Giorgia si presenta come una leader che non chiede permesso: all’Italia, agli alleati, agli avversari e neppure alla propria storia politica.
Nella rara intervista rilasciata al New York Times, alla vigilia del primato come presidente del Consiglio più longeva della Repubblica, la premier costruisce un autoritratto coerente: la donna “contro corrente”, estranea alle mediazioni, capace di trasformare l’emarginazione della destra post-fascista in centralità di governo.
L’intervista, condotta in italiano in un salotto accanto all’ufficio romano della presidente del Consiglio, non è soltanto un bilancio politico. È soprattutto la rappresentazione del personaggio Meloni: ironico, iper-espressivo, combattivo, attento a trasformare ogni domanda in una conferma della propria narrazione. “Avrei dovuto fare teatro”, scherza. “Mi sarei divertita molto di più. Non so come sono finita qui, ma ci sono finita”.
Dietro l’autoironia, però, si intravede un messaggio preciso: Meloni non vuole apparire come il prodotto di una classe dirigente, né come l’esito naturale del sistema politico italiano. Vuole restare l’eccezione. La leader che ha scelto “il lato scomodo della storia”, come dice lei, e che proprio da quella collocazione ha ricavato la forza per arrivare a Palazzo Chigi.
La politica come sfida
La parola che torna più spesso nel suo lessico è «coraggio». Coraggio di non adeguarsi, di sfidare le aspettative, di prendere «no» come incentivo. È un repertorio retorico che Meloni utilizza da anni, ma che nell’intervista diventa quasi una teoria del potere: chi governa davvero, sembra suggerire, deve sottrarsi all’idea di avere limiti fissati da altri.
Questo schema viene trasferito direttamente sul piano nazionale. La presidente del Consiglio dice di non sopportare l’immagine di «un’Italia sottomessa», considerata meno importante delle altre grandi potenze, e indica come obiettivo una «rivoluzione di orgoglio».
È una formula che tiene insieme nazionalismo, rivendicazione geopolitica e comunicazione politica. Meloni chiama spesso l’Italia «nazione», più che «Paese» o «Repubblica»: non è un dettaglio linguistico, ma un modo per inserire la propria azione di governo in un racconto identitario. L’idea è che la sua ascesa e il riscatto dell’Italia siano parte dello stesso movimento.
La frattura con Trump
L’elemento più rilevante dell’intervista riguarda però il rapporto con Donald Trump. La sintonia ideologica su immigrazione e critica alla cultura woke non è bastata a mantenere una relazione lineare. Meloni ammette di aver pensato che con Trump le cose sarebbero state più facili e aggiunge, seccamente, che è andata diversamente.
La tensione è esplosa dopo le parole del presidente statunitense, che aveva sostenuto che Meloni avesse “implorato” una foto con lui durante il G7 in Francia. La replica della premier, «L’Italia e io non imploriamo mai», ha segnato un passaggio politico significativo: una presa di distanza pubblica da un alleato politico naturale, in nome della dignità nazionale e dell’interesse italiano.
Nell’intervista Meloni rivela che i due non si sentono da settimane e non dà per scontato un confronto dopo l’estate. Allo stesso tempo, evita di trasformare la frizione personale in una rottura strategica: insiste sull’importanza dell’unità dell’Occidente e precisa che la politica estera italiana non dipende dalle sue relazioni individuali.
È forse il tratto più pragmatico della conversazione. Meloni mantiene una grammatica valoriale vicina alla destra internazionale, ma non accetta che quell’affinità la releghi a un ruolo subordinato. Il messaggio è rivolto tanto a Washington quanto a Bruxelles: l’Italia vuole contare, non essere semplicemente associata a uno schieramento.
Identità, donne e femminismo
L’intervista ripropone poi uno dei terreni su cui Meloni è più riconoscibile: l’identità. Alla domanda sul successo dello slogan «Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana», la premier risponde che ha intercettato un sentimento diffuso di minaccia nei confronti dell’identità più autentica e basilare delle persone. Uno slogan semplice, sostiene, per una «ribellione emotiva».
La costruzione è politicamente efficace perché trasforma categorie biografiche in un campo di conflitto. Non importa tanto definire con precisione chi minacci quelle identità, quanto evocare l’esistenza di un’avversità culturale: élite, progressismo, linguaggio inclusivo, politiche di genere, globalizzazione.
Anche sul femminismo Meloni resta fedele alla propria impostazione. Critica le battaglie su quote e titoli professionali, compresa la discussione sull’uso del femminile per la carica di presidente del Consiglio. Per lei l’uguaglianza consiste nell’avere la possibilità reale di diventare presidente del Consiglio.
È una concezione dell’emancipazione individuale più che collettiva: la prova della parità è l’accesso personale al potere, non la trasformazione delle strutture che storicamente lo hanno reso meno accessibile alle donne. Non a caso, alla domanda se si definisca femminista, Meloni non risponde davvero.
L’economia come terreno elettorale
Sul fronte economico, la presidente del Consiglio reagisce con irritazione alle critiche dell’opposizione e rivendica il miglioramento di diversi indicatori: occupazione, inflazione, arrivi irregolari, spesa sanitaria e spread. «Ditemi se non sono migliori», ribatte, con il sarcasmo di chi considera ingeneroso il giudizio sul proprio governo.
Il quadro, tuttavia, è meno lineare della rivendicazione politica. L’economia italiana continua a crescere lentamente: nel 2025 il Pil è salito dello 0,5%, terzo anno consecutivo sotto l’1%; per il 2026 il governo aveva inizialmente stimato una crescita dello 0,6%, mentre l’Ufficio parlamentare di bilancio ha prospettato lo 0,9%. A giugno, la produzione industriale è però diminuita dell’1% rispetto al mese precedente.
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein usa proprio la bassa crescita, l’erosione dei salari reali, il costo dell’energia e la pressione sul sistema sanitario per descrivere quella che definisce un’occasione storica sprecata. Meloni risponde con l’argomento opposto: i risultati esistono, ma i suoi avversari fingono di non vederli.
È qui che l’intervista mostra il vero campo della prossima sfida: non solo i dati, ma la loro interpretazione. Meloni punta sulla stabilità, sul recupero di credibilità e sull’idea di un’Italia più rispettata. Le opposizioni proveranno invece a spostare il confronto sul potere d’acquisto, sui servizi pubblici e sulla distanza tra gli indicatori macroeconomici e l’esperienza quotidiana delle famiglie.
Più che una semplice intervista, quella concessa al New York Times è dunque un manifesto di posizionamento. Meloni rivendica di essere diventata istituzionale senza rinunciare alla postura dell’outsider. Ed è proprio questa doppia identità a spiegare una parte rilevante della sua forza politica.






























