L’analista Nona Mikhelidze spiega perché l’obiettivo di Putin non è soltanto conquistare territori, ma ottenere il controllo politico dell’Ucraina
«L’obiettivo della guerra di Putin non era l’incorporazione di territori. Nel 2022 i 200 mila soldati russi hanno puntato sia l’est che il nord. Ciò dimostra che Putin pensava di arrivare a Kiev. L’obiettivo di lungo termine resta il controllo politico su Kiev. Ora non puoi più fermare la guerra perché è diventata strumento per tenere il potere». A parlare è Nona Mikhelidze, senior fellow dell’Istituto Affari Internazionali di Roma, esperta di Russia ed Europa orientale. «Putin si tiene in piedi solo grazie alla guerra – spiega – e senza collasserebbe tutto. Ormai l’economia russa si basa sulla produzione militare. Tanti lavoratori oggi sono impiegati nelle fabbriche di armi: il livello di occupazione è alto per questo. E poi c’è il problema del reinserimento di 700 mila soldati: la gran parte sono criminali usciti dal carcere e mandati al fronte, il loro ritorno aumenterebbe criminalità e tensioni domestiche. Se Putin non gestisce tutto questo rischia la rivolta: la guerra è il costo minore».
Ancora meno costosa se non si danno gli intercettori agli ucraini…
«La guerra in Iran ha consumato una gran quantità di missili intercettori. Quelli dell’Europa non arrivano. Nella sua percezione – che non necessariamente corrisponde alla realtà – Putin pensa di poter piegare la volontà gli ucraini per mancanza di intercettori. Ciò renderà un inferno l’inverno degli ucraini».
Che cosa pensa davvero Putin dell’Ucraina? Qual è il suo obiettivo più profondo?
«Dopo 25 anni di governo, Putin ha bisogno di una legacy grazie alla quale entrare nella storia. Nell’idea imperialistica russa, i territori conquistati tre secoli fa, colonizzati e russificati appartengono alla Russia. Per esempio, Mosca pretende che tutte le zone del Caucaso, dalla Georgia all’Armenia, debbano rientrare nella sua zona di influenza. Anche per questo oggi la Georgia è occupata per il 20% con le armi, mentre il restante 80% è sotto il controllo dei servizi segreti. Putin si ispira sia al progetto coloniale della Russia zarista che a quello dell’Urss».
L’Unione sovietica?
«Sì, anche quello era un progetto coloniale anche se dirlo fa venire l’orticaria alla sinistra italiana».
Tuttavia molti stentano a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo ucraino…
«Nel dibattito pubblico italiano sembra che le ex repubbliche dell’Unione sovietica – ben 15 paesi distinti per lingua e cultura – non abbiano il diritto di scegliere il proprio futuro senza prendere in considerazione gli interessi della Russia, come se l’Urss continuasse a esistere. È una visione vecchia del mondo per cui tu devi essere sottomesso alla volontà di chi è più forte di te».
L’Ucraina festeggia 35 anni di indipendenza. Che cosa si sentono gli ucraini oggi?
«Alla fine, nessuno come Putin ha fatto così tanto per il processo di nation building dell’Ucraina: questa guerra ha davvero unificato tutto il paese. Ha superato problemi identitari e risolto il problema della lingua: nessuno vuol parlare più in russo. La propaganda di Mosca è stata centrata sulla difesa dei cittadini di lingua russa: il risultato è che oggi gli abitanti di Kiev che parlavano russo – il 50% della popolazione totale – non lo parlano più sia per autodifesa che in segno di protesta. La Russia ha stimolato sentimenti patriottici: così gli ucraini riscoprono la loro lingua e i loro scrittori».
L’Europa ha fatto abbastanza finora?
«Fin dal 2022 l’Europa ha adottato una strategia sbagliata. La fornitura di armi all’Ucraina si è fatta con il retropensiero che a certo punto Putin avrebbe sicuramente negoziato. Bisognava calibrare gli aiuti con il duplice obiettivo di tenere in vita l’Ucraina senza farla prevalere e di mettere un limite a Putin.
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In questo modo entrambi sarebbero stati costretti a congelare il fronte. “Congelare il fronte” è la soluzione più amata dagli europei che hanno trattato così tutti i conflitti successivi alla caduta dell’Urss, dal Nagorno alla Transnistria. E nel 2014 addirittura la Crimea è stata regalata ai russi».
Perché questa strategia ha fallito?
«Perché manca la consapevolezza che la guerra non è territoriale: Putin vuole il controllo politico. L’ora di negoziare non è mai arrivata – anche il negoziato americano è fallito – e dubito che arriverà mai. Per Putin l’alternativa è vincere o perdere».
Nel frattempo Bruxelles continua a rinviare l’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
«Non vale la pena speculare su questo: finché c’è la guerra non ci sarà l’entrata dell’Ucraina nell’Ue. La guerra – e questa potrebbe durare anche due, tre o cinque anni – è il principale deterrente all’ingresso».
Sembra che l’Ue abbia delegato all’Ucraina la funzione di esercito europeo. È un limite o un’opportunità?
«Premetto: le forze armate ucraine devono far parte dell’architettura di difesa europea. L’opinione pubblica non ne ha piena consapevolezza, ma qui non siamo più nel campo della pura assistenza o beneficenza: anche gli ultimi 90 miliardi stanziati dalla Ue sono dei prestiti non un regalo. L’Ucraina ripagherà il prestito con il risarcimento russo, se arriverà dopo la guerra, oppure con gli asset russi detenuti dall’Europa che sono stati impegnati a garanzia. Nel frattempo, quelle ucraine sono diventate le forze amate più esperte sul campo. Per questo motivo il Regno Unito condivide con l’Ucraina informazioni tecniche classificate sui componenti britannici del missile SCALP/Storm Shadow: permette così all’Ucraina di produrlo sul proprio territorio in cambio di accesso a dati reali di guerra e tecnologia nell’IA militare».
Nel frattempo si è perfezionato anche l’approccio alla guerra della Russia…
«Anche l’esercito russo ha tratto esperienza dalla guerra: è diventato più capace di noi di condurre la guerra moderna. Ma non amo usare la parola “guerra ibrida”: è un termine che spinge alla de-responsabilizzazione gli europei, usato come scusa per non rispondere. I droni abbattuti che portavano esplosivo non sono un attacco ibrido, ma un attacco militare. Chiamare ibridi questi attacchi è come se non valesse la pena affrontarli seriamente, ma così aumentano la soglia del rischio e il grado dell’attacco. La maggior escalation verso l’Europa potrebbe essere usata come giustificazione per chiamare la mobilitazione generale dopo le elezioni. Per mobilitare non puoi dire che non hai avuto successo contro l’Ucraina, così l’Europa sarà disegnato come un nemico maggiore».
Come reagirà la Nato?
«Trump ha fatto di tutto per aumentare in Putin la sensazione che non interverrà nei paesi baltici in caso di attacco. Così l’obiettivo di Putin sarà screditare per sempre la Nato per mancanza di intervento americano in difesa degli alleati: lo potrebbe rivendere come una vittoria».
Intanto il direttore della Cia John Ratcliffe è andato a Mosca. Per fare cosa?
«Ratcliffe è un falco antirusso, figura molto diversa da altri esponenti dell’amministrazione americana come J.D.Vance. È una situazione molto diversa da quando Joe Biden mandò William J. Burns per incontrare Putin e dirgli: “Sappiamo che state considerando l’invasione dell’Ucraina. Non fatelo”. Burns era un diplomatico che parlava in “diplomatese”. Ratcliffe non è andato a Mosca per scopi diplomatici ma per portare un avvertimento, un messaggio secco, tanto importante che non poteva essere trasmesso da intermediari. Ma non sappiamo se il messaggio riguarda l’Iran o l’Ucraina. In ogni caso escludo che fosse una visita nel quadro di una diplomazia negoziale».
C’è una grande ipocrisia italiana, sia a destra che a sinistra: avere le mani pulite sulla guerra. Per questo daremo solo generatori elettrici e aiuti umanitari come ha assicurato Meloni?
«La frase sui generatori è lo specchio dell’Italia, un paese che non avrebbe mai voluto fare di più. Poi il senso di responsabilità ti spinge a restare legato alle tue alleanze (Usa, Ue e G7) e per il tuo interesse politico non puoi fare meno di altri. Meloni ha fatto abbastanza per non distaccarsi dalle politiche euroatlantiche e ha sempre ribadito a livello retorico il supporto alla sovranità e indipendenza dell’ucraina. In più, a differenza di altri sottolinea l’integrità territoriale dell’Ucraina mentre altri leader europei non vi accennano».
Sugli aiuti militari l’Italia ha fatto troppo poco?
«L’Italia si è sempre collocata tra gli ultimi paesi fornitori, specie se si fa la proporzione con il pil del paese. L’Ucraina crollerebbe senza l’aiuto tedesco, mentre l’Italia non fa la differenza. Tuttavia, mandando i Samp-T, l’Italia ha dato un contributo importante per difendere le vite degli ucraini. Questo dice molto sugli italiani: nel dibattito tutti amano distinguere tra armi di offesa e armi di difesa, ma il governo non ha il coraggio di spiegare ai cittadini che, in un momento difficile per i civili ucraini, quando ha inviato intercettori per difenderli dagli attacchi quotidiani dei russi, ha fatto una cosa buona».
Dal canto suo, il centrosinistra appare perfino più timido sugli aiuti militari a Kiev…
«Il M5s dice proprio come Vannacci che non bisogna più mandare le armi a Kiev e bisogna parlare con Putin. Ma tutti i leader hanno parlato con Putin e sono stati umiliati. Mi meraviglio del Pd quando dice che l’Europa non ha fatto abbastanza e che si dovrebbe incaricare un inviato speciale: ma perché dobbiamo fare umiliare dai russi anche questo inviato? Se pensi che Putin cambi idea con le chiacchiere allora non hai capito niente della natura del conflitto. Se nemmeno Trump è stato in grado di chiudere un accordo molto favorevole per Putin, l’Europa non avrà nulla di più da offrire. Andare a Mosca tanto per parlare scredita l’inviato e danneggia la nostra credibilità».
Che cosa dovrebbero fare i partiti della sinistra?
«Dovrebbero essere più onesti intellettualmente sulle cause e l’andamento del conflitto e del negoziato: non devono vendere il desiderabile per possibile. “Serve la diplomazia” non è una seria proposta politica: che la pace sia meglio della guerra lo sappiamo tutti. Da M5s e Vannacci non mi aspetto nulla, ma da partiti come Pd e Italia Viva mi aspetterei più responsabilità: invece trattano i propri elettorati in modo populista e infantile».





























