21 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Mag, 2026

Romanelli: «Presunzione di innocenza tradita dai processi mediatici»

Il vicepresimente delle Camere Penali Rinaldo Romanelli commenta il dibattito al Csm sulle tutele agli indagati e i processi mediatici


«Il principio ovvio e basilare della presunzione di innocenza è costantemente disatteso nei processi mediatici». Rinaldo Romanelli, vicepresidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, è netto nell’individuare la necessità di introdurre alcuni correttivi che riguardano la comunicazione giudiziaria.

Continua il dibattito al Csm sull’introduzione di alcune linee guida. Voi, come Unione delle Camere Penali, che idea vi siete fatti?

«L’iniziativa va senz’altro accolta positivamente. Il tema del processo mediatico e degli effetti che produce è sempre più centrale e sempre più drammatico. Assistiamo in continuazione a spettacolarizzazioni delle indagini e alla cancellazione di fatto della presunzione di innocenza, un principio di civiltà su cui si fonda il nostro sistema penale e su cui deve fondarsi un processo moderno. Già Beccaria diceva che la società non può togliere protezioni e diritti al cittadino finché non lo ha giudicato colpevole. Sono passati più di duecento anni e questo, che dovrebbe essere un principio ovvio, è tradito da un sistema perverso di spettacolarizzazione in cui si incontrano interessi convergenti».

Quali interessi?

«Le procure, nel tempo e nella storia, in tante occasioni hanno spinto le loro indagini utilizzando i media per rivolgersi direttamente alla gente e per godere del supporto popolare nelle indagini. I media, dal canto loro, anziché informare, fanno spettacolo: una via di mezzo tra lo show e l’informazione in cui vale tutto. Soprattutto, valgono regole opposte a quelle del processo penale. Se nel processo vale la presunzione d’innocenza, in tv vale la presunzione di colpevolezza».

Nella prima formulazione era previsto il divieto di consegnare le ordinanze di custodia cautelare, a cui le procure si sono opposte. Poi era previsto l’obbligo di rettifica in caso di flop delle indagini. Nella formulazione dell’emendamento l’obbligo di rettifica avviene solo su istanza dell’interessato, non automaticamente. Che cosa rappresenta il potere mediatico per le procure?

«Il tema della custodia cautelare è molto delicato. Un conto è il divieto di pubblicare stralci dell’ordinanza che, provenendo dall’autorità giudiziaria, hanno un’autorità strumentale al meccanismo del processo mediatico che genera il colpevole, influenzando il lettore o il telespettatore. Da qui il divieto di pubblicazione. Il divieto di consegnare l’ordinanza di custodia cautelare, invece, è un tema più delicato. Bisognerebbe consentire alla stampa di leggerla e, eventualmente, anche di criticarla, sperando che qualcuno lo faccia».

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La legge Costa del 2024 vietava la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare. È rimasta lettera morta, vedi Garlasco.

«Il punto è che è una legge priva di sanzioni, o, meglio, con una sanzione ineffettiva. Noi, che generalmente siamo contrari alle sanzioni, in questo caso l’avevamo ipotizzata: non a carico del giornalista, ma della testata che diffonde queste notizie. Non si è voluto fare. Anche questo è un tema delicato: ci sono pronunce sovranazionali che in nome della libertà di stampa non sempre riconoscono la fondatezza di sanzioni nazionali nei confronti dei giornalisti».

Si chiede alla procura di rettificare la notizia di reato quando subentra il proscioglimento per un risarcimento sulla reputazione dell’imputato. Perché deve essere la procura a farlo e non il giudicante?

«È il principio del risarcimento del danno per restitutio in integrum. Una “restituzione” della reputazione a carico di chi quella reputazione ha compromesso».

Ma chi assicura che quella restituzione sia completa ed efficiente?

«È una riflessione che condivido. A mio parere il principio è giusto: chi ha procurato il danno reputazionale è tenuto a reintegrarlo, ma servirebbe un controllo sull’idoneità del reintegro. Non so se ci abbiano pensato. Se non lo hanno fatto, sarebbe corretto che venisse introdotta la possibilità di lamentarsi del fatto che la restitutio in integrum non è avvenuta o non è avvenuta integralmente».

Dopo l’esito referendario sembra che la magistratura si sia assunta delle responsabilità rispetto alla tutela di alcune garanzie processuali. Voi, come Unione delle Camere Penali, avete colto una nuova consapevolezza da parte delle toghe?

«Il confronto referendario è sicuramente servito a qualcosa. Ha reso noti a tutti alcuni problemi che riguardano la magistratura e il funzionamento della giustizia. Questo ha costretto gli stessi magistrati a parlare a voce alta di alcune questioni. Detto questo, io ho assistito all’assemblea generale dell’Anm e ho letto il deliberato conclusivo. Sono rimasto stupefatto: a tratti sembrava un nostro convegno. Tutte le cose che noi abbiamo detto nel corso della campagna referendaria le ho viste dire dai magistrati: questioni riguardanti il correntismo, le modalità di assegnazione degli incarichi direttivi e semidirettivi, la totale ineffettività delle valutazioni di professionalità, il carrierismo dilagante che ha travolto il principio fondamentale secondo cui i magistrati dovrebbero occuparsi di svolgere la loro funzione giurisdizionale e non di fare carriera. Insomma, hanno detto cose che, se le avessero dette durante la campagna referendaria, l’esito del referendum sarebbe stato diverso. Un po’ più di onestà intellettuale sarebbe stata gradita.

Il procuratore nazionale antimafia Melillo si è rivolto al Parlamento per chiedere la cancellazione di un provvedimento di garanzia come quello sulle intercettazioni “a strascico”. Da questo punto di vista la magistratura continua a voler condizionare la politica?

«Era già intervenuto sul ddl Zanettin-Bongiorno riguardante il sequestro dei dispositivi informatici e telematici, una norma di civiltà che attribuisce al giudice la competenza di valutare se si possono sequestrare comunicazioni o altro. Quel provvedimento è finito su un binario morto. Insomma, credo sia sbagliato pensare che la magistratura inizierà ora a condizionare la politica; lo fa da almeno trent’anni».

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