Ankara ha avviato la procedura per ottenere una Red Notice di Interpol nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e di Afek Moskovitch
Il procedimento turco riguarda complessivamente 35 imputati e si fonda sulle accuse, tutte da accertare in sede giudiziaria, di genocidio, crimini contro l’umanità, privazione della libertà, lesioni, tortura, danneggiamento, saccheggio e sequestro di mezzi di trasporto.
La notizia non equivale a un arresto né garantisce che Netanyahu venga fermato all’estero. Ankara ha chiesto di attivare il canale Interpol dopo i mandati emessi da un tribunale di Istanbul il 14 luglio; spetterà ora agli organismi e agli Stati coinvolti valutare la richiesta secondo le rispettive procedure e legislazioni.
La mossa di Ankara
Ad annunciare l’iniziativa è stato il ministro della Giustizia turco Akın Gürlek. Secondo la ricostruzione diffusa dal ministero, il procedimento è davanti all’11esima Corte penale pesante di Istanbul e riguarda l’operazione israeliana contro la Global Sumud Flotilla, una spedizione civile che trasportava aiuti umanitari verso Gaza.
Il punto procedurale è importante: i mandati di cattura nazionali per Netanyahu e Moskovitch erano già stati emessi il 14 luglio 2026. La novità del 21 agosto è la richiesta del ministero della Giustizia al ministero dell’Interno turco affinché chieda la pubblicazione di una Red Notice, trasmettendo al tempo stesso gli atti al ministero degli Esteri.
Una Red Notice non è un mandato d’arresto internazionale automaticamente esecutivo. È una richiesta rivolta alle forze di polizia dei Paesi aderenti a Interpol per localizzare una persona e, se il diritto nazionale lo consente, detenerla provvisoriamente in vista di ulteriori passaggi giudiziari. La decisione effettiva resta in capo alle autorità di ogni Stato.
Cosa accadde alla Flotilla
L’inchiesta turca nasce dall’ultima missione della Global Sumud Flotilla, composta da circa 50 imbarcazioni e circa 430 persone a bordo. La spedizione puntava a raggiungere Gaza con aiuti umanitari e a contestare il blocco imposto da Israele alla Striscia.
Secondo le autorità e le organizzazioni turche, le imbarcazioni furono intercettate da forze israeliane in acque internazionali, a ovest di Cipro, quindi condotte in Israele. I partecipanti sarebbero stati trasferiti nel carcere di Ktziot, nel sud del Paese, prima dell’espulsione avvenuta nel maggio scorso.
La portavoce italiana della Flotilla, Maria Elena Delia, ha accolto positivamente l’iniziativa di Ankara e ha parlato di “attacchi”, intercettazioni illegali, sequestri delle barche, arresti e violenze. Sono accuse formulate dagli attivisti, che chiedono un accertamento in sede internazionale; non costituiscono, da sole, fatti già stabiliti da una sentenza.
Perché conta la Turchia
La scelta turca è parte di un confronto politico e diplomatico sempre più duro tra Ankara e il governo Netanyahu. Il ministro Gürlek ha dichiarato che la Turchia non accetta che l’esecutivo israeliano sia considerato “intoccabile e impunibile” e ha promesso di utilizzare gli strumenti disponibili nel diritto nazionale e internazionale.
Ankara si colloca così in modo esplicito sul fronte della mobilitazione politica e giudiziaria a sostegno della causa palestinese. L’azione sulla Flotilla permette al governo turco di agire su un episodio specifico, ovvero, l’intercettazione di civili e imbarcazioni con aiuti, collegandolo al quadro più generale della guerra a Gaza e alle contestazioni rivolte a Israele.
Per la Turchia, la vicenda ha anche una forte dimensione simbolica. La Flotilla riporta al centro due questioni che Ankara considera decisive: la possibilità di far arrivare aiuti nella Striscia e la legittimità delle operazioni israeliane fuori dalle acque territoriali. In questo quadro, la richiesta di Red Notice aumenta la pressione diplomatica su Israele anche se le probabilità di un arresto immediato restano limitate.
Le conseguenze possibili
L’iniziativa turca non modifica automaticamente la posizione internazionale di Netanyahu, né sostituisce le indagini e le procedure di altre corti o organismi internazionali. Può tuttavia produrre effetti concreti sul piano dei viaggi e delle relazioni diplomatiche, soprattutto nei Paesi che decidessero di dare seguito alla segnalazione Interpol.
Il procedimento apre inoltre un nuovo terreno di scontro tra Ankara e Tel Aviv: non soltanto politica estera e guerra a Gaza, ma la pretesa di esercitare una giurisdizione penale su presunti reati commessi contro attivisti legati alla Turchia o a una missione partita dal suo spazio politico e civile.
La Flotilla, intanto, legge la decisione come un primo passo contro quella che definisce un’impunità consolidata. “Ogni passo verso l’accertamento delle responsabilità è importante”, sostiene Delia, a condizione che restino centrali Gaza e i diritti del popolo palestinese.




























