In Venezuela si scava incessantemente per salvare i superstiti del terribile sisma di mercoledì scorso. Dal mondo arrivano gli aiuti internazionali con l’Italia in prima fila. Roma piange intanto la morte di un’altra cittadina italiana
Dopo quasi quattro giorni dal terribile terremoto che ha scosso il Venezuela devastando la regione di La Guaira a nord della capitale Caracas, le speranze di trovare altri sopravvissuti sotto le macerie si affievoliscono. I video dei reporter internazionali mostrano una situazione disperata, con squadre improvvisate di volontari da tutto il Paese che scavano a mani nude.
Due le scosse, magnitudo 7.2 e 7.5, mercoledì. Oltre trecento hanno seguito Coe sciame e una di 4.9 nella notte di ieri. Il bilancio è drammatico: 920 morti confermati, circa 3.300 feriti, più di 50.000 dispersi. Le persone estratte vive sono circa 250. La finestra delle 72-96 ore, quella in cui i soccorsi contano davvero, è quasi chiusa. «Ogni persona salvata è un miracolo», ripete il presidente dell’Assemblea Nazionale Jorge Rodriguez, che promette trasparenza sul conto delle vittime: «Non nasconderemo assolutamente nulla sulla portata di questa tragedia».
La Guaira intanto, è devastata. I palazzi crollati sono spesso quelli del boom petrolifero degli anni Cinquanta e Sessanta e mai aggiornati con le nuove tecnologie antisismiche. Anche le case di cura sono sotto pressione. Tredici ospedali della zona risultano danneggiati. La presidente ad interim Delcy Rodriguez annuncia che La Guaira è stata «militarizzata».Sul terreno intanto «la gente ha ancora il terrore di rientrare in quelle che erano le loro case», riferisce Loyce Pace, della Croce Rossa per le Americhe.
La comunità italiana, numerosa per la storia di emigrazione che lega il Venezuela al Belpaese, conta circa 150.000 censiti, 65.000 dei quali nell’area dell’epicentro. Il bilancio dei connazionali è di tre morti, quattro feriti, una quarantina di dispersi. Tra le vittime c’è Francesca Mannina, italo-venezuelana originaria di Balestrate, in provincia di Palermo, morta sulla soglia di casa. Il marito, Roberto Santilli, si è salvato dalle scale ed è sotto shock.
Alla Farnesina i conti restano aperti. «Stiamo registrando molte segnalazioni di persone che non rispondono», spiega Nicola Minasi, capo dell’Unità di crisi. La macchina della solidarietà converge ad aiutare il Venezuela ferito. L’Italia in prima linea. Roma invia due KC767 dell’Aeronautica da Pratica di Mare: un centinaio di uomini tra Vigili del fuoco, Protezione civile e Unità di crisi, più tende e materiale sanitario.
Sul piano finanziario, cinque milioni subito e fino a dieci complessivi: tre alla società civile italiana, uno alla Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, uno al Programma alimentare mondiale. Da Washington arrivano 150 milioni di dollari. Operano già 861 volontari internazionali, da Messico, Stati Uniti, El Salvador, Svizzera, Colombia.«Temiamo che possano esserci altri problemi per i nostri connazionali», avverte Tajani.
Per l’ambasciatrice del Venezuela in Italia, Maria Elena Uzzo, è «il più grave avvenimento negli ultimi cento anni legato a un disastro naturale». Mentre si scava a mani nude si aggiornano i tetri bilanci di morti e dispersi; accanto a questi, il mastrino dei ritrovamenti timidamente sale di conteggio. Alla comunità internazionale ora il compito di provare a rimettere in piedi un Venezuela allo stremo per gli eventi che ha vissuto nei primi sei mesi del 2026, dalla fame cronica al rapimento di Maduro.






























