Davide, 22 anni, accoltellato per una sigaretta e rimasto paralizzato, abbraccia il suo aggressore dopo la lettura della sentenza di condanna a vent’anni
«Ma sono tanti». Così Davide Simone Cavallo, 22 anni, lo studente della Bocconi accoltellato per una sigaretta lo scorso ottobre in Corso Como a Milano, avrebbe commentato la lettura della sentenza che ha condannato il suo aggressore a vent’anni di carcere. La decisione è arrivata al termine del processo di primo grado con rito abbreviato davanti al gup del tribunale di Milano.
Alessandro Chiani, 19 anni, ritenuto l’esecutore materiale dell’aggressione, è stato condannato a una pena più alta di quella richiesta dall’accusa; per Mohamed Atia, 18enne, invece, il reato più grave è stato derubricato in omissione di soccorso, con una condanna a dieci mesi.
La notte dell’aggressione a Milano
Al centro del processo resta la notte dell’aggressione: una richiesta di sigaretta, la rapina di cinquanta euro, poi le coltellate, con la lesione midollare permanente che ha cambiato per sempre la vita di Davide. In aula c’erano la vittima, il padre, i legali di parte civile e gli imputati. Ed è proprio lì che Davide ha compiuto un gesto imprevisto, abbracciando in aula Chiani, il ragazzo che lo ha colpito, e il suo complice Atia. Una frase – quella pronunciata dopo la sentenza – e un gesto entrambi spiazzanti, perché non coincidono con ciò che ci si aspetterebbe da una vittima.
Né il commento né l’abbraccio, naturalmente, attenuano la colpa, o riducono la violenza di una notte assurda, e nemmeno restituiscono a Davide ciò che ha perduto. Tanto meno possono consolare i genitori, che attraverso il loro legale hanno detto di non riuscire a perdonare. Anche questa indisponibilità va rispettata. Il dolore non produce in tutti la stessa risposta, e nessuno può chiedere a un padre e a una madre di abitare lo stesso spazio interiore del figlio. Proprio per questo il perdono di Davide va tenuto lontano da ogni retorica edificante. Sarebbe un modo per semplificare ciò che invece resta difficile.
Davide abbraccia il suo aggressore: il male non è l’unica identità
Perché il perdono di Davide ci dice qualcosa di più e di diverso rispetto a quello che siamo abituati a concepire, ovvero che la vittima può scegliere di non lasciare che il male subìto diventi l’unica forma della propria identità. La giustizia appartiene all’ordine pubblico, in quanto misura le responsabilità e stabilisce una pena, e così facendo protegge la comunità, sottraendo il conflitto alla vendetta privata. Il perdono, invece, appartiene a un’altra regione dell’esperienza. Non può essere imposto, non può essere previsto, non può diventare un criterio giuridico. Accade, quando accade, come un gesto eccedente, in una zona che il diritto può osservare, senza poterla produrre. Per questo la sentenza e l’abbraccio non sono in contraddizione.
La pena dice che una colpa è stata commessa e deve avere le giuste conseguenze. L’abbraccio parla invece un altro linguaggio, che non appartiene alla logica delle aule di tribunale. Non a caso la letteratura ha consegnato scene memorabili di perdono, dai “Vangeli” ai “Promessi sposi” di Manzoni, dai “Miserabili” di Victor Hugo all’“Idiota” di Dostoevskij, mostrando questo punto vertiginoso meglio di molta pedagogia civile: il perdono non cancella il male e non assolve il colpevole, ma apre uno spazio in cui la vittima rifiuta di farsi definire per sempre dal gesto di chi l’ha colpita.
La forza della scena avvenuta in aula a Milano, che sembra imitare appunto la grande letteratura, sta tutta in questa asimmetria. Da una parte c’è un ragazzo che ha ricevuto una ferita irreversibile. Dall’altra ci sono ragazzi giovanissimi che hanno rovinato una vita e, in modo diverso, anche la propria. La tentazione sarebbe chiudere il quadro dentro due figure fisse: la vittima innocente e il colpevole inchiodato al suo atto.
La necessità della pena, la libertà del perdono
Sul piano giuridico questa distinzione resta necessaria, perché senza di essa non esisterebbe giustizia. Sul piano umano, però, Davide introduce una domanda ulteriore sulla possibilità che un uomo possa non coincidere interamente con ciò che ha fatto nel suo momento peggiore. Non è una domanda assolutoria, in alcun senso. Se Davide ha perdonato, lo ha fatto evidentemente dentro una memoria – quella del corpo – che non può essere rimossa. Questo rende la sua scelta meno consolatoria e più radicale.
Il perdono lascia aperta la storia – la cura, il danno, il processo, il dolore dei genitori, la vita quotidiana cambiata continuano – però impedisce che sia raccontata soltanto dal punto di vista della violenza. È una libertà fragile, esercitata dentro una condizione ormai segnata, e proprio per questo ancora più sorprendente.
La nostra epoca – dominata com’è da una cultura pubblica che tende a fissare le persone in un’identità definitiva – fatica a comprendere gesti simili. Ogni evento, infatti, viene assorbito da un linguaggio di schieramento.
Giustizia e compassione
Davide sembra sottrarsi a questo schema.
Certo, resta il problema della pena. Vent’anni sono molti, soprattutto per un diciannovenne. Sono molti anche quando la colpa è gravissima. Il commento pronunciato a caldo da Davide in aula – «Ma sono tanti» – tocca proprio questo punto sensibile: la pena giusta non è mai una semplice equivalenza. Il diritto deve misurare l’irreparabile, sapendo che ogni misura sarà insufficiente o eccessiva, talvolta entrambe le cose. La frase e l’abbraccio di Davide, allora, obbligano a tenere insieme due verità che preferiremmo separare: il colpevole deve rispondere del male commesso, ma allo stesso tempo resta un essere umano. Di conseguenza la vittima può chiedere giustizia e insieme provare compassione. Può portare una ferita permanente e sottrarsi alla permanenza dell’odio. Per questo Davide Cavallo ci insegna che l’umano eccede le nostre categorie più comode. Il suo perdono, in fondo, afferma l’esistenza di uno spazio nel quale la vittima, pur restando vittima, non accetta che il carnefice sia l’autore ultimo della sua vita. Per sé e per l’altro. È una forma sobria, quasi segreta, di sovranità, che impedisce al male di occupare tutto.






























