Donald Trump torna a indicare l’isola di Kharg come obiettivo prioritario della guerra contro l’Iran, ma l’attacco Usa ai depositi di Teheran rischia di trasformarzi in un grave errore strategico
Le forze armate americane «prenderanno l’isola di Kharg», oltre ad «altre infrastrutture petrolifere» nel prossimo futuro. A prometterlo, come già fatto mesi fa, è stato il Presidente Donald Trump dopo la ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. Per il tycoon la conquista dell’isola di Kharg deve rappresentare un colpo simbolico e strategico contro Teheran. L’obiettivo, però, appare estremamente difficile da raggiungere.
La piccola isola nel Golfo Persico è infatti protetta dalla rete difensiva iraniana e la sua eventuale occupazione richiederebbe operazioni militari complesse e costose. Inoltre, il valore strategico di Kharg appare oggi molto inferiore rispetto al passato, alimentando dubbi sull’effettiva utilità di un attacco che potrebbe comportare perdite elevate a fronte di benefici limitati.
L’impresa, infatti, oggi come all’inizio della guerra, resta particolarmente complessa. L’isola di Kharg – lunga solo 8 km per circa 4 di larghezza (all’incirca quanto l’isola di Lampedusa) – si trova infatti a soli 26 km dalla costa iraniana. All’estremità settentrionale del Golfo Persico, a circa 483 km a nord-ovest dello Stretto di Hormuz. Si tratta di una zona profondamente inserita all’interno della rete difensiva della costa iraniana. Disseminata di piccole basi nascoste dei Pasdaran e, in misura minore, di stazioni della marina convenzionale.
I rischi di un assalto anfibio
L’isola si trova molto lontano dall’ingresso del Golfo – praticamente dalla parte opposta – motivo per cui qualsiasi azione anfibia richiederebbe innanzitutto la forzatura del blocco di Hormuz, per poi procedere con un convoglio navale lento e vulnerabile attraverso tutta la lunghezza dello stretto e angusto spazio di mare. Ovviamente, sotto il prevedibile fuoco tanto delle batterie antinave stanziate a terra quanto della considerevole flottiglia di barchini missilistici della marina dei Guardiani della Rivoluzione.
In caso di operazioni alternative, per esempio aviotrasportate, l’intera faccenda rischia comunque di diventare un potenziale bagno di sangue anche in caso di lanci preparatori di forze speciali e commando volte a preparare l’attacco. Per mesi l’Iran ha infatti fortificato Kharg, disseminando migliaia di mine antiuomo e anticarro sulle spiagge dell’isola e rafforzando le difese terrestri. Potenziando contestualmente anche la guarnigione locale e fornendole ampie scorte di missili terra aria e altri sistemi di attacco.
In caso di massiccio assalto aereo, dunque, le truppe americane verrebbero incontro a un considerevole fuoco di sbarramento e rischierebbero di subire gravi perdite prima ancora di mettere piede a Kharg. Per non parlare dei morti che potrebbero subire una volta schierati sulla piccola isola. Combattere in quell’area richiederebbe una metodica conquista territoriale, di sicuro non al di là delle capacità delle forze armate americane, in un contesto in cui per l’Iran sarebbe molto facile rinforzare le sue difese durante l’assalto. O colpire le forze attaccanti direttamente dalla costa.
Il problema del mantenimento dell’isola
Per svolgere l’intera azione in sicurezza, in poche parole, gli Stati Uniti dovrebbero dispiegare tali e tante forze da “silenziare” contemporaneamente le difese dell’isola e quelle costiere, per poi schierare un numero importante di truppe aviotrasportate che, in ogni caso, dovranno combattere attraverso campi minati e altre posizioni difensive per prendere il controllo definitivo di Kharg. E tutto questo per poi mantenere una posizione di gran lunga troppo esposta al tiro nemico per poter diventare una postazione d’occupazione fissa.
Al di là delle evidenti complessità operative, comunque, l’intera faccenda dell’attacco a Kharg risulta incomprensibile proprio da un punto di vista strategico. Perché, infatti, è così necessario lanciare un attacco così ambizioso, difficile e rischioso contro un isolotto dal nullo valore strategico? L’isola di Kharg, del resto, è solo un deposito da cui l’Iran esportava petrolio, il 90% del totale. E il suo valore è drasticamente ridotto dal semplice fatto che le spedizioni via mare dell’oro nero di Teheran sono state fortemente ridimensionate fin dall’inizio della guerra.
Petrolio iraniano e blocco navale
Conquistare lo snodo logistico di una linea d’esportazione che già non funziona più, in sostanza, non servirebbe proprio a nulla in termini di guadagni strategici. Tanto più alla luce del fatto che, come continuano a sostenere da Washington, sul naviglio commerciale con a bordo greggio persiano in uscita dal Golfo è già imposto un blocco navale. La presa di Kharg, in poche parole, non avrebbe nessun impatto significativo sulle esportazioni di petrolio iraniano. E presumibilmente gli americani non potrebbero nemmeno vantare il controllo dei depositi dell’isola.
I quali, molto probabilmente, sono stati minati o verrebbero comunque distrutti dagli iraniani in caso di perdita dell’isola. Come già successo in precedenza in questa guerra, dunque, l’intera faccenda legata alla presa di Kharg altro non è che una mossa propagandistica e simbolica dell’amministrazione americana. Un gesto per dimostrare al mondo di star vincendo un confronto il cui esito appare oggi molto meno favorevole a Washington di quanto previsto inizialmente.
LEGGI Iran, Trump: «Colpiremo molto duramente. Poi prenderemo Kharg»
In conclusione, è possibile per gli Stati Uniti conquistare Kharg, seppur a un prezzo probabilmente altissimo. Ciò che resta però da dimostrare è che Kharg valga effettivamente la pena di essere conquistata e il costo che comporterebbe farlo. Perché quando il valore simbolico di un obiettivo supera il suo valore strategico, la linea che separa una dimostrazione di forza da un errore di valutazione diventa estremamente sottile.
































