2 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Giu, 2026

De Gregori e il diritto a un’arte libera dall’impegno politico

Francesco De Gregori

Fiume di polemiche dopo che De Gregori ha rivendicato il diritto al disimpegno politico: ma è un diritto a cui l’arte non deve rinunciare


Lo strasappiamo: appena succede qualcosa nel globo, soprattutto se scorre sangue, la corporazione mondiale di attori, artisti e cantanti alza il dito e la voce per dire la sua. I più improbabili sono i protagonisti della notte degli Oscar, ai quali Ricky Gervais, qualche anno fa, ricordò: «Se vinci, non usare il premio come tribuna politica: non sei in grado di fare la morale a nessuno, non sai nulla del mondo reale, e la maggior parte di voi ha passato meno tempo a scuola di Greta Thunberg». È una vecchia ruggine, quella contro gli uomini e le donne di spettacolo che, con una faccetta davanti alle telecamere e una canzonetta, sperano di sciacquarsi la coscienza.

Il precendente

La frizione più memorabile, in questo senso, fu l’intervista che Gloria Emerson, corrispondente in Vietnam per il New York Times, fece a John Lennon, che alla domanda su quante vite esattamente la sua “Give Peace a Chance” avesse salvato, dovette arrampicarsi sugli specchi. Non fu certo una conversazione tra pari: Emerson era appena tornata dal fronte, aveva visto i morti. Lennon era appena tornato dal letto matrimoniale, dove aveva protestato in pigiama con Yoko Ono.

Impegnati e poveri

Anche senza volare così in alto, possiamo trovare esempi altrettanto istruttivi e più recenti: il buon Walter Veltroni, vedendo che i compagni di cordata, più o meno ex, stavano massacrando in effigie Francesco De Gregori, reo di aver difeso il carattere non impegnato e non politico della propria attività artistica, ha scritto uno dei suoi elzeviri al marzapane per dire che la sinistra chiusa dentro certezze assolute produce isolamento, e che il linciaggio di De Gregori, per quanto fittizio, nasconde una tentazione intellettualmente totalitaria. Facendo, da par suo, l’apologia del dubbio.

Iscritto al Partito comunista da quando aveva quindici 15 anni, Veltroni si sarà fatto una certa esperienza di gruppi umani nei quali il dubbio non è la più praticata delle virtù. D’altra parte, non è la prima volta che De Gregori viene preso di mira perché non abbastanza “compagno”. Nel 1976, esattamente cinquant’anni fa, durante un concerto al Palalido di Milano, fu interrotto dai giovinastri della sinistra extraparlamentare, che gli fecero un “processo” sul palco e alla fine gli ingiunsero di restituire l’incasso della serata. Altrimenti era un capitalista delle loro calzette. Uscendo, De Gregori disse: «Non canterò mai più in pubblico. Stasera mancava solo l’olio di ricino, poi la scena sarebbe stata completa». Dopo qualche anno ci ripensò. Gli altri, invece, non hanno smesso: c’è ancora in giro parecchia gente che vorrebbe gli artisti così, engagés e poveri. Spesso una cosa accompagna l’altra. L’artista impegnato, infatti, vende pochissimi dischi.

Arte e politica

Se talvolta gli artisti sono grandi e anche impegnati, è una semplice combinazione. Picasso era iscritto al Partito comunista francese. Emil Nolde, uno dei maestri dell’espressionismo tedesco, era un nazistone. Adesso che lo sapete, ve ne frega qualcosa? No, perché tanto per Picasso quanto per Nolde l’affiliazione politica non conta più del colore delle scarpe o il tipo di ragazza che frequentavano. Wagner era un feroce antisemita. Brahms, un conservatore borioso. Chi lo considera un ostacolo all’ascolto della loro musica è un mentecatto. Fabrizio De André votava radicale e simpatizzava per gli anarchici. Questo lo rende più o meno ascoltabile? La domanda è così stupida che si commenta da sola.

Le rare volte che l’arte è valida e contiene anche un messaggio politico, quest’ultimo resta sottotraccia: non sventola come una bandiera issata sul Reichstag, ma agisce dentro le parole, le note, i colori. Il contenuto sociale dell’arte, quando diventa fosforescente, è come un ricco che ti spiattella in faccia il Rolex d’oro: fa pena. La riflessione sociale, in arte, non è necessariamente assente, ma, se c’è, viene modificata, mascherata, confusa nella forma. Appartiene a quest’ultima, molto più che al contenuto e alla declamazione. Se volete farvi un’idea del rapporto tra arte e impegno politico, dovete leggere uno dei pochi geni filosofici del secolo scorso, Adorno. Anche lui era circondato da gente che strillava gli stessi sloganetti di oggi: il silenzio è complicità, l’arte senza impegno è un lusso immorale, il mondo brucia e un artista non può farsi i fatti suoi, eccetera eccetera.

La risposta di Adorno

Al che Adorno, da quel gran signore che era, rispondeva con pacatezza e buon senso: l’arte impegnata tradisce se stessa proprio perché si impegna. Quando l’opera dichiara il proprio contenuto politico, lo riduce a propaganda, smette di essere arte e diventa pubblicistica.

Così l’arte rende un pessimo servizio alla causa che vorrebbe servire: un manifesto fa pensare meno di una grande opera. Adorno spiega che, per esempio, la prosa di Kafka e il teatro di Beckett (due che non hanno mai scritto una riga di sapore politico) hanno detto più sul potere, sull’alienazione e sulla condizione umana di qualsiasi romanzetto di denuncia. Il contenuto sociale non è nei proclami, ma nella struttura del racconto, nel ritmo delle frasi, nel modo in cui il linguaggio si deforma. Chi è stato travolto dalle ruote di Kafka, scrive Adorno, ha perso la pace col mondo ben più di chi ha assistito a uno spettacolo di Brecht, con le sue buone intenzioni e i cartelli didattici per il sonnacchioso pubblico proletario.

Da Brecht a Francesca Albanese

Certo, avercene di Brecht oggi. Invece, al suo posto ci sono quelli che vorrebbero Brecht di quarta categoria pronti a sbracciarsi e sgolarsi contro Israele e per Francesca Albanese. Dopo avere occupato manu militari scuole, università, case editrici e giornali, gli piacerebbe tornare a decidere anche le scalette dei concerti. Per fortuna l’arte vera non si abbevera alle fonti tiepide e fangose della edificazione morale, ma a fonti più profonde e meno sicure, dove l’acqua è limpida perché nessuno ci ha ancora messo le mani, e così fredda da non dissetare senza pungere. Anche se finisce per rivolgersi a un “pubblico”, l’arte è sempre stata, è e rimarrà un esercizio fondamentalmente solitario e impolitico. Juan Rodolfo Wilcock, poeta argentino naturalizzato italiano, a chi lo assediava con la richiesta di “impegnarsi”, rispondeva con un verso senza pretese ma definitivo: «Beati loro che pensano al progresso: / io solo penso alla morte o al sesso».

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