2 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Giu, 2026

La nuova geopolitica del preservativo

Esiste una “geopolitica dei preservativi” che unisce tre continenti apparentemente così diversi come America, Africa e Asia


La crisi dei preservativi onestamente non ce l’aspettavamo. Eppure era prevedibile. Con l’orrore scaturito dalle guerre in corso ci concentriamo, giustamente, più sui morti che sui vivi e ancor meno, senza dimenticare l’importanza fondamentale dei preservativi per evitare la diffusione di malattie, sui futuri vivi. A questo punto però è necessario fornire al lettore gli elementi che non conosce o che non ha collegato tra loro. Parliamo di Cina, Stati Uniti e Africa, tre continenti completamente diversi tra loro per politica e diseguaglianze. La geopolitica dei missili divide, la geopolitica dei preservativi unisce. Al netto della forma fallica molto simile tra missili e preservativi.

Le politiche

Dal primo gennaio 2026 il costo dei preservativi in Cina è aumentato del 13%. Ordine del Partito Comunista, che una volta si occupava di rapporti di produzione e oggi anche di rapporti sessuali. In realtà sempre di economia si tratta. La crisi demografica di Pechino non è uno scherzo, sta rallentando in maniera significativa la crescita economica del Paese e, in prospettiva, rischia di farlo retrocedere rispetto ad altre economie in ascesa come l’India, dove, al contrario, l’esplosione demografica promette di superare la Cina a colpi di Pil. Parliamo di 7,92 milioni di nascite nel 2025, meno della metà rispetto al 2015.

Il nodo della natalità

Ecco allora che per favorire la natalità il PCC ha abolito l’esenzione fiscale sui preservativi. Fino al 2016 ogni coppia in Cina poteva avere soltanto un figlio. Poi il limite è stato portato a due. Ora, di fatto, non c’è più nessun limite. Peccato però che i cinesi di fare figli non hanno più intenzione. Da qui l’abolizione delle esenzioni fiscali, accompagnata da restrizioni sulla commercializzazione dei condom. Secondo il Financial Times, le vendite del marchio leader nel settore dei preservativi in Cina, Durex, di proprietà del gruppo Reckitt, sono diminuite del 5% nel Paese durante il primo trimestre di quest’anno. Ciò ha segnato un drastico rallentamento rispetto alla crescita delle vendite dello scorso anno, che in Cina aveva superato addirittura il 40%. Al punto che la piattaforma di social commerce Douyin, di proprietà di ByteDance, la società proprietaria di TikTok, ha vietato la commercializzazione di preservativi tramite live streaming.

Insomma: il governo cinese ha impiegato quarant’anni a convincere la popolazione a non fare figli, e ora scopre che il lavoro è riuscito fin troppo bene. Tassare i preservativi è la risposta burocratica a un problema culturale profondo. Come svuotare il mare con un cucchiaino.

Gli Stati Uniti

Adesso prendiamo l’aereo e voliamo a New York. Finalmente! Noi sì che nel Paese faro dell’Occidente liberista siamo più civili di quei brutti comunisti autoritari che ti entrano persino in camera da letto. Di corsa, pregustando una serata libertina, entriamo in uno store del Queens. Scopriamo però che anche qui qualcosa è cambiato. Karex, il più grande produttore mondiale di preservativi con sede in Malesia, ha annunciato rincari del 20-30% a causa dei problemi alle catene di fornitura legate alla guerra in Iran. Da febbraio 2026, Karex ha visto aumentare i costi di gomma sintetica, nitrile, materiali di imballaggio, lubrificanti e alluminio. Le spedizioni verso Europa e Usa impiegano ora quasi due mesi invece di uno. E a questo martello si aggiunge l’incudine dei dazi di Trump. Il Ceo di One Condoms, il brand americano fornito da Karex, ha dichiarato che la guerra in Iran si è abbattuta su un settore già in difficoltà per i dazi, rendendo impossibile coprire i costi con ulteriori aumenti di prezzo. Va detto che Karex produce 5 miliardi di preservativi l’anno e li esporta in oltre 130 paesi. È fornitore di Trojan, Durex e del sistema sanitario britannico. La domanda globale è cresciuta del 30% in questo periodo, proprio mentre le scorte si assottigliano. Risultato probabile: una confezione da 12 preservativi che costava 12 dollari arriverà a costare fino a 17 dollari.

La politica dei tagli

D’altronde: il ministro della Sanità Usa, il Kennedy più psichedelico della celebre dinastia, non ha detto niente sull’argomento. E questa sarebbe già una buona notizia di per sè. Purtroppo però il suo silenzio è dovuto al fatto che è troppo occupato a tagliare i fondi alla contraccezione per i poveri e a mettere in discussione i farmaci per l’aborto.

L’Africa

Riprendiamo l’aereo e ci spostiamo in Africa, dove i preservativi hanno avuto un ruolo fondamentale nella prevenzione dell’Hiv. A proposito: i fondi per distribuirli gratis in Africa li ha tagliati proprio l’amministrazione Trump: per Washington che la gente muoia per malattie facilmente prevenibili con poca spesa è un particolare della storia assolutamente irrelevante. Gli aiuti esteri Usa sono congelati da gennaio 2025, incluso il Pepfar, il Piano d’Emergenza del Presidente americano per la lotta all’Aids. L’organizzazione delle Nazioni Unite Unaids è stata costretta a tagliare il personale di oltre la metà. In Nigeria la distribuzione di preservativi è crollata del 55% tra dicembre 2024 e marzo 2025. In otto paesi dove opera Unaids il 99,9% dei servizi di prevenzione Hiv è finanziato esternamente, con solo lo 0,1% finanziato internamente.


Risultato: In Nigeria hanno chiuso almeno cinque cliniche per le popolazioni vulnerabili, in Uganda il 45% dei programmi di supporto ha parzialmente o completamente chiuso, in Zimbabwe i servizi per le lavoratrici del sesso sono collassati del tutto nel 2025. Unaids stima che senza il ripristino delle misure di prevenzione potrebbero verificarsi 3,3 milioni di nuovi casi di Hiv tra il 2025 e il 2030.

Tre continenti, tra crisi

Gli Stati Uniti sono quindi sia vittima dei rincari da guerra che carnefici come causa del disastro africano. La Cina è carnefice e vittima di se stessa. L’Africa, atavicamente povera, dove anche la Cina ha un ruolo di neo colonizzazione crescente, assiste impotente. Fate l’amore non fate la guerra è ormai uno slogan che interessa soltanto pochi individui nel mondo, che finiranno presto rinchiusi in una riserva come gli ultimi hippy del Novecento, reperti antropologici di un’epoca in cui la pace sembrava ancora possibile. Tre continenti, tre crisi diverse, un unico scaffale vuoto. La geopolitica non entra in camera da letto. Ci abita.

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