Con la guerra in Ucraina Vladimir Putin ricerca l’immortalità: non quella umana, ma quella del potere di un sistema che sacrifica i giovani per prolungare la sua esistenza
Gli antichi dèi erano immortali perché stavano fuori dalla storia. I tiranni ambiscono a esserlo, invece, perché la storia la occupano e non intendono lasciarla in alcun modo. Come Faust e gli alchimisti, e prima ancora di loro Gilgameš, il protagonista del più antico poema epico, anche il presidente russo Vladimir Putin cerca l’immortalità. Non gli basta più governare il presente, occupare gli apparati, piegare le istituzioni, riscrivere la storia, imbalsamare la nazione dentro la propria immagine. Vuole durare oltre misura, sconfiggere il tempo.
Pochi giorni fa il “Wall Street Journal” ha ricostruito l’investimento russo nella ricerca anti-invecchiamento: un’iniziativa statale da 26 miliardi di dollari, con progetti che spaziano dalla terapia genica alla biostampa di tessuti e organi, fino alla xenotrapiantologia. del resto, già nel settembre dello scorso anno, durante la parata militare di Pechino, un microfono rimasto aperto colse Putin e Xi Jinping mentre discutevano di biotecnologie, trapianti d’organo e possibilità di estendere radicalmente la vita umana. L’immagine politica che si disegna sullo sfondo è quella dell’autocrate che vuole impedire al futuro di cominciare senza di lui.
Gilgameš, il re di Uruk, tornava almeno dal suo viaggio con una forma di sapienza. Non conquista l’immortalità, ma comprende il limite, capisce che all’uomo resta la fragile continuità delle generazioni. Il tiranno russo, invece, sembra ignorare del tutto la misura tragica della finitezza, teso com’è alla sua megalomane, narcisistica, ossessiva ricerca di un supplemento tecnico di sopravvivenza. C’è qualcosa di osceno e di grottesco in questa guerra contro la vecchiaia mentre una guerra reale consuma corpi giovani al fronte (quasi mezzo milione di soldati russi morti dall’inizio del conflitto con l’Ucraina).
Guerra, morte e sacrificio politico
Da una parte si finanzia il sogno di allungare la vita del potere; dall’altra si accorcia quella dei soldati, dei civili, dei nemici, dei propri figli. È la vecchia hybris dei sovrani: pretendere dall’universo una deroga personale. Putin cerca di allungare la propria presenza storica mentre accorcia la vita degli altri. La guerra diventa, così, il rito attraverso cui un potere invecchiato prova a dimostrare di essere ancora giovane. Ma è la giovinezza vampirica degli imperi al tramonto, che sopravvivono succhiando tempo ai sudditi. L’Ucraina – dopo l’ultimo attacco notturno che ha colpito Kyiv, Dnipro, Kharkiv e altre città, provocando, secondo un bilancio parziale, almeno 23 morti e 130 feriti – paga il prezzo più alto perché rappresenta ciò che Putin non può tollerare: un popolo che sceglie il proprio destino, una generazione che preferisce il rischio della libertà alla sicurezza umiliante dell’obbedienza.
Per questo Kyiv deve essere colpita anche quando la vittoria militare non arriva. Perché Kyiv esiste. E la sua esistenza è già una smentita del mito russo. A ben guardare, l’ossessione per la longevità del capo e la mortalità precoce dei soldati sono le due facce della stessa politica. L’autocrate sogna di uscire dalla condizione umana, mentre i suoi sudditi vengono ricacciati nella condizione più antica, quella della carne sacrificabile. È il rovesciamento del patto politico, per cui lo Stato non protegge la vita, non custodisce il futuro, non riconosce il valore dei giovani, ma li trasforma in pegno per la sopravvivenza simbolica del potere.
Una guerra contro la morte che produce morte
Perciò l’attacco del 2 giugno è, per certi versi, una dichiarazione sul tempo e l’Ucraina combatte anche contro questo: contro un uomo che vuole vincere il tempo facendo morire la storia altrui; contro un potere che sogna corpi eternamente riparabili e produce corpi spezzati. In fondo la verità più nuda sul putinismo è questa: un capo che vuole sopravvivere alla propria epoca perché sa di appartenere al passato, che manda i giovani a morire perché non ha un futuro da offrire loro e bombarda l’Ucraina perché ogni notte di terrore può ancora sembrare una prova di vita.
Ma che cos’è se non una una dimostrazione di fragilità e di impotenza, quella di un regime costretto a dimostrare la propria vitalità attraverso la morte degli altri? La guerra di Putin è, in realtà, una guerra contro la morte condotta attraverso la morte. Ed è per questo che va fermata: perché viola confini e trattati, certo, ma soprattutto perché offende l’idea stessa di vita politica. Uno Stato che sacrifica i giovani all’immortalità del capo trasforma la patria in una tomba provvisoria, in attesa che il sovrano trovi il modo di non entrarci mai.
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Ma la morte resta scandalosamente egualitaria. Arriva senza riconoscere arsenali nucleari, parate militari, laboratori segreti. Può entrare anche nelle stanze del Cremlino senza chiedere permesso. E forse è proprio questo che il potere assoluto non riesce a perdonarle: il fatto di essere l’unica forza davanti alla quale perfino un autocrate che si crede immortale torna, miseramente, un piccolo uomo come tutti gli altri.
































