3 Nov, 2026

Segatti: «Gli Usa ormai stanchi dell’estremismo»

Il sociologo Paolo Segatti sulle elezioni di midterm: «Gli elettori non cercano radicalismo, ma votano sul costo della benzina»


«Le midterm americane di oggi promettono un giudizio negativo su Donald Trump. Tutti i dati disponibili, relativi all’approvazione generale e ai temi specifici, mostrano un crollo significativo rispetto alle elezioni precedenti. È vero che ogni midterm è un giudizio sul presidente, ma in questo caso l’esito appare molto severo».

Paolo Segatti, professore di sociologia dei fenomeni politici all’Università degli Studi di Milano, esperto di comportamento elettorale e opinione pubblica, ha analizzato in modo approfondito le rilevazioni sul voto americano di oggi e si appresta a valutarne i risultati.

«Sì. C’è un referendum su Trump – ammette – ma c’è pure da valutare l’impatto dei candidati: oggi si vota per 435 candidati nei distretti elettorali per la camera dei rappresentanti, per 35 seggi al Senato e per 36 governatori. Da seguire in particolare l’esito delle due elezioni suppletive, in Ohio e Florida, per completare i mandati lasciati rispettivamente da J.D. Vance e Marco Rubio: non penso che li perdano. Insomma, la quantità di soggetti sottoposti a giudizio è impressionante. Gli Usa sono uno stato federale che funziona in modo molto diverso dai paesi europei».

Trump ha conquistato il Gop. Oggi lo controlla ancora?

«Trump conserva una parte significativa della base Maga, ma i sondaggi del New York Times con il Siena Research Institute mostrano che una quota del 30% di elettori che hanno votato per il presidente affermano che il prossimo candidato alla Casa Bianca dovrebbe avere una fisionomia diversa e non dovrebbe essere ispirato da lui. In generale, l’orientamento degli elettori cambia poco: si preferisce l’astensione selettiva, ma non si fa il salto dall’altra parte».

Secondo il Pew Research Center, per l’84% degli elettori l’economia sarà cruciale… 

«Sì è così. Secondo i New York Times/Siena Poll sull’aumento del costo della benzina, anche chi è disponibile a votare Trump arriva a una disapprovazione del 50%. Trump paga pegno sull’economia – come Biden nel 2024 – ma anche sulla guerra in Iran»

Qual è l’influenza del dato socio-demografico?

«Trump ha perso strada facendo quella quota aggiuntiva di ispanici e asiatici che lo aveva premiato alle presidenziali. I distretti per la Camera più competitivi sono proprio quelli dove si concentrano i nuovi immigrati latini e asiatici. I sondaggi molto positivi per il democratico James Talarico nel Texas, tradizionale roccaforte repubblicana, dimostrano questo trend. Vale anche per i cubani: restano anticomunisti per ovvie ragioni, ma sono rimasti colpiti dalle azioni dell’Ice contro gli immigrati».

Il Partito democratico è capace di tenere insieme la sua variegata coalizione? Si può rompere sulla contrapposizione tra progressisti e moderati?

«Il giudizio degli americani è negativo su entrambi i partiti: troppo divisi e troppo polarizzati. Così appare il partito democratico. Tuttavia, analizzando i dati dell’opinione pubblica negli ultimi mesi, la mia impressione è che le differenze non siano macroscopiche. L’elettorato nel suo complesso non sembra spingere per un cambiamento di collocazione ideologica. Certo, c’è una minoranza che vuole andare a sinistra e una, più piccola, spostata verso destra, ma non c’è domanda di radicalismo. La maggioranza dei dem si definisce moderata. Da una parte ci sono i repubblicani che sono molto conservatori. Dall’altra parte, i democratici si definiscono moderati. Insomma, diversamente da ciò che si sente nel dibattito italiano, l’elettorato americano chiede meno polarizzazione e meno divisione, non cerca radicalità».

Quanto pesano tra i dem i candidati socialisti?

Prima di tutto segnalo una cosa: Michael Harrington, il fondatore del socialismo democratico americano, nonché primo presidente dei Democratic Socialists of America (Dsa), non era comunista né radicale, ed era un sostenitore dichiarato del sionismo e del diritto di Israele a esistere. Dai dati attuali emerge un elemento affascinante: su 10 candidati cosiddetti “socialisti”, ben 7 corrono nei distretti dove, nel 2024, il margine di vittoria di Kamala Harris era intorno ai 28 punti percentuali. Ciò significa che questi candidati sono piazzati in collegi sicuri. Anche se perdono dei punti per via del loro “progressismo” non mettono a rischio il seggio. Molto diverso è il caso del Michigan: un’eventuale vittoria di Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato, andrebbe analizzata bene».

Insomma, la radicalizzazione è un falso allarme?

«Se guardiamo i candidati al Congresso, i socialisti dem sono molto pochi, mentre domani si eleggeranno migliaia di persone. Dobbiamo comprendere che in America i due partiti principali non sono partiti in senso stretto come i partiti europei, bensì coalizioni di rappresentanti con una sensibile varietà di posizioni ideologiche. E gli elettori americani esprimono disagio verso una polarizzazione che viene dall’alto. Si racconta la storia di un elettorato sempre più radicalizzato, ma così non è».

Qualche previsione? 

«I democratici scommettono su 5 seggi in più al senato. Non è poco: significa 2-3 seggi più della maggioranza. Il vantaggio è più alto alla Camera. Ci sono due distretti della Florida e Michigan dove, nel 2024, Trump ha vinto rispettivamente con 12 e 21 punti percentuali: se i democratici vinceranno lì bisognerà capire perché. Ma dobbiamo aspettare ancora qualche ora per capire dove può arrivare l’onda blu».

Molti temono la reazione di Trump alla sconfitta. Che cosa potrebbe succedere?

«Negli Usa siamo in presenza di un governo “diviso”. Il fatto che nei primi due anni, i repubblicani hanno avuto il controllo del Congresso, della Casa Bianca e della Corte Suprema è un’eccezione. E il ritorno di un governo “diviso” è un buon indizio che la polarizzazione a vantaggio di uno dei due partiti non si è stabilizzata. Certo, Trump minaccia di mettere veti al Congresso, ma anche il Congresso potrà mettere il veto alle iniziative di Trump e può far partire un altro impeachment. Il sistema politico mostra di resistere allo slittamento del presidente verso un esito autoritario: la Camera si elegge ogni due anni proprio per questo. Le istituzioni americane sono capaci di reggere a Trump. E gli americani ragionano sulla benzina, non con l’ideologia delle classi dirigenti».

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