1 Nov, 2026

Trump: «Nessuna fretta sull’Iran, abbiamo uno o due siti di cui occuparci»

Donald Trump con i giornalisti

Il presidente Usa Trump torna sull’Iran facendo riferimento al presunto sito nucleare di Pickaxe Mountain. Teheran: «In caso di guerra la nostra risposta sarebbe decisiva»


Trump telefona a Benjamin Netanyahu mentre Washington valuta una nuova offensiva contro l’Iran. Teheran avverte: a qualsiasi attacco risponderà senza limiti geografici. In mezzo, i mediatori del Qatar cercano un accordo per fermare otto mesi di guerra. A due giorni dalle elezioni americane, oltre 52 milioni di cittadini hanno già votato. Diplomazia e opzioni militari avanzano insieme. Il colloquio con Netanyahu, avvenuto sabato mattina secondo il Wall Street Journal, segue la riunione alla Casa Bianca tra Trump e i massimi comandanti americani sulle operazioni contro Teheran. Il contenuto non è noto, ma Washington valuta nuovi bombardamenti. Nessun ordine d’attacco annunciato. Ha escluso raid prima delle urne, lasciando aperto il dopo.

Il sito di Pickaxe Mountain

Il presidente alterna apertura e minaccia: l’Iran «vuole un accordo», i negoziati «vanno bene», ma gli iraniani «non sono molto affidabili». Poi indica l’obiettivo: «Dobbiamo ancora occuparci di uno o due siti, ma possiamo farlo in dieci minuti». Nomina Pickaxe Mountain, complesso sotterraneo ritenuto legato al programma nucleare, nell’area di Natanz. «Non abbiamo fretta», aggiunge. Il messaggio è doppio: trattare, senza rinunciare alla forza. La risposta iraniana è immediata, durissima.
La Guida suprema Mojtaba Khamenei ordina alle forze armate di aggiornare gli obiettivi e reagire a qualsiasi attacco in modo immediato, incisivo, senza restrizioni geografiche. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei, avverte che una nuova guerra provocherebbe colpi devastanti. Teheran evoca bersagli americani e israeliani anche nei Paesi vicini: non solo un altro fronte iraniano, ma il rischio di trascinare nell’incendio l’intero Golfo. Marco Rubio prova a frenare l’allarme: Trump non ha ancora deciso, preferirebbe la via diplomatica, ma gli Stati Uniti dispongono dei mezzi per intervenire.

I negoziati

Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa americana, gli alleati del Golfo sono stati avvertiti della possibilità di attacchi già dal 4 novembre. Non è una decisione ufficiale, ma allarma il Golfo. A Doha, intanto, terzo giorno di colloqui tra negoziatori iraniani e mediatori qatarioti, dopo gli incontri di venerdì a Teheran. Reuters riferisce di contatti regolari con Washington.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi annuncia una proposta per riaprire completamente lo Stretto di Hormuz entro due giorni da un’eventuale intesa. Ma l’accordo non c’è. L’Iran chiede la rimozione del blocco navale, lo sblocco dei fondi congelati e concessioni sulle sanzioni petrolifere; Washington pretende impegni sul programma nucleare prima di alleggerire la pressione. Sul tavolo resta ancora aperto anche il piano iraniano in sette giorni, finora respinto dagli americani. La lettera del vicepresidente JD Vance a Rezaei segnala un canale politico parallelo. Araghchi la considera un passo positivo; Rezaei sostiene che il tono americano è cambiato. Eppure, Teheran esclude per ora incontri con funzionari statunitensi. Le condizioni restano distanti.

Le armi nucleari

Sullo sfondo pesa un’altra dichiarazione di Rezaei: l’Iran starebbe valutando se riconsiderare il divieto di sviluppare armi nucleari in caso di nuove ostilità. Nessuna decisione è stata presa. Ma il solo segnale alza la posta del negoziato. Israele osserva la crisi senza una maggioranza politica definita dopo il voto. Il leader dell’opposizione Yair Golan accusa Netanyahu di non avere la fiducia necessaria per guidare un’altra offensiva e ammonisce contro l’uso della sicurezza nazionale per la sopravvivenza politica. Non è prova di un piano concordato. Nuovi raid potrebbero mutare gli equilibri israeliani.
Negli Stati Uniti si vota per tutti i 435 seggi della Camera e 35 del Senato. I repubblicani difendono maggioranze fragili; il gradimento di Trump nelle aree rurali è sceso al 45%, secondo Reuters/Ipsos. La Casa Bianca prepara già strumenti esecutivi per governare anche con un Congresso ostile, mentre il Dipartimento di Giustizia affronta controversie sul voto in California e Alaska. La guerra, il costo dell’energia e il controllo del Congresso convergono sulla presidenza. Sullo sfondo, anche le spese del conflitto e i danni alle basi americane alimentano il confronto interno all’amministrazione.

Il caso Epstein

Si aggiunge il caso Epstein. Un giudice federale ha respinto definitivamente la causa da almeno dieci miliardi di dollari intentata da Trump contro il Wall Street Journal per l’articolo su una presunta lettera del 2003 a Jeffrey Epstein. Il presidente nega di averla scritta.
Il giudice Darrin Gayles ha ritenuto non dimostrata la «actual malice», requisito della diffamazione per una figura pubblica: la sentenza non certifica l’autenticità della lettera. È una sconfitta processuale, non una condanna per i crimini di Epstein. Il punto politico è più ampio della telefonata con Netanyahu. Trump cerca un accordo, tiene pronta l’offensiva e affronta un voto capace di ridimensionarne il potere interno. L’Iran tratta, minaccia ritorsioni regionali e lega Hormuz alle concessioni americane. Tra Washington, Gerusalemme e Doha, la finestra diplomatica resta aperta ma si restringe. Dal 4 novembre non cambierà soltanto il calendario: potrebbe cambiare la soglia oltre la quale la deterrenza diventa guerra.

LEGGI Usa, tra guerra e comizi l’ultima settimana prima delle midterm

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