Il nodo non è tecnico, ma politico: il contratto legato alla Russia e il viaggio promozionale al Cremlino hanno trasformato la candidatura di Pirlo a commissario tecnico in una questione di opportunità istituzionale
La politica che scende in campo sportivo è, di solito, un disastro. Stavolta non è questo, ma anzi il suo contrario: è il calcio che è sceso in politica. E che politica! La politica estera.
È un terreno su cui lo sport è stato spesso un apripista di vicende che grazie alla trasversalità dell’olimpismo che tutto governa (i famosi valori: la tolleranza, la multietnicità, l’avversario che non è un nemico eccetera eccetera che non sono litanie ma princìpi) hanno poi consentito a visioni come la convivenza, la pace e simili di fare qualche passo avanti nel generale recalcitrare dei Poteri Forti.
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Il caso Pirlo e il nodo del Cremlino
Stavolta, nel caso dell’appena cancellata candidatura di Andrea Pirlo a cittì dell’Italia che verrà, è stato il calcio ad invadere il campo. Ma come? In tempi nei quali si discute su come impacchettare un pacchetto di sanzioni contro la Russia di Putin proprio un testimonial di possibili incassi del Cremlino, via scommesse sportive (che poi sarebbe un vulnus nel vulnus) doveva essere indicato?
Naturalmente, quasi inesorabilmente, la politica ci si è buttata a capofitto e non si può accusarla di «ingerenza». Qui mica si tratta di un Trump che telefona ad Infantino per graziare un calciatore americano di una squalifica regolare e regolamentare, tanto per citare l’ultimo caso.
Né si tratta di chiudere la porta della cultura, che si può discutere finché si vuole se non far cantare un soprano alla Scala, non far esporre un artista a una mostra per poi arrivare fino alla furia iconoclasta di proibire la lettura di Tolstoj o Dostoevskij.
Un incarico che rappresenta il Paese
Qui si tratta, piaccia o no, di un incarico in qualche modo istituzionale: il commissario tecnico della Nazionale di calcio, che poi è uno di quei ruoli che idealmente tutti rivestiamo (come la presidenza del consiglio) giacché tutti sapremmo come farlo, al contrario di chi poi, effettivamente, lo fa…
La politica sa bene che parlare di sport non è solo parlare d’altro (e si potrebbe fare un elenco «no limits» delle cose di cui parlare e su cui agire, che invece…): è anche essere ascoltati molto di più che non se si discetta di diritti civili, e sempre di eccetera eccetera.
Sa anche, la politica, che meglio sarebbe pensare all’impiantistica sgarrupata, all’educazione sportiva a scuola (latitante come parecchie altre «educazioni») tanto per dire le prime cose che vengono in mente.
Però vuoi mettere se ti offrono l’occasione-megafono di un «pasticciaccio brutto» non in Via Merulana ma in Via Allegri, dove è la sede della Federcalcio e che riguardi il nuovo cittì dopo i tre disastrosi mondiali dove nemmeno ci si è qualificati (e i due prima ci hanno eliminato subito, il che non capita nemmeno a Capo Verde o Curaçao con tutto il rispetto per queste meraviglie della natura)?
Il tema non è tecnico
Il tema non è tecnico, né Andrea Pirlo in quanto tale. Potrebbe rivelarsi, in questo senso e alla lunga, un rimpianto. Potrebbero ricredersi quelli che oggi etichettano di «amichettismo» la scelta del campione del mondo, il re di una zolla (la zolla Pirlo dalla quale «puniva» barriere e portieri a bizzeffe). Di quante scelte frettolosamente archiviate ci si è pentiti campionati facendo?
Poteva anche essere «l’uomo giusto al posto giusto» per quel programma a lungo termine che è stato stilato per riportare l’Italia del calcio al livello dei «tiempe belle ‘e ‘na vòta» da dove le società professionistiche e i sacerdoti dell’algoritmo l’hanno tirata giù da lungo tempo (e la politica non ci fece caso, anzi accompagnò il declino).
Tra liceità e opportunità
Ma non lo era, per via di quel contratto e di quel viaggio promozionale sotto le cupole del Cremlino. Tutto legittimo, s’intende: la liceità, forse, che è il piano di indifferenza del diritto, e l’opportunità, però, possono confliggere. E la soluzione del conflitto è politica.
Se sei in affari con un Paese sotto sanzioni può essere «appena» un fatto di coscienza; se è il tuo Paese a porre in essere quelle sanzioni un incarico istituzionale, pur se «soltanto» calcistico dovrebbe essere fuori questione. Come è stato messo. Forse anche in questo caso è «la costruzione dal basso» che mostra la corda, e il calcio, quando è politica come qui, «è una cosa troppo seria per lasciarla ai calciatori».
Che poi al mondo ci siano cose più serie e situazioni altrettanto gravi sui quali si chiudono tutti e due gli occhi è un altro discorso. A occhi chiusi non si vede né lontano né vicino. Né medio: Oriente.

































