2 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Giu, 2026

Chi protegge davvero i bambini?

La tragedia della piccola Beatrice a Bordighera ci costringe ad esigere di più dallo Stato, che deve essere in grado di trovare un equilibrio tra controllo assoluto e indifferenza


La tragedia di Bordighera ci mette davanti a una contraddizione. Da una parte vediamo istituzioni capaci di intervenire con forza in situazioni familiari percepite come anomale o eccentriche dal punto di vista educativo, come nella vicenda della cosiddetta “famiglia del bosco”, diventata, proprio per questo, il simbolo di una presenza pubblica che può apparire sproporzionata, invasiva, pedagogicamente sospettosa. Dall’altra parte, dinanzi a una bambina di due anni, a una madre con tre figlie, a una rete affettiva fragile e a un contesto segnato da degrado evidente, gli stessi apparati sembrano non vedere, non udire, non connettere segnali che avrebbero dovuto almeno accendere una luce rossa.

Morta di silenzio

Dunque la contraddizione riguarda uno Stato che entra dove forse dovrebbe bussare e non arriva dove dovrebbe sfondare la porta. Questo è il vulnus politico, non solo giudiziario, del caso Beatrice. Perché se è vero che la giustizia penale accerterà le responsabilità individuali, resta il fatto che una comunità democratica deve interrogarsi sulle proprie responsabilità collettive.
La piccola Beatrice, infatti, è morta per il male orrendo che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, le sarebbe stato inflitto dalle persone a lei più vicine; ma è morta anche di silenzio e indifferenza, quelli del mondo adulto intorno a lei, incapace di interpretare i segni delle atrocità che subiva. È morta, cioè, anche perché i vicini e i familiari non hanno visto, o hanno soltanto sospettato, e nessuna denuncia è arrivata in tempo alla Procura.

Ascoltare i bambini

In altre parole, Beatrice è stata abbandonata da una società che non ha saputo tradurre in pratica quel principio stabilito dall’articolo 12 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, così rivoluzionario nella sua semplicità: il diritto del minore all’ascolto.

Che cosa vuol dire? Che per lei non ci sono stati luoghi, professionalità, tempi, linguaggi in cui una bambina potesse essere ascoltata prima che la tragedia si compisse. La voce infantile non arriva mai nella forma ordinata dell’adulto. Arriva spezzata, spesso laterale, tramite un disegno, una frase apparentemente incongrua, una paura riferita, un racconto confuso, un mutamento improvviso. Una democrazia matura deve saper decifrare queste forme deboli della verità. Deve, cioè, avere attenzione, quella che Simone Weil ha definito «la forma più rara e più pura della generosità».

Dunque in che cosa consiste questa attenzione nel caso di un minore? Nella capacità di fermarsi davanti a un livido, a un silenzio, a una bambina che cambia comportamento, a una sorella che prova a dire qualcosa, a un nucleo domestico isolato nella propria grave marginalità sociale e culturale. Certo, nessuno può desiderare uno Stato che spii le famiglie, che consideri ogni genitore un imputato preventivo, o la povertà una colpa. Ma la lezione di Beatrice ci dice che l’alternativa alla “società disciplinare” del Panopticon non può essere l’abbandono.

Tra controllo assoluto e assoluta indifferenza

Tra il controllo totale e l’indifferenza totale c’è una terza via, quella della vigilanza democratica intesa come cura. È possibile praticarla? E in che modo? Come può, cioè, una democrazia liberale garantire presenza e protezione senza trasformarsi in macchina di sorveglianza? Come può entrare nelle zone d’ombra della casa, dove talvolta si consumano violenze indicibili, senza diventare essa stessa un potere intrusivo, cieco, burocratico e punitivo? Sono domande cruciali, alle quali non possiamo sottrarci. Sorvegliare senza farsi sorvegliante significa soprattutto rinunciare alla pretesa di controllare tutto e imparare ad ascoltare chi non ha voce, chi dipende interamente dalla qualità morale e istituzionale degli adulti. L’infanzia, del resto, è da sempre il banco di prova della civiltà. Se l’Ivan Karamazov di Dostoevskij non accettava un mondo fondato su una sola lacrima di un bambino, noi non possiamo accettare uno Stato che arriva con tutta la sua forza quando deve normalizzare l’infanzia, e manca o fallisce quando deve salvarla da una violenza orribile, che saremmo indotti a considerare inaccettabile oggi, nel 2026, ma che al contrario non possiamo permetterci di archiviare come un residuo del passato.

Chiedere di più alla politica

La vicenda della famiglia del bosco e quella di Beatrice non vanno confuse. Sono storie diverse, con responsabilità e presupposti diversi. Ma accostarle serve a illuminare una sproporzione fin troppo lampante: quella di un’istituzione che appare inflessibile davanti a ciò che è irregolare e assente davanti a ciò che è pericoloso; che vede la devianza dalla norma ma non il rischio della violenza, intervenendo a gamba tesa, per così dire, su una famiglia che vive fuori dagli schemi, mentre fatica a entrare nella complessità di una casa dove la paura si nasconde. Accusare i servizi sociali sarebbe una scorciatoia ingiusta e pericolosa. Essi rappresentano spesso l’ultimo argine prima del precipizio, e lavorano in condizioni di scarsità cronica, esposizione pubblica e solitudine professionale. Proprio per questo bisogna chiedere di più alla politica: più personale, più formazione, più coordinamento tra scuola, sanità, comuni, procure e forze dell’ordine; meno burocrazia difensiva e più responsabilità condivisa.

Mantenere la promessa collettiva

La tutela dei minori non può dipendere dall’eroismo occasionale di un assistente sociale o dalla sensibilità di un medico. Deve essere un sistema. Un sistema che si ponga il limite di non trasformare la famiglia in un reparto osservato e il dovere di non consentire che diventi, all’opposto, una zona franca. I figli non appartengono ai genitori, come non appartengono allo Stato. Sono persone. E proprio perché sono persone, la loro vulnerabilità obbliga tutti. Il bambino è, infatti, il cittadino che più di ogni altro dipende da una promessa collettiva: quella di non essere lasciato solo quando la voce gli manca e il mondo adulto intorno a lui si chiude in un silenzio complice o distratto. Una società civile, in fondo, si riconosce proprio da questo: dalla capacità di non fare dell’infanzia un territorio conteso tra l’arbitrio della famiglia e l’arbitrio dello Stato. Di costruire, tra questi due estremi, una presenza sobria, competente, umana.

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