L’incriminazione di Raúl Castro rilancia la pressione di Trump sull’Avana. Sull’isola, piegata da blackout e crisi economica, cresce il timore di un’escalation americana
L’incriminazione negli Stati Uniti di Raúl Castro per omicidio e cospirazione sull’isola di Cuba è una notizia che arriva lentamente, come se niente sia in grado di spezzare il buio. L’isoa è al buio, da mesi è colpita da blackout continui, carenza di carburante, l e connessioni telefoniche sono a sprazzi.
Dopo il quasi totale stop alle forniture petrolifere imposto dall’amministrazione Trump a gennaio, a Cuba manca cibo, la crisi sanitaria è sempre più grave.
Washington però alza la pressione sul regime. Secondo il Dipartimento di Giustizia, l’ex presidente cubano è accusato di omicidio e cospirazione per l’abbattimento nel 1996 di due aerei dell’organizzazione Brothers to the Rescue, in cui morirono quattro persone, tra cui tre cittadini americani.
Al momento non esiste alcuna prospettiva concreta che Raúl Castro venga consegnato agli Stati Uniti, ma l’incriminazione rappresenta una fortissima escalation politica e giudiziaria della pressione americana sull’Avana. Molti cubani si dividono sulla legittimità dell’accusa americana, c’è solo una cosa che tutti condividono: stanchezza, esasperazione e necessità di cambiamento.
Il timore di un intervento americano
L’incriminazione di Raúl Castro arriva pochi mesi dopo l’operazione americana che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro in Venezuela. Il timore che Washington possa preparare una mossa simile contro Cuba è tangibile. Interrogato dai giornalisti, Trump non ha escluso l’uso della forza per portare Raúl Castro negli Stati Uniti: «Non voglio dirlo», ha risposto.
Secondo molti giovani cubani il problema non riguarda soltanto Raúl Castro ma l’intero sistema di potere costruito dalla famiglia Castro in oltre sessant’anni di governo. «È un ciclo infinito. Si passano il Paese di mano in mano come fosse una proprietà», racconta un 27 operaio a New York Times. «Devono andare via».
La Casa Bianca: «Non dimentichiamo»
Durante una conferenza stampa a Miami, il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha definito l’incriminazione «un passo storico» per chiamare i dirigenti cubani a rispondere delle proprie azioni. «Gli Stati Uniti e il presidente Trump non dimenticano e non dimenticheranno i propri cittadini», ha dichiarato
Il governo cubano accusa Washington
Il governo dell’Avana ha reagito definendo l’incriminazione «un’azione politica senza alcuna base legale». Il presidente Miguel Díaz-Canel sostiene che gli Stati Uniti stiano preparando il terreno per una possibile aggressione militare contro l’isola. Considera l’accusa a Castro un pretesto per un’aggressione militare contro l’isola. L’ambasciatore cubano all’Onu Ernesto Soberón Guzmán ha parlato apertamente di «circo politico» organizzato dalla Casa Bianca.
L’Avana respinge anche le critiche americane sul sistema politico cubano. «Non ci interessa la loro democrazia», ha detto Soberón Guzmán, attaccando il sistema elettorale statunitense, il peso dei grandi donatori e il ruolo dei collegi elettorali negli Usa.
Non tutti però condividono la linea americana. Alcuni cubani considerano legittima la decisione presa nel 1996 dal governo cubano di abbattere gli aerei, sostenendo che violassero ripetutamente lo spazio aereo nazionale.
Rubio attacca il regime
Il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato apertamente il governo cubano di aver «saccheggiato miliardi di dollari senza aiutare il popolo». In un messaggio rivolto direttamente ai cubani, Rubio ha sostenuto che gli Stati Uniti vogliono costruire «un nuovo rapporto con il popolo cubano, non con il sistema controllato dai militari».
La visita segreta del capo della Cia
Pochi giorni prima dell’incriminazione, il direttore della Cia John Ratcliffe avrebbe incontrato dirigenti cubani, compreso un nipote di Raúl Castro, chiedendo riforme economiche e la chiusura delle strutture di intelligence russe e cinesi presenti sull’isola. Nel pieno della crisi la portaerei USS Nimitz (CVN-68) e le sue navi di scorta sono entrate nel Mar dei Caraibi meridionale, dove resteranno almeno per alcuni giorni.
L’isola sospesa
Negli ultimi giorni a Cuba si erano diffuse voci incontrollate: qualcuno parlava di un possibile intervento militare americano, altri di nuove proteste popolari. La crisi economica ha già provocato numerose manifestazioni negli ultimi anni, ma gli esperti ritengono difficile che possano trasformarsi in una vera rivolta capace di mettere in crisi il regime.
Un sondaggio del sito indipendente El Toque, citato dal Nyt, mostra però un dato significativo: oltre la metà dei cubani residenti sull’isola e quasi il 70% di quelli all’estero si dichiarerebbero favorevoli a un intervento militare statunitense. Per Michael Bustamante, docente di Studi cubani all’Università di Miami, il dato riflette soprattutto «un livello di esasperazione e disperazione ormai altissimo». E tra le strade dell’Avana cresce una sensazione sempre più diffusa: qualsiasi cosa debba succedere, che succeda in fretta.































