sotto controllo il bilancio, non eravamo mica noi che volevamo mettere in ordine i conti, oggi ci chiede di spendere in armamenti, non siamo mica noi che lo vogliamo. Mi pare evidente, il campo largo si avvia a costruire non solo una mozione, quella di oggi sul patto di stabilità, ma un intero programma in cui le cose scomode saranno sempre solo quelle imposte dal vincolo esterno. Quanto a noi, noi siamo quelli che ripudiano la guerra: è scritto addirittura nella Costituzione!
Come se in Costituzione fosse scritto che i popoli non ci muoveranno mai più guerra perché noi la ripudiamo. Per questo ci permettiamo pure di fare ironia sul 2 giugno, sulla Repubblica che fa sfilare i reparti sui Fori imperiali e sulla cinica industria nazionale che prova a tenersi al passo nel campo dei nuovi armamenti. Perché infatti: non saremmo tutti più sicuri se non avessimo reparti affatto, e nemmeno droni e altri simpatici ordigni? L’idea mi pare sia quella che se anche gli altri aumentano le spese militari, noi non solo non possiamo permettercelo ma, chissà perché, non ne abbiamo neppure bisogno.
La realtà globale
Ovviamente, si può sempre fare la caricatura delle posizioni altrui, e dare quindi del guerrafondaio o del guerrapiattista a chi si chiede se, in un mondo in cui tutti, ma proprio tutti, si pongono nuovi problemi di sicurezza, si possa fare della satira a così buon mercato. Il mondo di cui parliamo è però il mondo di oggi, quello in cui la Nato ha perso la sua missione strategica, gli USA spostano la loro attenzione verso il Pacifico, la Cina accresce la sua influenza nel mondo, il lato africano del Mediterraneo presenta forti motivi di instabilità, la mappa del Medio Oriente sta cambiando, l’approvvigionamento energetico è appeso alle sorti dei conflitti in corso e, non ultima, la Russia di Putin, dall’Ossezia in poi, ha mostrato un volto per nulla pacifico.
Questo essendo lo stato di cose si può, certo, cancellare dal vocabolario la parola riarmo, rinunciare alle parate militari e mandare in avanscoperta l’arcivescovo di Costantinopoli. Ed efficientare la spesa, ça va sans dire. Dopodiché non resta che sperare che basti, e che Dio ci assista.
































